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Si trova qui: Cosa facciamo / Articoli / Vittorio Prodi 

Europa paladina della sostenibilità energetica mondiale?

Intervista alll’europarlamentare Vittorio Prodi, Membro della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo

L’esperienza di organismo sovranazionale dell’Unione Europea è un modello di governance che molti osservatori internazionali ritengono applicabile per la disciplina del cambiamento climatico. Il Governo di Bruxelles ha avuto la leadership nell’attuazione del Protocollo di Kyoto e si prepara a Copenaghen con proposte forti e chiare. Lo scorso 30 ottobre il Consiglio europeo ha approvato la stima della Commissione sulla spesa “incrementale” per la mitigazione e l’adattamento climatico nei paesi in via di sviluppo fino a circa 100 miliardi di euro l'anno entro il 2020, di cui 22-50 miliardi direttamente a carico dei paesi industrializzati.

Approfondiamo il tema con l’Onorevole Vittorio Prodi, che rilancia la sfida ai cambiamenti climatici proponendo “ il diritto di emissione” e la produzione di idrogeno dalle biomasse.

D. Vertice di Copenaghen: che margini ci sono per la definizione di un consenso globale?

R. La Conference of Parties 15 delle Nazioni Unite ha l’obiettivo di siglare un accordo internazionale per la disciplina dei gas ad effetto serra. Dobbiamo cercare la convergenza, la possibilità di un concerto sulla disciplina che limiti la causa del riscaldamento globale dovuto  all’emissione di anidride carbonica, di metano (20 volte + potente) e di ossido di azoto (200 volte). L’effetto è mondiale; non ha confini. E quindi l’unica soluzione è trovare un consenso globale. Il problema non affrontato durante la  conferenza di Bali è che non ci si è accordati su una formula di responsabilità condivisa anche se differenziata tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. I paesi industrializzati si devono assumere la responsabilità del  riversamento in atmosfera dei gas, mentre i paesi in via di sviluppo ed emergenti devono impegnarsi a tenere sotto controllo le proiezioni di emissioni vs il futuro. Esiste una comune responsabilità, tuttavia la differenziazione è fondamentale.

2 gli obiettivi di Copenaghen:
- Mirare al consenso globale;
- Definire le condizioni.

Il Protocollo di Kyoto ha già dimostrato la fattibilità dell’applicazione di leggi di mercato alla diminuzione della emissioni attraverso il sistema dei limiti di emissioni, con la possibilità di scambiare le emissioni inutilizzate. Il meccanismo di mercato ha il compito di trasferire sul prezzo dell’energia fossile l’esternalità che deve essere internalizzata nel costo dell’energia. Kyoto ha visto l’adesione di un gran numero di paesi ma non il totale. Il Negoziato di Copenaghen ha il compito di superare le distanze tra EU-USA, tra Cina, India e resto mondo. Per loro storia gli USA sono molto restii ad accettare delle discipline sovranazionali che possono venire da entità di governo sovranazionale. La grande rivoluzione è che esista un accordo in cui ci si renda conto che nessun paese può andare avanti da solo. Siamo tutti interdipendenti. Chiaramente ci vuole un ambito di governo sovranazionale che possa sovraintendere a queste questioni. La presidenza di Barack Obama sta segnando un cambiamento di rotta degli USA nella lotta ai cambiamenti climatici; ciononostante il Congresso USA è reticente: la mediazione potrebbe concretizzarsi in un accordo in cui gli USA decidano di assumersi dei limiti volontari.

