Raccolta della Biomassa Forestale: pensare globale, agire locale!
Intervista al dott. Spinelli dell’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree - CNR Ivalsa
Nell’ambito del programma di cooperazione scientifica COST, l’Unione Europea ha finanziato un nuovo network destinato a stimolare la cooperazione tra i maggiori istituti di ricerca che si occupano della raccolta e approvvigionamento di biomassa forestale. La finalità dell’iniziativa è quella di rinforzare ulteriormente il ruolo dell’Europa come leader nel campo dell’utilizzazione delle biomasse forestali, il cui elevatissimo potenziale è attualizzato solo in parte, a causa delle difficoltà nell’organizzare filiere di approvvigionamento sostenibili in termini economici ad ambientali e della mancanza di una chiara e condivisa politica forestale.
Dedichiamo l’editoriale di novembre, ad approfondire il tema con il dott. Spinelli dell’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree- CNR Ivalsa, tra gli organizzatori dell’iniziativa “ Raccolta della biomassa: uno stato dell’arte su scala globale” tenutosi a Trento il mese scorso.
D. Quali sono le esperienze più innovative a livello globale nella tecnologia e nella logistica di approvvigionamento di biomassa forestale?
R. Il settore è ormai in pieno sviluppo e stanno rapidamente giungendo a maturazione le conoscenze che sono rimaste “incubate” per un paio di decadi. Il lavoro iniziato nei primi anni 90 ha continuato a progredire lentamente ma con continuità, a fronte delle restrizioni finanziarie legate ad un settore che era sempre lì per partire ma che – a parte virtuose eccezioni – restava regolarmente appena sopra il limite di sopravvivenza, in uno stato di generale sospensione. Ora il settore delle biomasse sembra essere finalmente decollato, e di conseguenza è finalmente possibile completare i lavori avviati ormai da tempo. Il risultato è che ormai ogni mese raggiungiamo nuovi traguardi, che però in genere hanno un’origine relativamente lontana e sono il risultato di esperienze avviate già molti anni prima. Pertanto, la situazione è estremamente articolata, ed è difficile effettuare una classifica delle esperienze più innovative in questo settore. Sicuramente una delle grandi novità presentate al Convegno di Trento è la testimonianza del rapido sviluppo anche in questo settore dei Paesi dell’Emisfero Australe – Sud America, Oceania e Sud Africa. In questi Paesi, la disponibilità di superfici, le condizioni del clima e le chiare scelte strategiche hanno favorito lo sviluppo rapidissimo di una selvicoltura industriale e specializzata che sta dando risultati spettacolari, in termini di produttività e di costi. Queste esperienze sembrano confermare almeno in parte la visione comunitaria che fa della Short Rotation Forestry uno dei pilastri fondamentali dell’approvvigionamento in materia ligno-cellulosica, ma le scelte tecniche fatte dai colleghi del Sud sono molto diverse rispetto a quelle Europee. Mentre in Europa si privilegia ancora una SRF con caratteristiche prettamente “agricole”, nel resto del mondo l’orientamento è verso moduli colturali molto più “forestali”. Questo non vuol dire che anche in Europa dovremo per forza cambiare l’impostazione tecnica, che è il risultato di esigenze specifiche legate alla struttura economica e sociale del Vecchio Continente. Senz’altro però dovremo interrogarci sulla sostenibilità finanziaria delle nostre SRF così come sono adesso, e valutare se possiamo migliorane le prestazioni o se sia meglio passare anche noi a moduli colturali più “forestali” e meno “agricoli”. In sostanza si tratterebbe di considerare impianti a medium rotation, più simili alle piantagioni di pioppo tradizionali, che al prato-salice di concezione Scandinava. Tali impianti dovrebbero essere concepiti per offrire un mix di prodotti, e non solamente biomassa – il cui prezzo in ogni caso non può salire oltre certi valori limite senza attivare una massiccia importazione, penalizzante per i nostri produttori.
D. Metodi e strumenti per la qualificazione del cippato forestale; a suo avviso quali sono le azioni prioritarie da intraprendere?
