Noi e il clima, una storia a lieto fine?

Intervista a Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, giornalista scientifico e autore di “Breve storia del clima in Italia” (Einaudi).

Qualche tempo fa Fiper ha avuto il piacere di un breve confronto con il climatologo Luca Mercalli. A lui abbiamo posto qualche domanda sul futuro del clima del nostro pianeta.

1. “Il clima è sempre cambiato quindi non c’è da preoccuparsi”. Questo è uno dei luoghi comuni sul clima. Quali sono gli altri, perché resistono nell’opinione pubblica e come possiamo combatterli?
Il clima della Terra è sempre cambiato, ma per oltre 4,5 miliardi di anni noi non c’eravamo! Ciò che dobbiamo salvaguardare è il clima stabile degli ultimi 10.000 anni, quello che ha consentito lo sviluppo della nostra civiltà. E ora sappiamo che sono i nostri comportamenti a farlo cambiare, non processi naturali. Di altri luoghi comuni che ne sono tanti – come la colpa del sole, che invece non sta inviando più calore alla terra – o i dati sbagliati delle stazioni meteo (ma ci sono i ghiacciai che se ne vanno e agiscono da termometri naturali…). Quando non si vuole affrontare un malanno ci si inventa ogni scusa! Per combattere le fake news ci vuole tempo e buona informazione, cose che in un mondo frenetico dove l’attenzione ha una durata di pochi secondi, e dove i media sono spesso al soldo di interessi economici, purtroppo mancano.

2. Il cambiamento climatico in atto è davvero dovuto solo alle attività antropiche? Come facciamo ad affermarlo?
Conosciamo le cause naturali che hanno fatto cambiare il clima del passato, variazioni dell’orbita terrestre, vulcani, attività solare, e oggi o non stanno operando o hanno tempi di sviluppo così lenti da non essere percepibili. L’unico fattore forzante che giustifica il rapido riscaldamento globale è l’aumento dei gas serra in atmosfera, causato dalla combustione di materiali fossili. I modelli di simulazione matematica del clima, che vengono tarati sulle variazioni note del passato, confermano che l’unica causa rilevante dell’aumento termico attuale è umana. È un’acquisizione scientifica proposta dal Nobel svedese Svante Arrhenius già nel 1896 che è stata sempre confermata da tutte le ricerche successive aiutate oggi dalla straordinaria potenza di calcolo dei supercomputer.

3. Qual è la prospettiva futura sull’aumento della temperatura terrestre? Abbiamo gli strumenti per invertire la rotta e siamo ancora in tempo a fermare la “febbre del pianeta”?
Non possiamo più invertire la rotta, ovvero ritornare al clima preindustriale più fresco, in quanto l’inerzia degli oceani e la lunga permanenza della CO2 in atmosfera hanno tempi di millenni per rientrare, ma possiamo almeno fermare l’ulteriore aumento di temperatura, non oltre i 2 gradi a fine secolo, qualora decidessimo di applicare l’Accordo di Parigi sul clima, che chiede di azzerare le emissioni entro il 2050. Ma per ora le emissioni stanno ancora crescendo.

4. Che ruolo giocano le foreste nella mitigazione del cambiamento climatico? È compatibile la loro funzione ecologica con la loro gestione e valorizzazione energetica con l’uso a cascata del legno prelevato?
Le foreste assorbono CO2 e sono dunque formidabili “pozzi di carbonio”. Purtroppo nei paesi tropicali le tagliamo senza criterio e quindi perdiamo potenzialità di sequestro di CO2. Le foreste ben gestite, dove gli alberi abbattuti vengono ripiantati e il prelievo di legname è in linea con l’attività fotosintetica, svolgono una buona funzione climatica, non dimentichiamo inoltre il loro ruolo nel ciclo dell’acqua, il rifugio per la biodiversità e la protezione dei suoli.

5. Quali azioni vanno messe in campo per fermare il cambiamento climatico? Sono più importanti le azioni che possono essere portate avanti dalla comunità internazionale o dai singoli cittadini?
Il problema è così vasto e complesso che vanno messe in atto tutte le azioni, sia quelle individuali, sia quelle governative e internazionali. Si va dal risparmio di energia al passaggio alle fonti rinnovabili, dal minor consumo di carne alla mobilità elettrica, dall’abolizione dei sussidi all’energia fossile alla tassa sul carbonio.

