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Foreste sostenibili e innovazione: sodalizio vincente!

In questo momento di gran dibattito nazionale e internazionale sulla sostenibilità dell’impiego delle biomasse a fini energetici, ci è sembrato interessate porre l’attenzione sulle attività di gestione forestale che viene svolta grazie alla domanda di cippato degli impianti di teleriscaldamento a biomassa.

Spesso viene sottovalutato l’impatto generato dall’attività di cura e manutenzione del bosco. Un lavoro che l’opinione pubblica spesso ignora, fondamentale tuttavia per garantire il corretto funzionamento dell’ecosistema forestale.

Un mondo da scoprire: aziende boschive, enti di ricerca, comuni, comunità montane, impegnate quotidianamente nel garantire questa importante funzione ambientale.

Dedichiamo quindi l’editoriale di ottobre nell’approfondire un nuovo metodo messo a punto dall’Università di Milano per stimare la quantità di biomassa residuale che si può ricavare da una data particella forestale nel rispetto dei criteri definiti all’interno della Guida dell’Intergovernmental Panel on Climate Change.
A tal fine abbiamo intervistato il dott. Luca Nonini*, titolare di un Assegno di Ricerca presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali (DiSAA) dell’Università degli Studi di Milano e autore di una Tesi di Dottorato di Ricerca dal titolo “Assessment of wood biomass and carbon stock and evaluation of machinery chains performances in Alpine forestry conditions: an innovative modelling approach”

Perché la cura e la manutenzione del bosco sono importanti? Che cosa sono i servizi ecosistemici e che relazione esiste tra questi ultimi e la gestione del bosco?
La cura e la manutenzione del bosco sono fondamentali per far sì che esso fornisca servizi ecosistemici, cioè benefici multipli essenziali per la società umana per il soddisfacimento dei propri bisogni (cibo, legname, sequestro del carbonio, protezione dal rischio idrogeologico, purificazione dell’aria e dell’acqua, valore ricreativo, estetico e spirituale). Gli interventi selvicolturali, inoltre, dovrebbero essere condotti secondo i principi della gestione forestale sostenibile (GFS) e multifunzionale che – adottando un approccio olistico – riconoscono la capacità dell’ecosistema di svolgere molteplici funzioni e garantiscono che la fornitura dei servizi ecosistemici sia costante ed equilibrata nel tempo, bilanciando le esigenze economiche con quelle ambientali, sociali e culturali. Relativamente alla fornitura di biomassa, uno dei principi cardine della GFS è che le utilizzazioni (tagli) non superino gli incrementi netti del bosco, per non causare il depauperamento della provvigione e, quindi, il peggioramento della fertilità dei suoli e delle condizioni di crescita. I tagli, se effettuati secondo tale principio, non dovrebbero essere considerati come un evento negativo, in quanto determinano un ulteriore aumento dell’incremento annuo e quindi un maggiore sequestro di carbonio. Inoltre, come risultato, la capacità omeostatica dell’ecosistema può aumentare e il bosco può risultare più resistente ai disturbi naturali.

In che cosa consiste il nuovo modello messo a punto?
Il nuovo modello – messo a punto presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano – quantifica le masse di legno (t/anno di sostanza secca, ss) e carbonio (t/anno C) stoccate a scala di singola particella forestale. Il modello impiega – come dati di input – informazioni contenute nei Piani di Assestamento Forestale (PAF) ed è basato su un approccio coerente con le più recenti Linee Guida dell’Intergovernmental Panel on Climate Change. Per ciascuna particella, le masse sono calcolate dall’anno di entrata in vigore del PAF fino a un anno di riferimento, e ripartite in: biomassa aerea (fusto e rami), biomassa radicale e sostanza organica morta (legno in decomposizione e lettiera). Contestualmente, è stimata la biomassa residuale (ramaglia e cimali, t/anno ss) potenzialmente prelevabile e disponibile – sottoforma di cippato – per la generazione di energia termica e/o elettrica. Infine, viene quantificato il volume di combustibile fossile potenzialmente risparmiato e le emissioni di CO2 in atmosfera potenzialmente evitabili associate alla fase di combustione finale, nell’ipotesi che il legno sostituisca fonti fossili. Il modello può essere applicato a qualsiasi area forestale gestita da PAF; inoltre – anche alla luce dell’attuale dibattito sul ruolo delle foreste per raggiungere gli obiettivi dell’UE-2050 – questo strumento di calcolo fornisce un importante contributo allo sviluppo di metodi in grado di coniugare la gestione forestale tradizionale con le nuove sfide poste dai cambiamenti climatici.

