1. Il Pastificio Felicetti è un’impresa familiare con oltre un secolo di storia. Come nasce questa avventura imprenditoriale e quali sono stati i passaggi fondamentali che hanno trasformato un’attività di famiglia in un marchio conosciuto ben oltre i confini del Trentino?
La nostra storia comincia nel 1908, dall’intuizione del mio bisnonno Valentino Felicetti: produrre pasta in montagna, mettendo a valore elementi naturali – l’acqua di sorgente e l’aria delle Dolomiti – che altrove sarebbe stato impossibile trovare. Da quell’esperimento imprenditoriale è nata una storia familiare che ha attraversato cinque generazioni e che ha sempre mantenuto il proprio baricentro in Val di Fiemme, pur avendo fin dalle origini una vocazione che andava oltre i confini locali.
Oggi esportiamo circa due terzi della produzione in una cinquantina di Paesi, con un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato i 70 milioni di euro. La nostra crescita non è stata semplicemente una questione di dimensioni. È passata soprattutto dalla capacità di specializzarci e di investire nella ricerca, cercando di costruire nel tempo una nostra identità nel mondo della pasta. Negli anni Novanta siamo stati tra i primi a puntare sulle produzioni biologiche e successivamente abbiamo sviluppato il lavoro sulle colture monovarietali, che ha trovato nella linea Monograno la sua espressione riconoscibile.
Più recentemente, l’apertura dello stabilimento di Molina ha aumentato la nostra capacità produttiva, accompagnando una presenza sempre più consolidata sui mercati internazionali. Il filo che tiene insieme tutte queste fasi è però lo stesso: riuscire a crescere senza recidere il legame con le origini. Siamo cambiati molto rispetto al 1908, ma continuiamo a produrre in Valle e a considerare il territorio non come lo sfondo della nostra vicenda famigliare e imprenditoriale, ma come una parte sostanziale della nostra identità.
2. Felicetti è oggi sinonimo di pasta di alta qualità e rappresenta una delle eccellenze italiane del settore alimentare. Quali sono gli ingredienti – non soltanto quelli della pasta – che hanno permesso di costruire e mantenere nel tempo questa identità?
Se dovessimo individuare un primo ingrediente, sarebbe probabilmente la coerenza. Naturalmente si parte dalle materie prime, ma altrettanto importante è tutto ciò che avviene prima e dopo: la ricerca sulle varietà di semola, il rapporto con i produttori e agricoltori, l’innovazione tecnologica, la tracciabilità della filiera. La certificazione ISCC Plus ottenuta nel 2025 per la filiera Matt, ad esempio, rafforza un sistema che rende tracciabili l’origine del grano, le pratiche agricole, i volumi e le rese di lavorazione. A questo si aggiunge una cultura aziendale costruita in oltre un secolo di attività: cinque generazioni hanno accumulato competenze, ma soprattutto hanno continuato a metterle in discussione, confrontandosi con il mondo della gastronomia e dell’alta cucina e investendo nella ricerca. La qualità, per noi, non è mai un risultato acquisito una volta per tutte, ma qualcosa che va continuamente ricercato e ricostruito.
3. Produrre pasta nel cuore delle Dolomiti è una scelta che caratterizza fortemente Felicetti. Che cosa significa per voi essere un’impresa di montagna e quanto la Val di Fiemme, con le sue risorse, la sua comunità e la sua cultura, ha contribuito a definire il vostro modo di fare impresa?
Essere un’impresa di montagna significa innanzitutto misurarsi con un contesto che pone condizioni precise. Siamo l’unico pastificio in Europa situato sopra i mille metri di altitudine e da sempre lavoriamo in un territorio nel quale la disponibilità e la qualità delle risorse naturali sono percepite in maniera molto concreta. Questo ha inevitabilmente influenzato il nostro modo di fare impresa. In montagna si sviluppa una consapevolezza molto chiara dei limiti: dello spazio, delle risorse, degli equilibri ambientali. E probabilmente anche una maggiore propensione a costruire relazioni, perché le comunità di valle hanno una lunga tradizione di collaborazione e interdipendenza.
Per noi la Val di Fiemme non è quindi soltanto il luogo in cui sono collocati gli stabilimenti: è un contesto culturale ed economico che ha contribuito a definire il nostro approccio al lavoro e alle responsabilità dell’impresa. Anche la scelta di dedicare i nostri ultimi Bilanci di sostenibilità alle terre alte nasce da qui. L’edizione 2025, incentrata sui ghiacciai, parte dall’osservazione di un fenomeno globale che sulle Alpi è visibile con particolare immediatezza: lo scioglimento, ormai irreversibile, di queste tragiche sentinelle del cambiamento climatico. Un fenomeno che, più di altri, porta a interrogarsi sull’impatto delle proprie attività e sul modo in cui un’azienda può contribuire alla tutela del contesto in cui opera.
4. Qualità e sostenibilità sono sempre più strettamente legate. Per Felicetti la sostenibilità è diventata negli anni parte integrante delle scelte industriali: quali sono stati i principali passi compiuti e quali obiettivi vi siete posti per il futuro?