Al tavolo mi auguro che ci siano delle clausole di equità, cioè riconoscere anche una giustizia climatica, riferendomi al tasso di emissione pro-capite. L’obiettivo EU di allargamento a livello mondiale della Direttiva 20 20 20 non è esaustivo. Gli stati africani hanno già espresso il loro dissenso, è necessario lavorare su una  politica di maggiore equità sociale. Se è equo si può sostenere. In questo senso, l’impegno finanziario EU da destinare alle misure di mitigazione ed adattamento è una possibile soluzione. Credo che per i paesi più poveri  la differenziazione della responsabilità potrebbe avere l’aspetto della cooperazione. Per limitare il processo di deforestazione, che produce circa il 20% delle emissioni dei gas ad effetto serra, si potrebbe riconoscere ai Paesi che hanno queste risorse, un indennizzo che può essere misurato sul carbonio che viene accumulato dalla foresta in condizione di concentrazione rigorosa. Perché si collega il discorso del carbonio a quello della biodiversità. In questo senso la cooperazione EU si concretizzerebbe nel promuovere azioni di salvaguardia forestale, seguendo il principio di “voi rispettate la foresta facendo un beneficio a tutta l’umanità, che l’umanità vi riconosce economicamente per quel carbonio che avete accumulato mantenendo inalterate le foreste tropicali.” Le risorse si ricaverebbero dai permessi di emissione che devono essere onerosi. Invece qui la Camera Bassa degli USA ha approvato una legge che ripercorre le quote con la stragrande maggioranza dei crediti di emissione concessi gratuitamente.
Io concordo con la posizione della Commissione che stabilisce che i permessi siano concessi in modo oneroso attraverso le aste che dovrebbero introdurre il meccanismo di mercato per allocare il costo dell’ inquinamento nel prezzo dell’energia. Intanto la Commissione Europea ha valutato la soglia minima in 30.000 milioni di Euro all’anno entro il 2020 finalizzata ad interventi di mitigazione/adattamento climatico a favore dei paesi in via di sviluppo. I finanziamenti sono in funzione degli obiettivi di taglio delle emissioni e alla definizione di un regime di controllo più duro, che comprenda un meccanismo di allerta precoce e sanzioni dedicate. Inoltre, i futuri meccanismi di compensazione dovranno poter includere standard qualitativi severi.

D. Il Parlamento Europeo rivolge un’esortazione all’Unione Europea perché mantenga il ruolo di guida all’interno dei negoziati internazionali di Copenaghen. L’opinione espressa dalla Commissione Ambiente del PE è chiara: obiettivi di riduzione delle emissioni sia per i Paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo. Quali sono i target auspicabili?

R. In primis, che le nazioni industrializzate riducano significativamente le emissioni collettive con un target a lungo termine di almeno l’80% entro il 2050 rispetto al 1990, mentre alle economie emergenti andrebbe il compito di limitare la crescita delle emissioni del 15 – 30% al di sotto “business as usual”.  Si tratterebbe di obiettivi da rivalutare ogni cinque anni per assicurare di tenere il passo con le ultime scoperte scientifiche e mantenere il surriscaldamento globale al di sotto dei fatidici 2°C.

Ciò significa che l’EU proporrà di allargare l’applicazione della 20 20 20 a tutti i paesi; con la postilla che l’Ue si impegna a passare entro il 2020 a una riduzione del 30% rispetto ai livelli del 1990 quale offerta condizionale per un accordo globale e completo per il periodo successivo al 2012 purché altri paesi sviluppati si impegnino a loro volta ad analoghe riduzioni delle emissioni e i paesi in via di sviluppo contribuiscano adeguatamente, in funzione delle loro responsabilità e capacità rispettive.
Gli effetti devastanti del cambiamento climatico già si avvertono in ogni latitudine del pianeta. In agricoltura questo effetto è immediato: a titolo di esempio, l’uva per la produzione di spumante in Trentino, veniva coltivata in altura intorno ai 450m per ottenere un certo grado di acidità. Negli anni è possibile ottenere tale livello di acidità a partire dai vigneti situati a 600m. In Europa, si sta assistendo ad un processo di  tropicalizzazione del clima, caratterizzato da un lato, da una minor frequenza di giorni di pioggia/annui e a maggiore intensità, dall’altro dall’aumento di siccità.

D. Lei ha introdotto nel dibattito della Commissione Ambiente del Parlamento EU, il diritto di accesso ai crediti di emissione e il concetto di giustizia climatica. Ci può spiegare concretamente di cosa si tratta?