R. Io credo che la prima azione da intraprendere sia quella di giungere ad un riconoscimento generale del fatto che un prodotto di qualità deve avere un prezzo adeguato, e che per il prezzo del materiale di scarto si possono ottenere solo scarti. La cosa sembra logica, ma non sempre questo principio elementare è riconosciuto immediatamente da tutti. In molti casi ho visto fare calcoli di sostenibilità finanziaria basandosi sul costo minimo del cippato di scarto, per impianti che invece richiedevano cippato di qualità. E’ chiaro che poi al momento dell’acquisto i conti non tornano più. Se un tempo si poteva giocare sul fatto che comunque la domanda di cippato era limitata, e quindi era possibile recuperare scarto industriale (refili) di ottima qualità e poco prezzo, il futuro sviluppo del settore dovrebbe rapidamente esaurire tutto lo scarto, erodendo ogni margine di manovra. Da oggi i conti conviene farli bene…Se la strategia futura sarà davvero quella di sfruttare i sottoprodotti della selvicoltura, dobbiamo costruire centrali in grado di “digerirli”, e che non facciano troppi problemi circa la presenza di corteccia, foglie, aghi etc. Il tondello pulito e stagionato è già richiesto da altre utenze, e un suo avvio verso le nuove centrali andrà a creare (e ha già creato) una concorrenza con le altre industrie, non necessariamente benefica sul lungo termine. Se è vero che prima dell’avvento delle centrali a biomassa il cippato aveva un prezzo troppo basso, e che il monopolio dei pannellifici penalizzava sia i proprietari forestali che le ditte boschive, è anche vero che una corsa sfrenata al prezzo più alto probabilmente finirebbe per alimentare solo l’importazione. Credo che occorra ottimizzare il settore legno nel suo insieme, giungendo ad un equilibrio che sia favorevole tanto ai produttori che a tutti gli acquirenti. Sicuramente una differenziazione tra i tipi di cippato e la loro eventuale destinazione aiuterebbe tale sviluppo. Occorrerà quindi definire quale tipo di cippato avviare verso quale specifica utenza, basandosi su distinzioni qualitative e su prezzi adeguatamente differenziati.
D. I principali fattori critici nella logistica dell’approvigiamamento sono di natura tecnologica, legislativa, fiscale, sociale?
R. Gli ostacoli allo sviluppo del settore sono ancora numerosi e appartengono a tutte e tre le categorie sopra elencate. Io tuttavia sono uno specialista di tecnologia forestale, e mentre ho una percezione abbastanza esatta del mio settore specifico, conosco gli altri solo in modo collaterale e non saprei darle un valutazione relativa circa il maggiore o minore impatto di una famiglia di cause, rispetto alle altre. Sicuramente i problemi di carattere tecnologico sono importanti, e nel caso dell’Italia l’accessibilità dei siti forestali rappresenta forse l’ostacolo tecnico più grave. La carenza di strade e di piazzali per la lavorazione del prodotto forestale è in molti casi il problema maggiore, a cui anche noi stiamo lavorando da anni. Al momento abbiamo addirittura due importanti progetti per lo sviluppo di tecniche ed attrezzature per la cippatura in condizioni di scarsa viabilità forestale, rispettivamente in Trentino ed in Piemonte. Numerose alternative tecniche sono attualmente allo studio, incluso l’impiego di teleferiche, imballatrici e compattatori. L’adeguamento della viabilità sarebbe in teoria la soluzione più sicura, ma tale soluzione non sempre è applicabile, e in genere è limitata dal costo rilevante e dal tempo necessario ad effettuare il lavoro. Anche ammettendo di avere la volontà politica e la disponibilità finanziaria per adeguare la rete di strade forestali in Italia - o in parte d’Italia - un lavoro del genere richiederebbe decine di anni, e la biomassa servirà invece molto prima. Questo non nega l’urgente necessità di effettuare i miglioramenti ovunque ciò sia possibile, ma serve a spiegare perché è bene concentrarsi anche su nuove tecnologie che ci consentano di accedere alla risorsa anche dove manchino le condizioni di accessibilità per le tecnologie tradizionali.