6. In particolare, quali sono le azioni da fare in Italia? Su cosa dovremmo concentrarci?
Sulla diffusione delle energie rinnovabili, sulla riqualificazione energetica degli edifici e sull’arresto del consumo di suolo causato dalla cementificazione.

Fiper celebra 25 anni: a Milano il confronto su sicurezza energetica, innovazione e comunità

Un convegno per celebrare i venticinque anni di attività ma anche una preziosa occasione per discutere del futuro del settore, con una specifica attenzione al contesto geopolitico ed economico internazionale. 
 
Milano – Una Sala Azionisti di Edison gremita ha ospitato questa mattina il convegno “Sicurezza energetica, innovazione e comunità”, organizzato da Fiper in occasione dei 25 anni dalla sua fondazione. Un appuntamento che ha riunito istituzioni, mondo accademico, associazioni e operatori del settore per un confronto ad alto livello sul futuro dell’energia rinnovabile in Italia.
L’incontro ha approfondito la necessità di un approccio integrato e sistemico alla transizione energetica, capace di valorizzare le specificità territoriali, rafforzare le filiere locali e garantire sicurezza, sostenibilità e competitività nel lungo periodo.
Ad aprire i lavori, coordinati dalla Direttrice responsabile di Quotidiano Energia Romina Maurizi, sono stati i saluti istituzionali del Ministro Gilberto Pichetto Fratin e dell’Assessore agli Enti locali, Montagna e Risorse energetiche di Regione Lombardia Massimo Sertori, seguiti dal benvenuto del padrone di casa Angelo Marzullo, Responsabile Direzione Portfolio Management di Edison Next e dall’intervento del Presidente di Fiper Michele Colli.
 
Il Ministro Gilberto Pichetto Fratin ha aperto il suo discorso inaugurale con il riferimento al contesto internazionale, che pone con forza il tema della sicurezza energetica e richiede uno sforzo da parte del Paese per affrontare al meglio questa fase storica. A questa situazione di instabilità, il settore delle biomasse può fornire un’ottima risposta, aggiungendo la capacità di creare economia circolare, occupazione e sviluppo nei territori in cui opera, con un modello di produzione energetica virtuoso che coniuga gestione forestale sostenibile con l’attenzione alle emissioni e alla tutela dell’ambiente.
 
Al centro del convegno, il tema della sicurezza energetica, sempre più intrecciato con gli equilibri geopolitici ed economici. Su questo, l’Assessore regionale Massimo Sertori ha sottolineato come l’autonomia energetica rappresenti oggi una priorità imprescindibile. La Lombardia, territorio fortemente energivoro con circa 10 milioni di abitanti e un sistema industriale strategico per il Paese, è chiamata ad affrontare una sfida complessa, anche in considerazione del fatto che in prospettiva, il fabbisogno energetico regionale è destinato a crescere, passando dagli attuali 65 TWh annui a circa 70 TWh entro il 2030.
A una situazione straordinaria devono corrispondere azioni straordinarie”, ha dichiarato, evidenziando gli interventi messi in campo dalla Regione, tra cui gli investimenti nel teleriscaldamento e nelle biomasse. Sono stati stanziati 20 milioni di euro per l’efficientamento delle reti, mentre ulteriori misure saranno oggetto di revisione e miglioramento in collaborazione con il settore. L’obiettivo è incrementare la produzione da fonti rinnovabili fino a 10 GW, oltre i target iniziali, per garantire maggiore sicurezza e autonomia energetica.
 
Angelo Marzullo, Direttore Portfolio Management Edison Next ha aperto i lavori del convegno: “Per Edison, che da oltre 140 è parte integrante dello sviluppo energetico del Paese, aver accolto i protagonisti della filiera Legno-Energia significa poter ribadire con chiarezza il nostro impegno verso una transizione energetica del Paese. Abbiamo condiviso la visione sul ruolo strategico della biomassa legnosa nel percorso di decarbonizzazione dell’Italia, nella valorizzazione dei territori e nello sviluppo di una filiera industriale solida, sostenibile e radicata a livello locale. La biomassa legnosa si pone, infatti, come un’opportunità economica e industriale in quanto fonte rinnovabile, programmabile e locale, capace di garantire continuità nella produzione di energia termica per l’industria e per i sistemi di teleriscaldamento, rafforzando la sostenibilità ambientale, la sicurezza e l’indipendenza energetica del Paese. È significativo che, in un contesto geopolitico come quello attuale, caratterizzato da una crescita senza precedenti dei prezzi del gas naturale in Europa, i prezzi della biomassa legnosa abbiano, invece, mostrato una sostanziale stabilità, senza subire le oscillazioni estreme registrate dalle fonti fossili. E mentre si torna a parlare di crisi degli approvvigionamenti, si nota che l’Italia dispone di una superficie complessiva di boschi e terreni boscati pari a circa il 40% del territorio nazionale, grazie a un trend di crescita che indica una dinamica favorevole per considerare la biomassa legnosa come una fonte energetica programmabile”.
 
