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Biomasse-Filiera corta: accoppiata vincente?

In anteprima l’intervista al prof. Giovanni Riva, Direttore Generale del Comitato Termotecnico Italiano (CTI).

La storia dell’accoppiata filiera corta-biomasse risale alla Finanziaria 2007 che definiva un riconoscimento specifico per i certificati verdi agricoli delle biomasse e i biogas derivanti da prodotti agricoli, di allevamento e forestali, ottenuti nell’ambito di intese di filiera o contratti quadro, oppure di filiere corte.
Nella Finanziaria 2008 (L.244/2007), invece, era prevista la tariffa omnicomprensiva 0,30/kWh per impianti < 1 MW in filiera corta, da contratti quadro o intese di filiera e il 1,8 coefficiente moltiplicativo per impianti > 1 MW in filiera corta, da contratti quadro o intese di filiera. La nuova norma richiedeva un Decreto Attuativo del Ministero dell’Agricoltura teso a stabilire i criteri di rintracciabilità della filiera corta.
Il problema della mancata definizione della filiera corta è stato provvisoriamente risolto dal Decreto Ministeriale del 18 dicembre 2008, in vigore dal gennaio 2009, che nella mora  del decreto attuativo, definiva l’applicazione anche per la filiera corta del coefficiente e della tariffa previsti per le biomasse “generiche”, con possibilità di conguaglio dopo l’entrata in vigore dello stesso.

E arriviamo così alla legge n.99 del 23 Luglio 2009 che elimina la categoria “Biomasse e biogas prodotti da attività agricola, allevamento e forestale da filiera corta” e la relativa eventuale tariffa, per gli impianti inferiori a 1MW. Aumentata invece la tariffa per biomasse e biogas generici da 0,22 a 0,28 €/kWh per impianti < 1 MW, mentre per gli impianti > 1MW è prevista una premialità in filiera corta corrispondente a un coefficiente di 1,8.

Sono trascorsi 2 anni. ll Ministero dell’Agricoltura non ha ancora emanato il Decreto Attuativo. Approfondiamo il tema nell’intervista rilasciata dall’ing. Giovanni Riva, Direttore del Comitato Termotecnico Italiano (CTI), referente della CEN 383 sulla Tracciabilità biomasse EU e incaricato dal Ministero dello Sviluppo Economico per la definizione degli oli puri.

D. Nella Legge n.99 del 23 Luglio 2009 le biomasse vengono riunite in un’unica voce (biogas e biomasse) la cui tariffa viene portata da 0,22 a 0,28 euro/kWh per impianti inferiori a 1 MW. Sono esclusi i biocombustibili liquidi, ad eccezione degli oli vegetali puri, tracciabili secondo la normativa Ue, che rientrano nella tariffa. Di fatto viene eliminato (Tabella 3 riga 7 Finanziaria 2008) un riconoscimento ad hoc per la filiera corta e gli accordi quadro. Qual’ è la logica che sta dietro questo provvedimento? E’ possibile immaginare un’ulteriore rettifica dall’atteso Decreto Attuativo del Ministero dell’Agricoltura che riproponga la filiera corta anche per impianti inferiori a 1 MW? E’ perché si è salvaguardato il concetto di filiera corta esclusivamente per gli impianti superiori a 1 MW?

R. Credo che la configurazione attuale della normativa riguardante gli impianti a biomassa sia il semplice risultato di molteplici pressioni provenienti dai diversi “centri” di interesse senza un reale coordinamento e senza una sufficiente chiarezza di idee. In questo contesto è difficile intravvedere una logica, o perlomeno bisognerebbe inventarsela. Purtroppo questa situazione riguarda anche altri campi di interesse dell’energia e del risparmio energetico.

Per cercare di aggiustare la situazione bisognerebbe procedere a un riordino legislativo attraverso, per esempio, un “testo unico”. Il recepimento entro 18 mesi dall’entrata in vigore della Direttiva 28/2009 del 23 Aprile 2009, sulla promozione dell’energia da fonti rinnovabili (RES) potrebbe essere una occasione per avviare una operazione di questo tipo.

D. Alla luce dell’entrata in vigore della Legge n.99, quali a suo avviso gli scenari di produzione tra biomasse solide, oli vegetali puri e biogas? Chi di fatto è maggiormente stimolato da questo provvedimento?


