25 anni di FIPER: la storia della filiera del teleriscaldamento a biomassa legnosa in Italia

Nel giorno del venticinquesimo anniversario della nascita di Fiper abbiamo intervistato Walter Righini, fondatore e presidente dal 2001 al 2024, oggi Presidente onorario di Fiper. Con lui abbiamo ripercorso i momenti più importanti della vita dell’associazione, dalla sua fondazione a Milano il 23 marzo 2001 fino ai giorni nostri.

1. Come nasce FIPER e quali erano le priorità all’inizio?

FIPER nasce venticinque anni fa dall’esigenza molto concreta di risolvere alcuni problemi comuni agli impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa allora esistenti.

All’inizio gli impianti erano pochi, cinque i soci fondatori: il sottoscritto con la Tcvvv di Tirano in Lombardia, il Dott. Betta per la società Bioenergia Fiemme di Cavalese, rappresentante la provincia di Trento, il Sindaco Giorgio Ferraris per l’impianto di Calore Verde di Ormea e Carlo Roggiero per la società Ecortermica Servizi di Savigliano in Piemonte, l’ingegnere Pietro Giorgio per la società SEA di Pollein in Valle d’Aosta. A questi si aggiunse subito anche Giacomo Frenademetz per la società Ligna Calor di Badia in provincia di Bolzano, in rappresentanza degli impianti altoatesini, anche se la loro adesione formale avvenne in un secondo momento.

Essendo esperienze pilota, è stato subito fondamentale riunirsi per affrontare difficoltà comuni, soprattutto sul piano finanziario e normativo. Una delle prime tematiche affrontate ha riguardato l’applicazione e  il riconoscimento del credito d’imposta agli utenti finali sull’allacciamento alla rete di teleriscaldamento e sull’energia quale misura compensativa della cosiddetta “carbon tax”: si trattava di trovare una soluzione per la gestione e il recupero del credito d’imposta che le società di teleriscaldamento a biomassa maturavano a fronte dello sconto imposto dallo Stato sia sugli allacciamenti alla rete sia sull’energia fornita agli utenti. Chi produceva calore da biomassa spesso accumulava crediti fiscali che non riusciva a recuperare rapidamente. Questo significava immobilizzare capitali importanti e, in molti casi, dover ricorrere a mutui bancari per garantirsi la liquidità necessaria per l’ampliamento delle reti e degli impianti.

L’idea di creare un’associazione nacque proprio per affrontare insieme questi ostacoli e dialogare con una voce unica con istituzioni e ministeri, in particolare con gli uffici preposti dell’Agenzia delle Entrate a Roma.

A partire dai risultati per risolvere la gestione del credito di imposta e dalla consapevolezza che fosse prioritario rappresentare l’urgenza di intervenire e promuovere la filiera bosco-legno-energia in modo strutturale e pianificato, FIPER in pochi anni crebbe in modo significativo.

In pochi anni si passò da pochi impianti a diverse decine di associati. Il principio era semplice: quando si riesce a risolvere un problema che da soli sarebbe stato impossibile affrontare, l’aggregazione diventa naturale. FIPER è quindi nata come strumento di rappresentanza ma anche come luogo di collaborazione tra operatori di una filiera energetica allora ancora pionieristica in Italia e la sua presenza era quindi diventata un punto di riferimento per gli operatori che si affacciavano per la prima volta a questo settore.

2. Quali sono state le prime battaglie portate avanti dall’associazione?

Uno dei primi fronti su cui FIPER ha lavorato è stato quello dei “certificati bianchi” o “titoli di efficienza energetica” e dei relativi incentivi.

Nei primi anni si era creato un paradosso: gli impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa maturavano titoli di efficienza energetica “di tipo II”, grazie al risparmio di combustibile fossile nella produzione di energia termica, ma non esisteva un vero mercato in cui venderli. Il sistema prevedeva diversi tipi di certificati e, mentre i titoli di efficienza energetica maturati sul risparmio di energia fossile per la produzione di energia elettrica (Tipo I) trovavano facilmente acquirenti, quelli derivanti dalla biomassa restavano spesso inutilizzati.

Questo significava disporre di un potenziale incentivo economico notevole senza poterlo trasformare in risorse concrete. FIPER lavorò a lungo con ministeri e istituzioni e in stretta collaborazione con FIRE, per far accettare al mercato, che peraltro ne aveva necessità, la vendita di detti titoli.

A seguito delle varie interlocuzioni istituzionali, riuscimmo a fare in modo che i certificati fossero più fungibili: chi era obbligato ad acquistare titoli poteva comprare anche quelli di tipo 2, provenienti dalla biomassa. Fu un passaggio fondamentale perché permise agli operatori del settore di monetizzare finalmente i titoli accumulati. Parallelamente l’associazione iniziò a lavorare sul riconoscimento dei crediti di carbonio, le compensazioni delle emissioni di CO₂, grazie all’accordo siglato con la società AzzeroCO2, fondata nel 2004 da Legambiente e Kyoto Club. Già nel 2005 furono realizzate collaborazioni con iniziative ambientali che acquistavano crediti volontari generati dagli impianti a biomassa per compensare le emissioni di eventi e attività.

