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Biometano agricolo: urgente la revisione della normativa per il futuro dell’agricoltura italiana

Intervista con il dott. Andrea Chiabrando, direttore del Consorzio Monviso Agroenergie, esperto conoscitore del settore, nonché membro del comitato tecnico-scientifico FIPER.

Il biometano nel corso degli anni ha suscitato grandi aspettative e interessi da parte degli operatori e investitori. Imprese agricole, multiutility, grandi player dell’energia sono alla ricerca della combinazione “ottimale” tra diete (alimentazione) e tecnologia per far quadrare i business plan.
Il decreto biometano del marzo 2018 ha favorito la realizzazione di nuovi impianti afferenti al settore ambientale e industriale, le cui matrici impiegate sono riconducibili ai rifiuti, agli scarti agroindustriali e agroalimentari. Nel comparto agricolo invece non si è assistito a questo tipo di sviluppo.

La produzione di biometano da matrici agricole può rappresentare un elemento di forza nell’ambito delle strategie ambientali a livello europeo e nell’attuazione nazionale degli obiettivi del Next Generation EU (PNRR), nonché nella messa in atto delle indicazioni del “Farm to fork”.

Approfondiamo il tema con il dott. Andrea Chiabrando, direttore del Consorzio Monviso Agroenergie, esperto conoscitore del settore, nonché membro del comitato tecnico-scientifico FIPER.

1) Può spiegarci brevemente le barriere esistenti che stanno limitando lo sviluppo del biometano agricolo?

Gli ostacoli che abbiamo riscontrato nel Decreto biometano sono riconducibili ai seguenti aspetti: durata limitata dell’incentivo garantito a fronte di importanti investimenti, forti limitazioni alle biomasse impiegabili (reflui zootecnici, triticale o sorgo come colture di copertura e successive a primo raccolto feed food, esigua lista di sottoprodotti), difficoltà di accesso ed elevati costi di connessione alla rete gas, complessità tecnologica delle soluzioni avanzate (es. liquefazione), rigidi vincoli legati alla sostenibilità (certificazione obbligatoria).
Le difficoltà sopra descritte rischiano di lasciare la filiera prevalentemente in mano ai grandi soggetti industriali che, per effetto della loro struttura, capacità di investimento e dei diversi obiettivi imprenditoriali, stanno comunque acquisendo impianti biogas ed asset della filiera agricola in modo sempre più importante. È concreto, quindi, il rischio di un indebolimento del ruolo del settore primario proprio in una filiera, quella del biogas da matrici agricole, che così tanto ha contribuito al rafforzamento delle nostre aziende cerealicole e zootecniche.
Il biometano agricolo va inteso nell’ottica di “economia circolare” dell’impresa agricola e diversificazione del reddito. Innovazione, sviluppo sì, puntando a consolidare e rendere le aziende agricole più competitive sui mercati internazionali.

2) I nostri cugini d’oltralpe come si sono mossi per favorire l’avvio di impianti di biometano agricolo in piccola scala?

Il legislatore francese da sempre attento e in ascolto delle esigenze del settore primario ha optato, con successo, per l’incentivazione molto forte (fino a circa 1,3 €/Smc) del biometano prodotto in piccoli impianti aziendali, connessi alla produzione zootecnica e agricola (allevamenti e coltivazioni), applicando una tariffa decrescente in funzione della grandezza della taglia d’impianto.

3) E in Italia, invece quale approccio si è seguito?

In Italia, al contrario, la tariffa riconosciuta è indipendente dalla taglia dell’impianto e favorisce la valorizzazione di scarti e rifiuti. Una scelta politica di economia circolare, legittima, che non ha tenuto sufficientemente conto dell’impatto prodotto dalla filiera di approvvigionamento in termini ambientali e sociali. Il costo della logistica “trasporto” incide in modo preponderante su materiali spesso energeticamente “poveri”; da qui la necessità di puntare su taglie elevate (>=500 Smc/h) per garantire la sostenibilità economica, con le conseguenti ricadute in termini di traffico, elevata occupazione di suolo e scarsa accettabilità sociale, che rischiano di compromettere l’immagine positiva che il biogas agricolo virtuoso si è faticosamente costruita negli anni.

4) Qual è il sistema di incentivazione attualmente in vigore nel Bel Paese?

Il sistema di incentivazione prevede per gli impianti che entrano in esercizio entro il 31/12/2022, l’assegnazione di un Certificato di Immissione in Consumo (CIC) del valore fisso di 375 € per ogni 1.255 Smc di biometano. La durata è di 10 anni; al termine il prezzo del CIC dipenderà dal mercato, senza alcuna garanzia per il produttore. L’incentivo base corrisponde a 0,30 €/Smc, se vengono impiegate matrici per biometano avanzato (es. reflui zootecnici, triticale, alcuni sottoprodotti,) raddoppia a 0,60 €/Smc. All’incentivo totale va aggiunto il prezzo di mercato del biometano, variabile fra 0,10 e 0,20 €/Smc. Il prezzo finale è di circa 0,70-0,80 €/Smc.
Un impianto da 250 Smc/h corrispondente a circa 1 MWe equivalente fattura circa 1.700.000 €/anno (250 mc/h x 8500 h x 0,80 €). Il fatturato massimo conseguibile con la produzione di biometano agricolo è equivalente alla tariffa elettrica di circa 0,21 €/kWe (in funzione del prezzo di mercato del BM).
Pertanto, sulla base dei numerosi business plan agricoli da noi analizzati è difficile pensare ad una sostenibilità economica con un prezzo finito sotto 1 €/Smc per il biometano da filiera agricola.