“Quella di oggi è per noi allo stesso tempo una grande festa per celebrare il nostro venticinquesimo compleanno, ma anche una preziosa occasione di confronto tra i massimi esponenti del settore energetico rinnovabile, sul quale è necessario investire e fare ricerca, per procedere spediti verso l’abbandono delle fonti fossili” dichiara il Presidente di Fiper Michele Colli. “Fiper lavora senza sosta da venticinque anni per promuovere l’utilizzo delle biomasse legnose vergini per la produzione di energia elettrica e termica rinnovabili e la gestione forestale sostenibile delle nostre foreste, come driver di vera innovazione e sviluppo locale. Questo bagaglio di esperienza, insieme alla situazione geopolitica internazionale, ci porta a chiedere con maggiore forza la massima attenzione da parte delle istituzioni per la promozione del nostro settore, sempre più strategico sia in termini ambientali e sociali, sia economici e politici. Per questo stiamo lavorando per creare reti sempre più ramificate e coese per sostenere le esigenze del comparto su tutti i tavoli di lavoro e decisionali di livello regionale, nazionale ed europeo”.
 
Nel corso della mattinata si sono poi alternati contributi di autorevoli relatori, che hanno offerto una visione articolata sulle sfide della transizione energetica, alimentando un dibattito denso di contenuti:
 
Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo delle aree montane, con l’intervento di Anna Giorgi, Responsabie Polo Unimont dell’Università degli studi di Milano, che ha evidenziato la necessità di superare la visione delle montagne come territori marginali. “Le montagne non sono margini, ma risorse strategiche”, ha affermato, ricordando come, per esempio, una parte significativa dell’energia idroelettrica lombarda venga prodotta proprio in questi contesti. Le aree montane, grazie alla loro biodiversità e alle potenzialità della bioeconomia, possono rappresentare un laboratorio per modelli di sviluppo resilienti, economia circolare e innovazione. Centrale, in questo processo, è il ruolo della formazione e del coinvolgimento dei giovani, con Unimont che oggi accoglie circa 250 studenti provenienti da tutta Italia e dall’estero.
 
Sul fronte delle biomasse, Marco Borgarello, Direttore Dipartimento Uso efficiente dell’energia per gli usi finali e territorio di RSE, ha evidenziato come questo settore rappresenti una componente chiave della transizione energetica, non più intesa come semplice fine, ma come strumento per raggiungere sicurezza e competitività. Le biomasse, che già oggi coprono oltre il 65% delle rinnovabili termiche, offrono vantaggi significativi in termini di programmabilità, integrazione con i fabbisogni locali e sviluppo economico dei territori, contribuendo alla creazione di occupazione e alla gestione attiva delle risorse forestali.
 
Irene Di Padua, Policy Director di Bioenergy Europe ha richiamato il quadro normativo europeo, sottolineando il ruolo centrale della Direttiva RED II e della RED III e della nuova Bioeconomy Strategy, pubblicata nel novembre 2025, che orienta le politiche future del settore. In questo contesto, strumenti come il Carbon Removal Certification Framework (CRCF) rappresentano un ulteriore passo verso il riconoscimento del contributo della bioenergia alla decarbonizzazione.
 
Il ruolo degli incentivi e dell’innovazione è stato approfondito da Luca Barberis, Direttore Direzione Fonti Rinnovabili di GSE, che ha evidenziato come i meccanismi di supporto non si limitino a sostenere gli investimenti, ma favoriscano anche lo sviluppo di nuovi modelli energetici. In particolare, le comunità energetiche rappresentano un esempio concreto di sistema circolare, in cui produzione e consumo si integrano, aumentando la resilienza rispetto alle fluttuazioni del mercato e le biomasse sono strumenti importanti di economia circolare e valorizzazione dei territori e delle comunità.
 