D. Che ruolo gioca e potrebbe ricoprire il mondo della ricerca italiana in questo settore?
R. Una ricerca mirata è il modo più efficace per sviluppare le conoscenze tecniche specifiche necessarie per un pieno sviluppo del settore. In Italia abbiamo un’abbondanza di gruppi di ricerca che si occupano del settore, in genere anche molto attivi e con una buona rete di contatti internazionali – come peraltro dimostra il Convegno di Trento. Qui i ricercatori Italiani del CNR sono al centro di un network di 23 Paesi, e che va ben oltre i confini della Comunità Europea – benché sia finanziato da questa. La cosa ancora più importante è che tutti i Paesi membri sono rappresentati da alcune tra le più prestigiose istituzioni nazionali, così che è stato possibile riunire in uno stesso gruppo centri di eccellenza quali l’Università della California, il Metla Finlandese, Skogforsk in Svezia, FERIC (ora FP Innovations) dal Canada o il CRC per l’Australia. Così, il network creato dall’Azione COST FP902 si presenta come un centro di eccellenza virtuale, capace di generare ricerca fondamentale ed applicata della qualità più alta. Purtroppo il grande pubblico spesso definisce la ricerca scientifica come semplice teoria, distaccata dalla realtà operativa – per cui forse è arrivato il momento di fare chiarezza. La ricerca scientifica applicata è condotta in campo, si basa su prove pratiche, e mira ad ottenere risultati applicabili nella pratica. Il fatto che i ricercatori usino metodi un po’ “inconsueti” e producano formule matematiche serve solo a migliorarne la possibilità di un impiego pratico. Non è necessaria alcuna ricerca sperimentale per dimostrare che il tempo necessario a triturare un mucchio rami dipende dalla consistenza dei rami e dalla potenza della macchina impiegata: ma un’informazione di questo tipo è troppo generica per consentire un uso pratico efficace. Tuttavia, la ricerca scientifica permette di attribuire un valore numerico a questa relazione, permettendo delle stime accurate: ad esempio, quante ore e quanti Euro ci vorranno per smaltire un mucchio di 200 metri cubi, con un trituratore da 400 cavalli di potenza che costa 150 Euro all’ora. Questa sì: è un’informazione concreta che ha un valore pratico immediato.
D. La filiera tecnologica di approvvigionamento è principalmente “Made in Italy”? Esistono margini interessanti per lo sviluppo di questo comparto industriale nel Bel Paese?
R. Il mercato delle macchine forestali industriali è un mercato internazionale, dove dominano i Paesi Scandinavi - Finlandia in testa. Se si parla invece specificamente delle cippatrici, la situazione è più equilibrata, e il dominio Nordico è in buon parte intaccato da Austriaci, Tedeschi ed Italiani. L’industria italiana offre ormai prodotti competitivi sotto il profilo tecnico ed economico. Questa competitività è particolarmente visibile nel settore delle teleferiche, dove gli Italiani hanno forse i migliori risultati in termini di mercato, e credo offrano prodotti superiori sotto il profilo tecnologico. Le nostre teleferiche hanno in genere un contenuto tecnologico più alto, e credo siano almeno 5 anni avanti rispetto a quelle prodotte da chiunque altro. L’Italia se la cava molto bene anche con le cippatrici: l’offerta di macchine per l’utente part-time è sicuramente più ampia e diversificata rispetto a quella proveniente dal Nord Europa, mentre quella di attrezzature industriali è cresciuta vertiginosamente anche in termini qualitativi, ed ormai offre prodotti estremamente validi a prezzi competitivi. I nostri costruttori esportano già molto del loro prodotto, ma credo che anche in questo settore l’export aumenterà rapidamente, e soprattutto a causa di una maggiore competitività sotto il profilo qualitativo e di una migliore flessibilità rispetto alle specifiche esigenze dei clienti, che è uno dei grossi vantaggi offerto dalla nostra struttura produttiva.