Negli ultimi anni abbiamo cercato di passare da una somma di buone pratiche a un sistema sempre più strutturato, misurabile e integrato nelle decisioni aziendali: ci siamo dotati di un team Esg, abbiamo definito il piano di sostenibilità 2024-2028 e soprattutto abbiamo lavorato sulla doppia materialità, per leggere in modo sempre più puntuale gli impatti dell’azienda e, contemporaneamente, i rischi e le opportunità che i temi materiali generano per il business. Sul piano operativo, il principio è quello del miglioramento continuo.
Nel 2025, a fronte di un aumento della produzione del 9,8%, l’energia impiegata per ogni tonnellata di pasta è diminuita del 5,9%, mentre il ricorso a fonti fossili è calato dell’1,8% sull’anno precedente. Sul fronte del packaging abbiamo portato le confezioni monomateriali in carta al 32% del totale, raggiungendo in anticipo il traguardo fissato per il 2027, con un risparmio stimato di 137 tonnellate di CO₂e emesse in atmosfera. Per il futuro vogliamo continuare a lavorare con la stessa logica: fissare obiettivi verificabili, misurarne gli effetti e intervenire progressivamente sui diversi ambiti, dai processi produttivi alle filiere agricole, fino ai materiali. Non crediamo che esista una singola soluzione risolutiva: la sostenibilità si costruisce attraverso molti interventi coerenti che, sommati nel tempo, cambiano concretamente il modo di produrre.
5. A settembre è stata inaugurata la nuova centrale a biomassa di Bioenergia Fiemme che fornisce al vostro stabilimento acqua a 140 gradi, sostituendo una parte importante dell’energia precedentemente ottenuta dal gas naturale. Come è nato questo progetto e che valore ha, dal punto di vista energetico, ambientale e industriale, per il Pastificio Felicetti?
Il progetto nasce da un percorso avviato nel 2024 con l’obiettivo di intervenire su una componente particolarmente importante dei nostri consumi: l’energia termica necessaria ai processi produttivi. Attraverso l’estensione della rete di teleriscaldamento di BioEnergia Fiemme, lo stabilimento di Molina può oggi utilizzare acqua surriscaldata prodotta dalla centrale a biomassa alimentata con cippato di legno locale, riducendo in maniera significativa il ricorso alle caldaie a gas naturale.
È un passaggio rilevante perché completa sul fronte termico un lavoro già avviato su quello elettrico, dove acquistiamo energia proveniente al 100% da fonti rinnovabili certificate mediante garanzie d’origine. Gli effetti attesi sono molto concreti: circa 590.000 metri cubi di metano risparmiati ogni anno, 4,8 milioni di kWh termici sostituiti con energia da biomassa e una riduzione stimata delle emissioni pari a 1.152 tonnellate di CO₂e. Dal punto di vista industriale, significa rendere meno dipendente dalle fonti fossili una parte essenziale del ciclo produttivo, attraverso un’infrastruttura stabile e dimensionata per operare nel lungo periodo. È quindi un investimento che tiene insieme efficienza produttiva, riduzione dell’impatto climatico e maggiore coerenza del nostro mix energetico.
6. Il progetto non si ferma alla biomassa: gli scarti della lavorazione della pasta vengono conferiti al nuovo impianto a biogas e contribuiscono alla produzione di biometano, insieme alle matrici provenienti dalle aziende agricole locali. È un esempio molto concreto di economia circolare che mette in relazione industria, agricoltura ed energia. Quanto è importante per voi costruire queste sinergie territoriali e può il “modello Fiemme” diventare un esempio replicabile anche in altri territori italiani?
L’aspetto più interessante è che qui non si tratta semplicemente di sostituire una fonte energetica con un’altra, ma di costruire connessioni tra attività che normalmente verrebbero considerate separate. Gli sfridi della lavorazione della pasta vengono conferiti al biodigestore e diventano una delle matrici utilizzate per produrre biometano: ciò che esce da un processo industriale acquista quindi una nuova funzione all’interno di un’altra filiera. È questa, per noi, la dimensione più concreta dell’economia circolare: non un principio astratto, ma la capacità di progettare sistemi nei quali risorse, competenze e infrastrutture possano essere condivise tra soggetti diversi.
In Val di Fiemme questo è possibile grazie alla presenza e alla collaborazione di imprese e operatori energetici che conoscono molto bene il territorio e possono costruire insieme soluzioni calibrate sulle sue caratteristiche. La collaborazione con BioEnergia Fiemme e BioMetano Fiemme contribuisce così a un progetto che supera l’interesse della singola azienda e partecipa alla costruzione di una comunità energetica territoriale. Non credo abbia senso parlare di un modello da copiare in modo identico altrove: ogni territorio dispone di risorse e filiere differenti. Ciò che può essere replicato è piuttosto il metodo, cioè partire da ciò che un’area possiede e mettere in relazione soggetti diversi per costruire soluzioni che generino un vantaggio condiviso.