Antonio Nicoletti della Segreteria nazionale di Legambiente, ha posto l’attenzione sul patrimonio forestale italiano, cresciuto negli ultimi anni ma ancora poco valorizzato. Solo il 20% delle foreste è attualmente pianificato, a fronte di un’elevata disponibilità di risorse che potrebbero essere meglio integrate nelle filiere energetiche nazionali. “È necessario investire in tutte le fonti rinnovabili, comprese le biomasse, e rafforzare il peso del settore forestale anche a livello europeo”, ha sottolineato, rilanciando la proposta di istituire una Direzione generale dedicata alle foreste in ambito UE.
 
Francesco Demichelis, Responsabile Direzione Teleriscaldamento Edison Next, ha dato una panoramica degli impianti a biomassa di Edison Next, a testimonianza dell’impegno per lo sviluppo del settore da parte della società energetica: “Grazie a soluzioni a biomassa legnosa e grazie alla nostra capacità d’investimento, decarbonizziamo il calore necessario per i processi produttivi e per il riscaldamento di edifici pubblici e privati, stabilizzando la spesa energetica. Gestiamo 48 impianti a biomassa in grado di produrre complessivamente quasi 50 MW termici, gestendo oltre 88.000 tonnellate di biomassa all’anno. Inoltre, sono in fase di sviluppo più di 10 nuovi impianti a biomassa con capacità produttiva superiore a 30 MW termici, grazie alla gestione di oltre 30.000 tonnellate di biomassa. Si tratta di impianti concentrati prevalentemente nel nord Italia, dedicati soprattutto ad alimentare reti di teleriscaldamento, in grado di valorizzare i territori portando crescita sostenibile alle realtà locali e vantaggi economici per la comunità. Un esempio concreto è rappresentato dallo sviluppo di una nuova rete di teleriscaldamento alimentata al 100% da biomassa legnosa da filiera corta locale presso il Comune di Cervignano del Friuli. Ma siamo anche impegnati a diffondere l’utilizzo della biomassa a uso industriale per sostenere la competitività delle imprese e il raggiungimento dei propri obiettivi di sostenibilità. Lo dimostrano le partnership avviate con lo stabilimento di Cuneo di Michelin, dove un sistema integrato di interventi all’avanguardia include anche caldaie a biomassa legnosa da filiera corta, e con Marzotto Group e il Comune di Valdagno, dove una nuova rete di teleriscaldamento verrà alimentata da un impianto composto anche da una caldaia a biomassa legnosa. Il nuovo impianto verrà ospitato presso lo stabilimento di Marzotto Group a Valdagno, che potrà soddisfare una parte rilevante del proprio fabbisogno energetico con l’energia elettrica rinnovabile prodotta, mentre l’energia termica verrà distribuita alla comunità locale attraverso la relativa infrastruttura, testimoniando l’importanza di partnership tra pubblico e privato in grado di generare valore per le imprese e i territori”.
 
Scarica le presentazioni dei relatori:

Guarda il video integrale del convegno:

25 anni di FIPER: la storia della filiera del teleriscaldamento a biomassa legnosa in Italia

Nel giorno del venticinquesimo anniversario della nascita di Fiper abbiamo intervistato Walter Righini, fondatore e presidente dal 2001 al 2024, oggi Presidente onorario di Fiper. Con lui abbiamo ripercorso i momenti più importanti della vita dell’associazione, dalla sua fondazione a Milano il 23 marzo 2001 fino ai giorni nostri.

1. Come nasce FIPER e quali erano le priorità all’inizio?

FIPER nasce venticinque anni fa dall’esigenza molto concreta di risolvere alcuni problemi comuni agli impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa allora esistenti.

All’inizio gli impianti erano pochi, cinque i soci fondatori: il sottoscritto con la Tcvvv di Tirano in Lombardia, il Dott. Betta per la società Bioenergia Fiemme di Cavalese, rappresentante la provincia di Trento, il Sindaco Giorgio Ferraris per l’impianto di Calore Verde di Ormea e Carlo Roggiero per la società Ecortermica Servizi di Savigliano in Piemonte, l’ingegnere Pietro Giorgio per la società SEA di Pollein in Valle d’Aosta. A questi si aggiunse subito anche Giacomo Frenademetz per la società Ligna Calor di Badia in provincia di Bolzano, in rappresentanza degli impianti altoatesini, anche se la loro adesione formale avvenne in un secondo momento.

