Biogas: energia sostenibile dal mondo agricolo?
Intervista a Carlo Rinaldi, vice presidente FIPER
In pianura padana gli impianti di biogas agricolo crescono alla velocità del mais!
Fino al 2007, si contavano sul territorio nazionale 304 impianti per la produzione di biogas. Attualmente sono 401 gli impianti avviati, senza contabilizzare quelli in costruzione. Di tali impianti, 2351 utilizzano scarti agricoli e di allevamento, mentre 130 trasformano la frazione organica dei rifiuti da raccolta differenziata. In un momento di crisi economica, il trend positivo è indice di un settore dinamico in forte espansione, in parte risultato della riforma sulle produzioni di energia rinnovabili dettata dalla legge n.99 del 23 Luglio 2009 e della flessibilità e versatilità caratteristiche proprie delle piccole e medie imprese italiane.
Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, regioni a maggior concentrazione di impianti a biogas; territori vocati per tradizione all’allevamento ed alla produzione cerealicola. La maggioranza delle aziende sono di piccola – media dimensione; si parte da un co-generatore di 100 kW sino a 1 MW e oltre.
Diversi imprenditori agricoli stanno valutando la possibilità di avviare nuovi impianti a biogas. In clima di semina primaverile, abbiamo deciso di dare la voce “al campo” della provincia di Cremona. L’intervista è dedicata a uno tra gli imprenditori pionieri del biogas agricolo nella pianura padana lombarda. Approfondiamo il tema con Carlo Rinaldi, titolare di Agrosocietà che gestisce 5 impianti a biogas a Formigara e Crotta D’Adda della potenza complessiva di 4 MW elettrici. Da settembre 2009 ricopre la carica di vice presidente della Fiper.
D. Quali sono stati le ragioni che l’hanno spinto ad avviare il primo impianto a biogas nel 2004? Quali evoluzioni ha vissuto la sua azienda dallo scenario iniziale?
R. Una delle motivazioni che mi hanno spinto nel lontano 2004 a valutare una scelta imprenditoriale alternativa all’agricoltura tradizionale è stata la curiosità verso le fonti energetiche alternative. Valutando attentamente la potenzialità che il settore energia poteva dare e ponendo lo sguardo in modo particolare ai paesi del Nord Europa, Germania, Austria e Svizzera, avevo colto l’intuizione che per il settore agricolo poteva essere un potenziale elemento di sviluppo anche in pianura padana. Gli impianti presi in considerazione, si basavano principalmente sull’utilizzo dei reflui zootecnici da allevamento e solamente pochi impianti integravano la dieta alimentare dei fermentatori con biomasse vegetali. Uno dei principali problemi che mi ero posto,visto il cospicuo numero di suini presenti in allevamento e nella Provincia, erano le emissioni in atmosfera di ammoniaca e di conseguenza l’elevata quantità di azoto da restituire al terreno. Sulla base di questi elementi ho analizzato la potenzialità aziendale, prendendo in esame un primo progetto di biogas alimentato con reflui zootecnici. Il primo impianto della potenza di 180 kW si dimostrò ampiamente capiente a soddisfare da un lato le esigenze di autoconsumo aziendale, e dall’altro permetteva di cedere in rete il 40% circa di energia elettrica prodotta. L’avviamento del primo impianto di biogas agricolo suscitò molto interesse da parte di enti locali e Regionali, in quanto voleva essere uno dei primi impianti di nuova tecnologia applicata al settore agricolo, visto che i pochi impianti avviati negli anni ’80, non erano stati potenziati e integrati dalle nuove tecnologie presenti sul mercato. Iniziò così un percorso formativo e didattico che interessò scuole, università ed enti pubblici. Dopo le prime soddisfazioni economiche e gestionali, nel 2006 abbiamo deciso di realizzare un potenziamento dell’impianto, passando da 180 kW a 1.180 kW, e di inserire le biomasse aziendali nel processo biologico. Seguono successivamente due nuovi impianti inaugurati nel 2008 per una potenza complessiva di 1.600 kW siti in due aziende diverse, ed infine nel 2010 un ultimo impianto da 990 kW.
D. Da imprenditore agricolo ad agro-energetico: dalla gestione dell’allevamento di suini all’ingrasso a produttore di biogas; cosa è cambiato nel suo fare “impresa”?
R. Voglio evidenziare che essere e rimanere imprenditore agricolo oggi è un impegno molto importante e difficile: valutare attentamente le opportunità del settore a volte vuol dire scontrarsi con realtà non direttamente gestibili dall’imprenditore. Rappresentare gli interessi da imprenditore agricolo, allevatore zootecnico e produttore di energia da fonti rinnovabili, significa unire tutte le forze possibili per essere competitivi nel mondo agricolo, portando innovazione tecnologica e strategie commerciali a volte non sempre condivise.
In termini di economia di impresa e di riprogrammazione aziendale, ho riorganizzato la gestione agronomica, in quanto le colture dedicate all’energia ed all’allevamento vengono fatte tenendo in considerazioni delle esigenze di ciascuna attività, sia biologica che alimentare. Ad esempio, i foraggi dedicati all’allevamento dei suini sono ad alta concentrazione di amido e proteine, mentre le biomasse per la trasformazione energetica sono con molta sostanza secca, zuccheri,grassi, ect.