R. Oggi sono apparentemente favoriti gli impianti a biomasse solide inferiori a 1 MWe. Quello degli oli vegetali era il settore in via di espansione, ma si è preferito limitarlo nonostante la Direttiva 28/2009 fornisca indicazioni operative per distinguere gli oli vegetali “buoni” da quelli “cattivi”.

Il biogas si trova pressappoco nelle stesse condizioni delle biomasse solide; è tuttavia più vulnerabile sul piano della classificazione delle biomasse in ingresso. Rimane, infatti, aperta l’eterna discussione sulla definizione di “biomassa rifiuto” e “biomassa non rifiuto” e sull’ambito di applicazione della Direttiva Nitrati, la normativa che regola l’utilizzazione agronomica del digestato.

La classifica delle soluzioni più competitive riguarda impianti inferiori a 1 MW ; si parte dalle maggiormente remunerative:

1. Produzione di elettricità con biomasse solide attraverso combustione/gassificazione.
I business plan sono attraenti a condizione che il costo della biomassa sia contenuto. Il riconoscimento della tariffa di 0,28 €/kWh favorisce anche l’utilizzazione, per esempio, di cippato da Short Rotation Forestry (SRF). Le problematiche per questa tipologia di impianti sono legate alla possibilità di utilizzare il calore che potrebbe essere co-prodotto (ed è meno facile di quello che si pensi) e alla possibilità, per chi li promuove, di accedere a linee di finanziamento a lungo termine interessanti. Quest’ultimo punto personalmente lo trovo strategico e molto importante.

2. Produzione di elettricità attraverso la conversione della biomassa in biogas.
Penso che il futuro, almeno nella realtà italiana, sia quello degli impianti collettivi per i quali bisognerebbe sviluppare una apposita normativa, più chiara e pratica di quella attuale, che regoli l’utilizzo dei cascami dell’industria agro-alimentare, delle piccole comunità e a valle l’utilizzo agronomico del digestato.

Attualmente è favorito il singolo imprenditore agricolo che ha a disposizione i notevoli quantitativi di biomassa richiesta prodotti dall’agricoltura. Per garantire la redditività di medio –lungo periodo, gli impianti di biogas devono essere almeno superiori ai 500 kW, come prima indicazione.

3. Produzione di elettricità attraverso oli vegetali.
L’utilizzo degli oli vegetali è stato messo in chiara difficoltà. Potranno beneficiare dell’incentivo di 28 Cent Euro/kWh, gli imprenditori che immetteranno in rete energia elettrica prodotta da oli puri tracciabili secondo il sistema di gestione e controllo previsto dal Regolamento CE 73/2009. Sono di fatto le informazioni presenti nel fascicolo aziendale indispensabili per la richiesta del premio PAC.

D. L’introduzione del concetto di "filiera corta" nella nostra normativa ha aperto a livello comunitario, un dibattito acceso perché apparentemente non rispetterebbe gli articoli 81 ed 82 del Trattato. In questo scenario,  è immaginabile un parere positivo della Commissione Europea in tempi brevi? Potrebbe il caso italiano aprire un precedente a livello europeo, che promuova l’ambito locale a livello dei 27 paesi membri?
 
R. Dopo tanti anni mi rendo sempre più conto che il concetto di “filiera corta” sia un concetto del tutto anacronistico e in ultima analisi quasi inapplicabile. A mio parere è da abbandonare al più presto, perché parlandone perdiamo solo tempo e reprimiamo uno degli aspetti più preziosi del tessuto sociale: l’imprenditorialità, cioè la “voglia di fare”, di costruire, di migliorare, di sviluppare la tecnologia. Oggi il mondo si spinge verso un sistema “open source”.

La biomassa energetica non è il Cartizze che viene prodotto nella ristretta zona collinare di Valdobbiadene o gli alimenti a “km-zero” promossi da alcune aziende agricole!
 
Non capisco perché non si possa preferire un ipotetico coltivatore, magari italiano, che riesce, grazie alla sua bravura, a produrre biomassa energetica al Polo Sud a costi inferiori, con qualità e bilancio energetico migliori rispetto a un altro ipotetico coltivatore, dormiente e in eterna attesa di contributi, che ha il solo vantaggio di trovarsi entro un certo raggio dall’impianto. In questo modo non facciamo altro che aumentare la fragilità del sistema. Bisognerà poi spiegare a chi risiede a un solo metro al di là del raggio prefissato, o comunque poco al di là del “paletto” normativo di turno,  le ragioni per cui non potrà partecipare al gioco.