Essendo esperienze pilota, è stato subito fondamentale riunirsi per affrontare difficoltà comuni, soprattutto sul piano finanziario e normativo. Una delle prime tematiche affrontate ha riguardato l’applicazione e  il riconoscimento del credito d’imposta agli utenti finali sull’allacciamento alla rete di teleriscaldamento e sull’energia quale misura compensativa della cosiddetta “carbon tax”: si trattava di trovare una soluzione per la gestione e il recupero del credito d’imposta che le società di teleriscaldamento a biomassa maturavano a fronte dello sconto imposto dallo Stato sia sugli allacciamenti alla rete sia sull’energia fornita agli utenti. Chi produceva calore da biomassa spesso accumulava crediti fiscali che non riusciva a recuperare rapidamente. Questo significava immobilizzare capitali importanti e, in molti casi, dover ricorrere a mutui bancari per garantirsi la liquidità necessaria per l’ampliamento delle reti e degli impianti.

L’idea di creare un’associazione nacque proprio per affrontare insieme questi ostacoli e dialogare con una voce unica con istituzioni e ministeri, in particolare con gli uffici preposti dell’Agenzia delle Entrate a Roma.

A partire dai risultati per risolvere la gestione del credito di imposta e dalla consapevolezza che fosse prioritario rappresentare l’urgenza di intervenire e promuovere la filiera bosco-legno-energia in modo strutturale e pianificato, FIPER in pochi anni crebbe in modo significativo.

In pochi anni si passò da pochi impianti a diverse decine di associati. Il principio era semplice: quando si riesce a risolvere un problema che da soli sarebbe stato impossibile affrontare, l’aggregazione diventa naturale. FIPER è quindi nata come strumento di rappresentanza ma anche come luogo di collaborazione tra operatori di una filiera energetica allora ancora pionieristica in Italia e la sua presenza era quindi diventata un punto di riferimento per gli operatori che si affacciavano per la prima volta a questo settore.

2. Quali sono state le prime battaglie portate avanti dall’associazione?

Uno dei primi fronti su cui FIPER ha lavorato è stato quello dei “certificati bianchi” o “titoli di efficienza energetica” e dei relativi incentivi.

Nei primi anni si era creato un paradosso: gli impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa maturavano titoli di efficienza energetica “di tipo II”, grazie al risparmio di combustibile fossile nella produzione di energia termica, ma non esisteva un vero mercato in cui venderli. Il sistema prevedeva diversi tipi di certificati e, mentre i titoli di efficienza energetica maturati sul risparmio di energia fossile per la produzione di energia elettrica (Tipo I) trovavano facilmente acquirenti, quelli derivanti dalla biomassa restavano spesso inutilizzati.

Questo significava disporre di un potenziale incentivo economico notevole senza poterlo trasformare in risorse concrete. FIPER lavorò a lungo con ministeri e istituzioni e in stretta collaborazione con FIRE, per far accettare al mercato, che peraltro ne aveva necessità, la vendita di detti titoli.

A seguito delle varie interlocuzioni istituzionali, riuscimmo a fare in modo che i certificati fossero più fungibili: chi era obbligato ad acquistare titoli poteva comprare anche quelli di tipo 2, provenienti dalla biomassa. Fu un passaggio fondamentale perché permise agli operatori del settore di monetizzare finalmente i titoli accumulati. Parallelamente l’associazione iniziò a lavorare sul riconoscimento dei crediti di carbonio, le compensazioni delle emissioni di CO₂, grazie all’accordo siglato con la società AzzeroCO2, fondata nel 2004 da Legambiente e Kyoto Club. Già nel 2005 furono realizzate collaborazioni con iniziative ambientali che acquistavano crediti volontari generati dagli impianti a biomassa per compensare le emissioni di eventi e attività.

Era un segnale importante: la filiera iniziava a essere riconosciuta non solo come fonte energetica ma anche come strumento di mitigazione per i cambiamenti climatici già in atto.

 

3. In che modo FIPER ha contribuito a promuovere e sviluppare la filiera del teleriscaldamento a biomassa?

Con il passare degli anni l’associazione ha progressivamente allargato il proprio raggio d’azione.

All’inizio rappresentava quasi esclusivamente gli operatori del teleriscaldamento, cioè chi produceva e distribuiva calore ed energia cogenerativa a biomassa. Col tempo si è capito che per rafforzare davvero il settore era necessario coinvolgere anche gli attori della filiera a monte: produttori di biomassa, imprese forestali, operatori di filiera. L’obiettivo era creare una visione integrata che partisse dal bosco e arrivasse fino alla distribuzione del calore nelle case e alla cogenerazione. In parallelo FIPER ha intensificato il dialogo con istituzioni e autorità di regolazione, partecipando a numerose audizioni e tavoli tecnici con ministeri, autorità energetiche e organismi di gestione degli incentivi ma anche a innumerevoli incontri e convegni in cui illustrare e rappresentare le proprie idee e visioni.