Quali sono i possibili benefici offerti dal vostro modello per i decisori pubblici e gli operatori di filiera?
Nonostante i dati dei PAF siano spesso trascurati, possono essere utilizzati per fornire informazioni accurate relative al carbonio stoccato, alla disponibilità di biomassa legnosa e alle sue possibili destinazioni d’uso sul territorio. Questo è fondamentale per supportare i Decisori Pubblici e tutti gli operatori di filiera e garantire la transizione verso economie locali a basse emissioni di carbonio. Infatti, in base a differenti fattori legati alle caratteristiche sia della particella (ad esempio forma di governo, funzione prevalente, metodo di esbosco), sia del territorio (ad esempio accessibilità e viabilità forestale), la disponibilità di biomassa può aumentare o diminuire, e ciò è molto utile per pianificare strategie di intervento e ottimizzare le operazioni di raccolta.

Quali raccomandazioni dareste ai Decisori Pubblici e agli operatori di filiera a partire dai risultati ottenuti? L’impiego del legno per la produzione di energia è un’alternativa da seguire rispetto all’utilizzo del metano?
Nelle aree alpine, dove la copertura forestale è elevata, la disponibilità di biomassa residuale è considerevole e può contribuire in parte a coprire il fabbisogno energetico locale. Pertanto, la raccolta di tale materia prima dovrebbe essere incentivata, anche mediante sussidi pubblici. Questo è importante specialmente dove la diffusione di reti di teleriscaldamento-cogenerazione contribuisce a “generare” energia in maniera più efficiente rispetto ai dispositivi termici domestici (caldaie, stufe a legna) I benefici ottenibili sono differenti e di natura sia economica (aumento dei posti di lavoro e miglioramento dell’autosufficienza energetica), sia ambientale (riduzione del consumo di fonti fossili e delle corrispondenti emissioni di CO2 in atmosfera, gestione attiva del territorio e limitazione dei fenomeni di dissesto idrogeologico).
Nel lungo periodo la generazione di energia con biomassa residuale altrimenti lasciata in foresta e soggetta a decomposizione può portare a un beneficio climatico rispetto all’impiego di fonti fossili. Tuttavia, nel valutare gli effetti di sostituzione di una fonte con l’altra, occorre fare alcune precisazioni: “emissioni evitate” non significa che la combustione di biomassa non generi emissioni in atmosfera, né che non vi siano emissioni lungo la filiera. Il concetto secondo cui la CO2 stoccata nella biomassa derivi dall’atmosfera e venga riassorbita nel tempo ha, infatti, portato a definire il legno come materiale “neutrale” dal punto di vista delle emissioni di CO2 (emissioni nulle lungo tutto il ciclo di vita).
Occorre tuttavia conteggiare tutte le emissioni di CO2 che avvengono lungo la filiera e relative alle fasi di produzione, trasporto e stoccaggio del cippato. Tali emissioni possono variare considerevolmente a seconda di: modalità di gestione forestale, confini del sistema e scenario di riferimento cui con la bioenergia è confrontata. Per tali motivi, il concetto di “neutralità del carbonio” è tuttora molto dibattuto a livello sia scientifico, sia politico, e deve essere valutato attentamente caso per caso.

Breve descrizione del profilo e finalità del dottorato
* Luca Nonini ha conseguito la Laurea in “Scienze Agrarie” presso la Facoltà di Scienze Agrarie e Alimentari dell’Università degli Studi di Milano nel marzo 2015 e, a dicembre dello stesso anno, ha conseguito un Master con borsa di studio presso l’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Milano relativo alla “Gestione delle biomasse e dei processi per la produzione di energia”. Da ottobre 2015 ad agosto 2016 ha preso servizio presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali – Produzione Territorio Agroenergia dell’Università degli Studi di Milano (UniMi-DiSAA) prima come Borsista e poi come Assegnista di Ricerca. Da ottobre 2017 a novembre 2020 è stato titolare di una borsa di studio MIUR per lo svolgimento di un Dottorato di Ricerca presso il DiSAA. La sua principale attività scientifica ha riguardato la quantificazione del carbonio stoccato in foreste alpine, la biomassa legnosa disponibile per fini energetici e la valutazione di prestazioni tecnico-operative di cantieri di meccanizzazione forestale. Da gennaio 2021 è titolare di un Assegno di Ricerca presso il DiSAA.

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