Era un segnale importante: la filiera iniziava a essere riconosciuta non solo come fonte energetica ma anche come strumento di mitigazione per i cambiamenti climatici già in atto.

 

3. In che modo FIPER ha contribuito a promuovere e sviluppare la filiera del teleriscaldamento a biomassa?

Con il passare degli anni l’associazione ha progressivamente allargato il proprio raggio d’azione.

All’inizio rappresentava quasi esclusivamente gli operatori del teleriscaldamento, cioè chi produceva e distribuiva calore ed energia cogenerativa a biomassa. Col tempo si è capito che per rafforzare davvero il settore era necessario coinvolgere anche gli attori della filiera a monte: produttori di biomassa, imprese forestali, operatori di filiera. L’obiettivo era creare una visione integrata che partisse dal bosco e arrivasse fino alla distribuzione del calore nelle case e alla cogenerazione. In parallelo FIPER ha intensificato il dialogo con istituzioni e autorità di regolazione, partecipando a numerose audizioni e tavoli tecnici con ministeri, autorità energetiche e organismi di gestione degli incentivi ma anche a innumerevoli incontri e convegni in cui illustrare e rappresentare le proprie idee e visioni.

Questo lavoro ha contribuito a dare maggiore visibilità a una tecnologia che, soprattutto negli anni Duemila, era ancora poco conosciuta in Italia. La crescita dell’associazione è stata significativa: nel giro di pochi anni si è passati da una realtà molto piccola a una rete di decine di impianti distribuiti in diverse regioni. Questa espansione ha rafforzato la capacità di rappresentanza e ha permesso di portare avanti con maggiore forza le esigenze di un settore che univa energia rinnovabile, efficienza energetica, gestione forestale sostenibile e sviluppo delle economie locali.

  

4. Fiper ha investito negli anni molte energie nella comunicazione scientifica e divulgativa. Che ruolo ha avuto a suo avviso la comunicazione in questi 25 anni di esperienza?

Costruire e consolidare nel tempo la collaborazione con le università è stato fondamentale per disporre di dati e analisi che ci hanno permesso di promuovere la nostra filiera anche in termini di impatto sociale e occupazionale. Spesso la comparazione sulle diverse fonti rinnovabili non programmabili avveniva esclusivamente sul costo del kWh prodotto, anziché valutare con dati alla mano il valore di quel kWh in termini di redistribuzione del reddito e creazione di posti di lavoro sul territorio. Grazie alla collaborazione con il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università delle Marche e l’Università Statale di Milano, abbiamo realizzato una serie di pubblicazioni scientifiche a partire da un approccio tipicamente micro, ovvero a partire dall’analisi della società, della filiera a monte e a valle per realizzare modelli in aggregato. Si tenga conto che i dati sui consumi termici venivano calcolati sul sell-out degli apparecchi domestici o sulla quantità di gas distribuita. Non si disponeva di una base dati puntuale dell’energia termica prodotta da fonte rinnovabile; Fiper ha iniziato a raccogliere i dati e sistematizzarli degli impianti associati, un primo punto di partenza anche per quantificare in termini economici l’indotto a esso collegato.

Riguardo invece la comunicazione divulgativa, nei primi anni abbiamo puntato alla presenza in TV; i nostri impianti sono stati protagonisti di diverse trasmissioni televisive che miravano a raccontare l’economia circolare che abbiamo messo in atto. Nel corso degli anni poi, anche per far fronte all’infrazione che regioni del bacino padano hanno ricevuto per il superamento delle polveri sottili, abbiamo ritenuto importante investire nella comunicazione soprattutto per “non fare di tutte le biomasse un fascio” e distinguere anche le diverse tipologie di sistemi di abbattimento delle emissioni e quindi i relativi impatti ambientali.  

Per promuovere la filiera del teleriscaldamento a biomassa e le fonti rinnovabili, negli anni, Fiper ha dato alle stampe diverse pubblicazioni: nel 2015 il libro “Biomasse legnose: Petrolio verde per il teleriscaldamento Italiano” con oltre 40 interventi di operatori ed esperti del settore; nel 2018 il libro “Teleriscaldamento a Biomassa: Un investimento per il Territorio” con analisi delle ricadute economiche, energetiche e ambientali su scala locale e nazionale; nel 2019  “Biogas: Driver per la filiera agroalimentare” per offrire una riflessione sul biogas agricolo e sulla filiera ad esso collegata; ed infine nel 2021 il “Report impianti di teleriscaldamento a biomassa e biogas agricolo” 

 

5. A un certo punto FIPER ha provato anche a unire il mondo della biomassa con quello del biogas. Come è andata questa esperienza?