Questo lavoro ha contribuito a dare maggiore visibilità a una tecnologia che, soprattutto negli anni Duemila, era ancora poco conosciuta in Italia. La crescita dell’associazione è stata significativa: nel giro di pochi anni si è passati da una realtà molto piccola a una rete di decine di impianti distribuiti in diverse regioni. Questa espansione ha rafforzato la capacità di rappresentanza e ha permesso di portare avanti con maggiore forza le esigenze di un settore che univa energia rinnovabile, efficienza energetica, gestione forestale sostenibile e sviluppo delle economie locali.

  

4. Fiper ha investito negli anni molte energie nella comunicazione scientifica e divulgativa. Che ruolo ha avuto a suo avviso la comunicazione in questi 25 anni di esperienza?

Costruire e consolidare nel tempo la collaborazione con le università è stato fondamentale per disporre di dati e analisi che ci hanno permesso di promuovere la nostra filiera anche in termini di impatto sociale e occupazionale. Spesso la comparazione sulle diverse fonti rinnovabili non programmabili avveniva esclusivamente sul costo del kWh prodotto, anziché valutare con dati alla mano il valore di quel kWh in termini di redistribuzione del reddito e creazione di posti di lavoro sul territorio. Grazie alla collaborazione con il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università delle Marche e l’Università Statale di Milano, abbiamo realizzato una serie di pubblicazioni scientifiche a partire da un approccio tipicamente micro, ovvero a partire dall’analisi della società, della filiera a monte e a valle per realizzare modelli in aggregato. Si tenga conto che i dati sui consumi termici venivano calcolati sul sell-out degli apparecchi domestici o sulla quantità di gas distribuita. Non si disponeva di una base dati puntuale dell’energia termica prodotta da fonte rinnovabile; Fiper ha iniziato a raccogliere i dati e sistematizzarli degli impianti associati, un primo punto di partenza anche per quantificare in termini economici l’indotto a esso collegato.

Riguardo invece la comunicazione divulgativa, nei primi anni abbiamo puntato alla presenza in TV; i nostri impianti sono stati protagonisti di diverse trasmissioni televisive che miravano a raccontare l’economia circolare che abbiamo messo in atto. Nel corso degli anni poi, anche per far fronte all’infrazione che regioni del bacino padano hanno ricevuto per il superamento delle polveri sottili, abbiamo ritenuto importante investire nella comunicazione soprattutto per “non fare di tutte le biomasse un fascio” e distinguere anche le diverse tipologie di sistemi di abbattimento delle emissioni e quindi i relativi impatti ambientali.  

Per promuovere la filiera del teleriscaldamento a biomassa e le fonti rinnovabili, negli anni, Fiper ha dato alle stampe diverse pubblicazioni: nel 2015 il libro “Biomasse legnose: Petrolio verde per il teleriscaldamento Italiano” con oltre 40 interventi di operatori ed esperti del settore; nel 2018 il libro “Teleriscaldamento a Biomassa: Un investimento per il Territorio” con analisi delle ricadute economiche, energetiche e ambientali su scala locale e nazionale; nel 2019  “Biogas: Driver per la filiera agroalimentare” per offrire una riflessione sul biogas agricolo e sulla filiera ad esso collegata; ed infine nel 2021 il “Report impianti di teleriscaldamento a biomassa e biogas agricolo” 

 

5. A un certo punto FIPER ha provato anche a unire il mondo della biomassa con quello del biogas. Come è andata questa esperienza?

Nel tempo FIPER ha cercato di creare alleanze con altri settori delle bioenergie. Una delle esperienze più significative è stata la collaborazione con il comparto del biogas. L’idea nasceva dalla volontà di fare massa critica e rafforzare il peso delle bioenergie nel dialogo con le istituzioni. Inizialmente alcuni impianti di biogas si associarono direttamente a FIPER, e da lì si sviluppò un tentativo più strutturato di collaborazione tra le due realtà. L’obiettivo era creare un’associazione più ampia capace di rappresentare diverse tecnologie rinnovabili basate sulla biomassa. Tuttavia nel tempo emersero differenze importanti tra i due mondi. Il teleriscaldamento e il biogas avevano modelli economici, sistemi di incentivazione e problematiche regolatorie molto diversi. Questo rendeva difficile portare avanti battaglie comuni senza creare tensioni interne. Dopo alcuni anni di collaborazione, nel 2022 si è deciso consensualmente di interrompere l’esperienza e tornare a percorsi associativi separati. Nonostante ciò, il tentativo rimane significativo perché dimostra la volontà di costruire un sistema energetico rinnovabile integrato. In molti casi le collaborazioni hanno comunque generato idee e progetti innovativi, anche se non sempre hanno trovato applicazioni concrete.