R. Attualmente ogni persona produce 5 tonnellate annue di CO2 in media globale. Gli Europei producono circa 11 Tonnellate (quasi il doppio), mentre gli Statunitensi hanno raggiunto la soglia di 22 Tonnellate (quadruplo). Bisogna arrivare a 1/5 entro il 2050 ossia alla produzione di 1 Tonnellata di CO2/anno pro-capite. Se quest’ultimo livello è sostenibile, allora a livello globale tutte le persone nelle future generazioni avranno lo stesso diritto di accesso: questo livello deve essere riconosciuto pariteticamente a tutti gli abitanti e in forma gratuita. Tutte le aste saranno pertanto onerose ad eccezione di questo livello sostenibile. Il diritto si esplicita riconoscendo un permesso di emissione gratuito per ogni persona. In questo modo, viene riconosciuto il diritto di ogni persona all’accesso alle risorse naturali. La proposta è stata presentata in Commissione Ambiente del PE; la posizione EU non è ancora definita; mi auguro che i paesi dell’Africa sub-sahariana appoggino la proposta.

Questo sistema potrebbe riconoscere a Cina, a India, ai paesi Africani di pagare all’incirca 1/3 delle emissioni prodotte. L’Africa attualmente ha un ordine di emissione di 0,2 ton/persona/annua così che avrebbe diritto ad immettere sul mercato le restanti 0,8 tonnellate pro-capite. L’Africa potrebbe ricavare in questo modo circa 15 miliardi di Euro/anno risultato delle vendita dei crediti di emissione, che potrebbe dedicare all’adattamento ai cambiamenti climatici, alla lotta alla desertificazione e alla sicurezza alimentare. La variabile demografica diventerebbe un vantaggio competitivo per le economie più deboli.

Ragionando in un’ottica di sistema, alcune tipologie di immigrati che cercano di venire in Europa, sono già dei rifugiati climatici. In questo momento si assiste ad una siccità terrificante nel cono d’Africa, da dove arrivano tantissimi immigrati clandestini. La preoccupazione del PE è che i paesi in via di sviluppo devono essere messi in condizione di bastare a se stessi.

D. Quali sono le forze che votano contro all’interno del mercato EU?

R. L’EU ha giocato un ruolo di leader nel Protocollo di Kyoto e può consolidarlo nella COP15 di Copenaghen. Tuttavia, all’interno del Parlamento EU ci sono forze politiche che hanno paura di impegnare le economie e cambiare radicalmente le condizioni di concorrenzialità. In particolare c’è una forte resistenza da parte della lobbying che rappresenta i grandi consumatori di energia, i cosiddetti “Carbon leakage”. Il timore è dato dalla possibilità che una legislazione troppo rigida e severa possa generare scarsa concorrenzialità delle industrie europee ad alta intensità energetica e trasferire le produzioni in paesi in cui non c’è obbligo. La lista delle aziende energivore è composta da parecchie centinaia; a titolo di esempio la lobbying delle aziende metallurgiche e delle costruzioni tra le più potenti. Se c’è l’accordo globale questo viene automaticamente applicato in ogni territorio, e quindi svanisce il motivo di de-localizzare le produzione in paesi extra EU.

D. Che ruolo potrebbe assumere l’Italia a livello EU nella promozione della politica energetica da fonti rinnovabili, tenendo conto dell’attuale leadership di Germania e Spagna?