Nel tempo FIPER ha cercato di creare alleanze con altri settori delle bioenergie. Una delle esperienze più significative è stata la collaborazione con il comparto del biogas. L’idea nasceva dalla volontà di fare massa critica e rafforzare il peso delle bioenergie nel dialogo con le istituzioni. Inizialmente alcuni impianti di biogas si associarono direttamente a FIPER, e da lì si sviluppò un tentativo più strutturato di collaborazione tra le due realtà. L’obiettivo era creare un’associazione più ampia capace di rappresentare diverse tecnologie rinnovabili basate sulla biomassa. Tuttavia nel tempo emersero differenze importanti tra i due mondi. Il teleriscaldamento e il biogas avevano modelli economici, sistemi di incentivazione e problematiche regolatorie molto diversi. Questo rendeva difficile portare avanti battaglie comuni senza creare tensioni interne. Dopo alcuni anni di collaborazione, nel 2022 si è deciso consensualmente di interrompere l’esperienza e tornare a percorsi associativi separati. Nonostante ciò, il tentativo rimane significativo perché dimostra la volontà di costruire un sistema energetico rinnovabile integrato. In molti casi le collaborazioni hanno comunque generato idee e progetti innovativi, anche se non sempre hanno trovato applicazioni concrete.

6. FIPER ha promosso anche diversi progetti innovativi. Quali sono stati i più significativi?

Nel corso degli anni l’associazione ha sperimentato numerose iniziative per valorizzare i sottoprodotti delle filiere agricole e forestali. Uno dei progetti più interessanti è stato quello denominato “Fiperfert”, che prevedeva la produzione di fertilizzanti attraverso la combinazione delle ceneri degli impianti a biomassa con il digestato proveniente dagli impianti di biogas. L’idea era creare un ciclo virtuoso di economia circolare. Il progetto però non è riuscito a decollare perché, nel tempo, il digestato è stato sempre più utilizzato direttamente nelle aziende agricole e non era più disponibile nelle quantità necessarie.

Un altro progetto innovativo è stato “Pellet di Bacco”, che prevedeva la produzione di pellet utilizzando le potature dei vigneti. Il concetto era simbolico ma efficace: ogni bottiglia di vino poteva generare anche energia termica grazie agli scarti della viticoltura. Nonostante gli studi tecnici e le sperimentazioni, il progetto non si è sviluppato su larga scala perché il combustibile risultava classificato come pellet agricolo, con limiti normativi più restrittivi rispetto a quello forestale.

Molte di queste idee erano probabilmente in anticipo sui tempi e oggi, con una maggiore attenzione all’economia circolare, potrebbero trovare nuove opportunità di sviluppo.

 

7. Guardando indietro a questi 25 anni, quali sono state le soddisfazioni e le difficoltà più grandi?

Tra le soddisfazioni più grandi c’è sicuramente la crescita dell’associazione, l’aver costruito una rete di persone e competenze attorno a un settore che all’inizio era quasi sconosciuto e i rapporti corretti e collaborativi creati con enti ed istituzioni nazionali e regionali.

Un risultato simbolicamente importante è stato vedere aderire a FIPER anche realtà molto forti come quelle dell’Alto Adige, che storicamente avevano sviluppato autonomamente il teleriscaldamento a biomassa. Significava che l’associazione era diventata un punto di riferimento nazionale.

Il riconoscimento dell’esperienza dei nostri impianti è arrivato anche a livello internazionale: abbiamo preso parte alla delegazione promossa da Regione Lombardia nell’ambito dei 4 motori d’Europa in Argentina, Paraguay a e Uruguay con l’obiettivo di condividere la esperienza della filiera bosco-legno-energia nel Mercosur e sediamo stabilmente nel board di Bioenergy Europe, l’associazione con sede a Bruxelles che riunisce i produttori di bioenergia di tutta Europa.

Accanto ai successi, però, non sono mancati gli ostacoli. Il più grande è stato spesso la burocrazia: normative complesse, procedure lente e difficoltà nel far riconoscere il valore di una filiera energetica rinnovabile legata al territorio, in particolare in aree montane. In alcuni casi FIPER ha dovuto portare le proprie battaglie fino a Bruxelles per far valere le ragioni del settore.

Nonostante le difficoltà, l’associazione ha contribuito a diffondere una visione energetica basata sull’uso sostenibile delle risorse locali. Guardando al futuro, molte delle intuizioni sviluppate negli anni – dall’economia circolare alla valorizzazione degli scarti agricoli – potrebbero diventare sempre più centrali nella transizione energetica anche e soprattutto con riferimento all’attuale difficile momento mondiale.