6. FIPER ha promosso anche diversi progetti innovativi. Quali sono stati i più significativi?

Nel corso degli anni l’associazione ha sperimentato numerose iniziative per valorizzare i sottoprodotti delle filiere agricole e forestali. Uno dei progetti più interessanti è stato quello denominato “Fiperfert”, che prevedeva la produzione di fertilizzanti attraverso la combinazione delle ceneri degli impianti a biomassa con il digestato proveniente dagli impianti di biogas. L’idea era creare un ciclo virtuoso di economia circolare. Il progetto però non è riuscito a decollare perché, nel tempo, il digestato è stato sempre più utilizzato direttamente nelle aziende agricole e non era più disponibile nelle quantità necessarie.

Un altro progetto innovativo è stato “Pellet di Bacco”, che prevedeva la produzione di pellet utilizzando le potature dei vigneti. Il concetto era simbolico ma efficace: ogni bottiglia di vino poteva generare anche energia termica grazie agli scarti della viticoltura. Nonostante gli studi tecnici e le sperimentazioni, il progetto non si è sviluppato su larga scala perché il combustibile risultava classificato come pellet agricolo, con limiti normativi più restrittivi rispetto a quello forestale.

Molte di queste idee erano probabilmente in anticipo sui tempi e oggi, con una maggiore attenzione all’economia circolare, potrebbero trovare nuove opportunità di sviluppo.

 

7. Guardando indietro a questi 25 anni, quali sono state le soddisfazioni e le difficoltà più grandi?

Tra le soddisfazioni più grandi c’è sicuramente la crescita dell’associazione, l’aver costruito una rete di persone e competenze attorno a un settore che all’inizio era quasi sconosciuto e i rapporti corretti e collaborativi creati con enti ed istituzioni nazionali e regionali.

Un risultato simbolicamente importante è stato vedere aderire a FIPER anche realtà molto forti come quelle dell’Alto Adige, che storicamente avevano sviluppato autonomamente il teleriscaldamento a biomassa. Significava che l’associazione era diventata un punto di riferimento nazionale.

Il riconoscimento dell’esperienza dei nostri impianti è arrivato anche a livello internazionale: abbiamo preso parte alla delegazione promossa da Regione Lombardia nell’ambito dei 4 motori d’Europa in Argentina, Paraguay a e Uruguay con l’obiettivo di condividere la esperienza della filiera bosco-legno-energia nel Mercosur e sediamo stabilmente nel board di Bioenergy Europe, l’associazione con sede a Bruxelles che riunisce i produttori di bioenergia di tutta Europa.

Accanto ai successi, però, non sono mancati gli ostacoli. Il più grande è stato spesso la burocrazia: normative complesse, procedure lente e difficoltà nel far riconoscere il valore di una filiera energetica rinnovabile legata al territorio, in particolare in aree montane. In alcuni casi FIPER ha dovuto portare le proprie battaglie fino a Bruxelles per far valere le ragioni del settore.

Nonostante le difficoltà, l’associazione ha contribuito a diffondere una visione energetica basata sull’uso sostenibile delle risorse locali. Guardando al futuro, molte delle intuizioni sviluppate negli anni – dall’economia circolare alla valorizzazione degli scarti agricoli – potrebbero diventare sempre più centrali nella transizione energetica anche e soprattutto con riferimento all’attuale difficile momento mondiale.

Foreste al femminile: competenze, innovazione e leadership per il futuro del settore

Il settore forestale italiano sta attraversando una fase di profonda trasformazione, chiamato a rispondere alle sfide della transizione energetica, della gestione sostenibile delle risorse naturali e della sicurezza dei territori. In questo scenario, il contributo delle donne rappresenta una risorsa sempre più strategica per rafforzare competenze, innovazione e capacità decisionale lungo l’intera filiera.