R. Germania, Spagna e Danimarca hanno preso l’iniziativa nella definizione degli incentivi feed-in per la promozione del settore eolico e fotovoltaico. In Germania il settore delle rinnovabili è secondo solo alle automobili.
L’Italia potrebbe prendere la leadership sulle biomasse. La manutenzione del territorio, con un miglioramento della sicurezza idraulica, geologica, antincendio e la costruzione di piccoli salti d’acqua per la produzione di energia idroelettrica permetterebbe anche un recupero di biomassa a fini energetici.
Per quanto riguarda la disponibilità di biomasse, si può contare su una produzione annua di circa 1,5 ton. e.p./ha (3 ton. biomassa secca per ettaro), esclusivamente derivante dai residui di agricoltura e silvicoltura. Significa disporre di 50-60 mila tonnellate di gestione biomassa secca con un raggio di approvvigionamento nell’intorno di 15 km. E’ necessario costruire e consolidare la filiera. Ho la convinzione che sia necessario e prioritario fare la manutenzione dei boschi. Basti pensare a quello che è successo a Messina!
Ricostruire la filiera significa mettere a punto le tecnologie, organizzare la raccolta e il conferimento. La biomassa può essere impiegata per il teleriscaldamento, per la produzione di energia elettrica, ma anche per la produzione di idrogeno attraverso le celle di combustione e la pirolisi. A livello europeo sto spingendo per l’introduzione di un programma d’urto sulla biomassa, in particolare per la produzione diretta di idrogeno. Se dispongo di 3 Ton biomassa secca per ettaro, date le caratteristiche geofisiche italiane, posso contare su 60 milioni di biomassa secca per anno, corrispondenti a 30 milioni di petrolio equivalente; attraverso la gassificazione della biomassa, posso diminuire di 1/3 il fabbisogno energetico di gas estero. Inoltre, la costituzione della filiera biogas presuppone un vantaggio competitivo che rimane in Italia lungo tutta la filiera a differenza di quello importato. Il gas si potrebbe produrre anche dalla gestione dei fanghi della depurazione delle acque. Produrre gas in casa permette maggiore potere negoziale, meno perdita di valuta, maggiore autonomia energetica.

Con l’implementazione di un piano di sviluppo della filiera articolato e serio si potrebbe contare in un intorno di 100.000 posti di lavoro tra la raccolta e il conferimento ed almeno 10.000 posti di lavoro per la gestione degli impianti. E’ importante però adottare un approccio di sistema, che consideri tutta la filiera, per evitare che si utilizzi, per esempio, olio di palma importato dall’estero invece della biomassa locale.

D. Quali sono le barriere da superare per la produzione sostenibile di idrogeno dalle biomasse?

R. Le barriere riguardano essenzialmente la separazione e il confinamento della CO2 nella fase di produzione, le infrastrutture di trasporto e distribuzione, l’accumulo a bordo dei veicoli, lo sviluppo di un quadro normativo adeguato. La produzione da biomasse, richiede ancora un notevole sforzo di ricerca, sviluppo e dimostrazione per un impiego sui larga scala previsto nel medio - lungo periodo. In funzione del processo utilizzato può avvenire in piccoli impianti collocati in prossimità dell’utente; la produzione distribuita rappresenta l’opzione più interessante nel breve periodo, in quanto richiede minori investimenti e infrastrutture di trasporto e distribuzione.

D. Nella Parte 2 punto della Direttiva RES, ogni tipo di biomassa, è intesa come “frazione biodegradabile di prodotto rifiuto e residuo biologico di origine agricola, forestali, prodotti derivanti dall’industria ittica così come la frazione biodegradabile dei rifiuti urbani e industriali”. Che margini ci sono perché si proceda vs la  definizione di criteri che premino l’uso delle biomasse a basso impatto ambientale?


R. Bisogna fare battaglia in Parlamento, ne sono convinto, perché ci sono da promuovere i benefici di sistema. E’ il solo modo per fare una manutenzione integrata del territorio, che non ha ricevuto attenzioni da decine d’anni. E’ necessario fare un distinguo per non aver problemi riguardo il ritorno al suolo. Vorrei spingere anche per l’uso dei i rifiuti per la gassificazione. C’è già la possibilità di considerare il gas prodotto in termini di energia. Mi spiego: nella Direttiva Quadro dei Rifiuti c’è l’opportunità di considerare recupero e non smaltimento, se c’è un impianto di valorizzazione termica, che abbia un minimo del 60% di recupero dell’energia, contando l’energia elettrica con un fattore di 2,5 il calore con un fattore 1. Avevo proposto di aggiungere, nella valorizzazione, il calore. Vuol dire considerare il recupero non discarica.


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