5) È previsto un sostegno per la riconversione del parco impianti a biogas agricolo esistente?

Le riconversioni totali o parziali sono previste entro 3 anni dalla scadenza dell’incentivo elettrico e danno diritto ad un periodo di 10 anni di CIC garantito a partire dalla riconversione (quindi 7 anni di ulteriori incentivi). La riconversione totale implica la cessazione dell’incentivo a 0,28 €/kWh (o 0,236 per i nuovi FER) ed il passaggio all’incentivo biometano.
Il fatturato col passaggio al biometano si riduce da 2,2 M€ per MWe a 1,7 M€ circa per un periodo di almeno 3 anni, se non 5 (per un impianto del 2012 che scade al 2027). La rinuncia ad almeno tre anni di incentivo, unita ai maggiori costi dell’energia ausiliaria per il biometano, sono gli elementi che hanno disincentivato la riconversione. Si aggiunga l’obbligo di passaggio ad una dieta limitata alle matrici da BM avanzato.

La riconversione parziale impone di rinunciare ad almeno il 30% della produzione elettrica, affiancandola con una produzione libera di biometano incentivato. In questo caso, lo scenario potrebbe essere meno critico; tuttavia, è necessario rimodulare la dieta prevista per il biometano avanzato per l’intero impianto (anche la parte elettrica). Inoltre, al termine dell’incentivazione elettrica (successiva al 2022) la quota dismessa del 70% non potrà essere automaticamente riconvertita a biometano incentivato, salvo proroghe del sistema attuale.
Anche la riconversione parziale, quindi, crea instabilità per i titolari di impianti biogas elettrici.

6) In che modo incide il costo della dieta nella produzione di biometano agricolo?

Il costo annuo della dieta non può superare i 500.000 euro per un impianto da 250 Smc/h impiegando solo matrici avanzate e tenendo conto degli altri costi di produzione, altrimenti non è sostenibile. Nelle matrici avanzate non sono compresi i sottoprodotti impiegabili per l’alimentazione umana, per il bestiame, né il mais o l’orzo. Le colture dedicate (triticale, sorgo, etc.) devono essere in successione a colture alimentari, riducendo la produzione annua di biomassa energetica e aumentando il fabbisogno di terra. È evidente che la principale criticità degli impianti biometano agricolo è legata all’approvvigionamento delle biomasse ammesse a costi contenuti, evitando trasporti costosi ed impattanti. Altro elemento da non sottovalutare è legato al rispetto dei criteri di sostenibilità definiti dalla norma UNI TS/11567, che va a condizionare l’impiego delle colture dedicate e rappresenta un ulteriore onere per il produttore.

A valle di queste considerazioni poco incoraggianti occorre osservare che il biometano rappresenta attualmente l’unica opportunità per dare continuità al parco impianti a biogas agricolo esistenti in esercizio.

7) Quali sono a suo avviso le revisioni normative necessarie per favorire la realizzazione e conversione di Impianti di Biometano Agricolo (IBA)?

La revisione dell’attuale sistema deve, a nostro avviso, definire in primis l’“Impianto di Biometano Agricolo” che risponde alle seguenti caratteristiche:

– approvvigionamento di matrici prevalentemente aziendali (o cooperative) a filiera corta;
– stretta connessione con la filiera agricola locale (promosso e gestito da imprenditori agricoli)
– gestione ambientale virtuosa: copertura di tutte le vasche, interramento immediato del digestato.

L’IBA potrebbe beneficare di:
– durata del ritiro del CIC maggiore di 10 anni per consentire un ammortamento più agevole degli investimenti
– Incentivo specifico aggiuntivo per il settore agricolo (quinto CIC per IBA) che consenta di coprire gli extra costi di una filiera agricola locale e virtuosa. Si raccomanda la definizione di premialità crescenti per piccole taglie aziendali sul modello francese.
– Rivalutazione dei vincoli sulle diete (es. per impianti misti elettrici e biometano e ruolo delle energy crops)
– Maccanismo di protezione dalla volatilità del prezzo della molecola.
– Mitigazione delle decurtazioni di incentivo in caso di riconversione tardiva da sistema elettrico

Queste azioni sono realizzabili, a partire da una ferma volontà politica e di una convergenza di intenti nel riconoscere il ruolo di primo piano del settore agricolo nell’economia circolare e nel green deal. Le misure, del resto, sono compatibili con le regole europee in materia di energia e di aiuti di Stato visto, ne è testimonianza la Francia le ha già attuate in modo efficace.

8) Prospettive GNL?

Il decreto biometano incentiva la realizzazione di impianti di distribuzione e di liquefazione del biometano per la produzione del GNL attraverso una maggiorazione del CIC pari al 20%. Il limite massimo di incentivazione è di 600.000 € per i distributori di biometano e di 1,2 M€ per impianti di liquefazione (valore <70% dell’investimento). In situazioni particolarmente vantaggiose per la localizzazione di un distributore, l’opportunità offerta può essere interessante tenendo conto che la quantità prodotta necessita di una rete di distribuzione di prossimità.
Il GNL viene considerato da molti operatori una concreta possibilità perché consente di realizzare margini più interessanti, tuttavia, considerando la complessità tecnologica di un liquefattore, non è una operazione accessibile a tutti.

In conclusione, per favorire fattivamente la riconversione dei 1.500 impianti a biogas elettrico a produttori di biometano agricolo, è prioritaria un’evoluzione dell’attuale normativa seguendo l’esperienza del modello francese, da un lato per aumentare la competitività delle aziende agricole e zootecniche, dall’altro per produrre energia rinnovabile nei trasporti.

 Un esempio concreto di agricoltura circolare nel rispetto dell’ambiente.

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