D. L’introduzione della tariffa onnicomprensiva di 0,28 cent Euro/kWh per impianti a biogas e biomassa inferiori a 1 MW definita nella Legge del 23 Luglio 2009 n.99 è volta a favorire i piccoli e medi operatori delle FER, in quanto rende valutabile a priori l’accesso all’erogazione dell’incentivazione a cui si ha diritto. Quali sono i costi da affrontare? ed i ritorni in termini economici?
R. La legge 23 luglio 2009 traccia un solco significativo all’imprenditorialità agricola; attualmente un impianto a biogas è un’opportunità che permette di raggiungere diversi risultati di impresa: produzione di energia elettrica e termica, uso del digestato a fini agronomici, integrazione alle altre attività annesse e connesse dell’azienda agricola. L’investimento iniziale è di circa 3,5- 4 Milioni di Euro per un impianto della potenza di 1MW; è fondamentale nella fase di start-up disporre di linee di credito ad hoc che permettano di ammortizzare l’impianto in un orizzonte temporale di 8-10 anni. Inoltre, con il riconoscimento della tariffa onnicomprensiva di 0,28 Cent/kWh i margini sono interessanti, a condizione che siano garantiti il corretto funzionamento tecnologico e una rigorosa gestione economico-finanziaria; per un impianto da 1MW si stima una produzione di energia elettrica immessa in rete di 8 milioni di kW/anno al netto dell’autoconsumo.
D. Molti esperti del settore sostengono che la definizione della matrice rappresenti l’elemento strategico per la massima redditività dell’impianto. Che ricetta suggerisce, in termini di combinazione ottimale di deiezioni animali, scarti agro-forestali, residui colturali, colture energetiche?
R. Sicuramente il processo biologico è uno degli elementi più importanti e vincenti per la corretta gestione dell'impianto di biogas. Gli impianti possono essere alimentati sia con i reflui zootecnici provenienti dagli allevamenti che con le biomasse vegetali di origine aziendale o sottoprodotti di origine agroalimentare ed ortofrutta. In sostanza non esiste una ricetta perfetta, tuttavia, in funzione della quantità di sostanza organica, zuccheri, amidi e grassi, avremo la corretta quantità e qualità di biogas da trasformare in energia. La produzione di metano ottenibile in un impianto alimentato esclusivamente a reflui zootecnici è inferiore (0,28 Nm3/kg SV in media) ad uno che utilizza anche le biomasse o gli scarti agro-industriali (0,36 Nm3/kgSV). E’ importante decidere al momento della progettazione la tipologia di matrice che si utilizzerà, in modo da realizzare un impianto “su misura” che permetta l’ottimizzazione dei fattori produttivi in ingresso. Mi sembra corretto sottolineare che il processo biologico degli impianti di biogas possa dare risposte positive all’ambiente, di fatti questi impianti lavorando in anaerobiosi, non emettono gas in atmosfera. Importante anche sottolineare il potenziale impiego del digestato organico da utilizzare come concime in distribuzione alle colture vegetali, permettendo così all’azienda un notevole risparmio in termini di costi e una corretta restituzione al terreno della sostanza organica.
D. Ritiene che la legislazione in materia ed i finanziamenti siano ottimali allo sviluppo e consolidamento del biogas agricolo?
R. L’entrate in vigore della Legge n.99 del 23 Luglio 2009, offre come già accennato precedentemente interessanti margini per l’imprenditore agricolo. Il biogas è di fatto un’opportunità di investimento a basso rischio finanziario in un settore con buone capacità di sviluppo.
Gli strumenti finanziari per creare linee di credito idonee e programmate, ad incentivare il settore agricolo ed energetico, sono diversificate, dai piani di sviluppo rurali 2007/2013, a pacchetti di finanziamento specifici per ogni Istituto di Credito.
I contributi destinati delle Regioni e Provincie vogliono essere un giusto stimolo al settore agro-energetico, evidenziando correttamente quali elementi posso essere presi in esame ed effettuare scelte imprenditoriali oculate.
Ciononostante, solo alcuni istituti di credito offrono al momento linee di credito specifiche per l’avvio di impianti a biogas. Fiper a riguardo è impegnata nel definire relazioni di partenariato al fine di promuovere concretamente l’avvio di nuovi impianti a biogas agricolo sul territorio nazionale…E l’accesso al credito gioca un ruolo strategico!
Credo che sia auspicabile una maggiore attenzione da parte del legislatore all’utilizzo del calore prodotto da un impianto di biogas. Al momento per questo tipo di impianto non è previsto il riconoscimento dei titoli di efficienza energetica relativi all’energia termica prodotta in co-generazione.
D. Che consigli darebbe ad imprenditore agricolo che decida di avviare un impianto a biogas agricolo inferiore ad 1 MW nel 2010?
R. Come tutti gli esperti di settore sanno la normativa definisce il valore della tariffa omnicomprensiva pari a 0,28 cent/euro sino al 1° gennaio 2011. La legge n.99 stabilisce infatti un aggiornamento triennale della medesima. Tuttavia gli obiettivi previsti dalla Direttiva 20 20 20, ci inducono a pensare che il valore della tariffa non subirà significative oscillazioni. Il rischio però rimane. Ma questo credo faccia parte della capacità di un imprenditore di valutare il costo-opportunità dell’investimento.
(1) Riferimenti dati CRPA 2008