Oppure applicheremo un concetto proporzionale alla distanza del raggio o altre invenzioni praticamente impossibili o, il che è lo stesso, molto costose da mettere in pratica?

Forse la politica agricola dovrebbe concentrarsi di più sulle battaglie ancora perse che sono realmente importanti per l’economia nazionale. Vincere per esempio sulla tutela dei prodotti tipici. Negli USA, si trova tuttora il “Parmigiano Reggiano” prodotto in Sud America. Ed è uno dei tanti prodotti mistificati!

Credo che, senza parlare di filiera corta, numerosi imprenditori agricoli riusciranno a produrre biomassa energetica interessante per approvvigionare un dato impianto. Chi sarà intraprendente e competitivo la produrrà più o meno vicino o più o meno lontano con risultati ambientali di rilievo.

D. Secondo la visione da lei proposta, le esternalità positive (pulizia boschi, indotto ...) della filiera legno-energia in ambito locale, non sono così significative in termini economici ed ambientali da venir incentivate indirettamente?

R. Non mi sono espresso contro la finalità della filiera corta che è quella di fare crescere le attività intorno all'impianto. Ho dato un giudizio negativo sugli eventuali meccanismi che vogliono escludere in parte il mercato e che complicano un quadro già estremamente articolato.

L'importante è dare l'opportunità agli imprenditori di lavorare con regole semplici, chiare e durevoli nel tempo. Se l'approvvigionamento rimanesse libero, ossia che vince chi è più economico o comunque chi offre una combinazione benefici/costi più interessante, alla fine sarebbe avvantaggiato soprattutto chi produce vicino all'impianto perché è favorito dai costi di trasporto più economici (almeno in linea di principio). Ciò non significa “chiudere la porta in faccia” all’impresa più distante che potrebbe escogitare il modo di essere più competitiva anche ambientalmente e che studia la modalità di minimizzare i costi di trasporto: magari inventa i camion a lievitazione magnetica o i dirigibili da trasporto... O più semplicemente usa il treno, contribuendo così al progresso e allo sviluppo generale del Sistema Paese. Tanti aspetti sono tuttavia "automatici": se la biomassa costa meno è perché è stata consumata una quantità inferiore di gasolio nella produzione. La biomassa proveniente da paesi Extra EU, che arriva sul mercato italiano via nave non costa poco. Chi sceglie questa soluzione lo fa principalmente per conseguire una sicurezza di approvvigionamento e non per ridurre i costi.

Il recupero di materiali residuali che richiedono la loro raccolta, la “pulizia del bosco”, costa in genere molto rispetto a biomassa alternativa presente sul mercato. Quindi se vogliamo favorire un certo tipo di gestione forestale dovremmo pensare ad appositi incentivi e normative.
 
D. I lavori del CEN/TC 383 “Criteri di sostenibilità della biomassa” di cui CTI è insieme a CUNA il referente del mirror italiano, sta lavorando alla definizione di un ambito normativo volontario finalizzato alla definizione degli standard Europei della sostenibilità della biomassa per applicazioni energetiche. Quali gli sviluppi e le tendenze in atto? Quali le influenze della CEN/TC 383 sul mercato energetico italiano?
 
R. Il CEN TC 383 ora ha raggiunto un Agreement con la Direzione Generale Energia e Trasporti (DG TREN) dell’Unione Europea, per elaborare le norme tecniche che saranno di supporto alla Direttiva 28/2009 sulla promozione delle energie rinnovabili. E’ prevista in tempi relativamente brevi la definizione delle norme tecniche per il calcolo dei bilanci di CO2 delle filiere produttive delle biomasse e la loro tracciabilità, relative al momento, per i bio-liquidi e biofuels. Quest’ultima è utile per poter garantire che i prodotti provengano da zone “lecite” e che siano rispettati i protocolli ambientali e sociali per la produzione. Queste norme diventeranno norme CEN e saranno adottate dagli organismi tecnici nazionali: per l’Italia dall’UNI. Nell’ambito del CEN TC 383 partecipano il Comitato Termotecnico Italiano (CTI) e il Commissione Tecnica di Unificazione nell'Autoveicolo (CUNA). La documentazione è disponibile all’indirizzo:
http://www.cti2000.it/index.php?controller=documenti&action=showDocuments&argid=61

Il CTI ha poi un programma di sviluppo di documenti nazionali che verranno presentati al pubblico nel 2010.

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