Il tema è stato al centro del convegno “Foreste: femminile, plurale”, svoltosi lo scorso 27 febbraio nell’ambito di Progetto Fuoco a Verona, organizzato e promosso dalla nascente Rete Donne Foreste, di cui anche Fiper è parte attiva. L’incontro ha rappresentato un momento di confronto tra istituzioni, mondo della ricerca, imprese e professioniste del settore, con l’obiettivo di valorizzare il ruolo femminile nella filiera forestale e rafforzarne la presenza nei luoghi decisionali.

I numeri mostrano una realtà in evoluzione ma ancora caratterizzata da margini di crescita. In Italia sono 366.000 le imprese femminili attive nel settore primario, pari al 31,5% del totale, ma mediamente sono di dimensioni più ridotte rispetto a quelle guidate da uomini (7,7 ettari contro 12) e c’è una minore presenza di donne nei ruoli apicali. Nel comparto della silvicoltura e delle attività forestali, la quota di imprese guidate da donne si attesta intorno al 12%, segno di una presenza significativa ma ancora limitata in un settore tradizionalmente maschile.

Guardando al lavoro complessivo nelle campagne e nei territori rurali, i dati indicano che oltre un quarto degli occupati in agricoltura in Italia è donna, mentre circa un’azienda agricola su tre è guidata da imprenditrici. Nonostante questo peso numerico, la presenza femminile si riduce progressivamente nei livelli decisionali, nelle organizzazioni di rappresentanza e nei luoghi in cui si definiscono le politiche agricole e forestali. Inoltre il divario salariale di genere nel settore forestale e agricolo vede le donne svantaggiate, con retribuzioni orarie spesso inferiori a causa di maggiore precarietà, contratti part-time e ruoli meno qualificati.

La situazione non riguarda solo l’Italia. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), le donne rappresentano circa il 43% della forza lavoro agricola nei Paesi in via di sviluppo e svolgono un ruolo centrale nella gestione delle risorse naturali. Allo stesso tempo, l’organizzazione evidenzia che il divario nell’accesso a terra, credito, formazione e tecnologie continua a limitare il pieno sviluppo del loro potenziale economico. Colmare questo gap potrebbe aumentare significativamente la produttività agricola e forestale e rafforzare la sicurezza alimentare e ambientale.

Il ruolo delle donne nelle economie forestali è ancora più evidente: sempre secondo la FAO, oltre un miliardo di donne nel mondo dipende dalle foreste per il proprio sostentamento, partecipando alla gestione delle risorse, alla raccolta di prodotti forestali e alle attività economiche collegate alla filiera del legno.

Anche nel campo della ricerca forestale emergono segnali simili a quelli sopra descritti: la presenza femminile tra ricercatrici e giovani professioniste è infatti in crescita, ma resta ancora sottorappresentata nei ruoli di leadership scientifica e nelle posizioni decisionali delle istituzioni di ricerca e delle organizzazioni internazionali. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) presenta una forza lavoro sostanzialmente equilibrata, con il 53% di uomini e il 47% di donne. Nonostante dunque una buona rappresentanza femminile complessiva, persiste una “forbice delle carriere” con una sotto-rappresentazione femminile nei ruoli dirigenziali (22%).

Proprio per valorizzare questo patrimonio di competenze ancora per gran parte inespresso è nata la Rete Donne Foreste, un’iniziativa promossa da professioniste del settore con il supporto di diverse organizzazioni, con lo scopo di favorire il networking tra professioniste, sviluppare attività di mentoring, mappare competenze e rafforzare la presenza femminile nei contesti decisionali che orientano le politiche forestali.

In questo percorso Fiper svolge un ruolo attivo, portando all’interno della rete l’esperienza maturata nella valorizzazione energetica sostenibile delle biomasse legnose e nella promozione delle filiere territoriali del teleriscaldamento a biomassa. La partecipazione dell’associazione testimonia l’impegno a sostenere una transizione energetica inclusiva, capace di valorizzare il contributo di tutte le professionalità che operano nella gestione delle risorse forestali.

Nell’ottica di una fruttuosa collaborazione e del sostegno agli obiettivi della Rete, Fiper ha contribuito alla realizzazione e al lancio, nella giornata dell’8 marzo, la campagna social della Rete Donne Foreste “Il mio ufficio non ha pareti”, che attraverso delle video-interviste a operatrici e operatori del settore forestale, si propone di raccontare dalla loro viva voce, esperienze, difficoltà, prospettive e progetti futuri sul lavoro delle donne in questo specifico ambito.

Il lavoro della Rete proseguirà poi nei prossimi mesi con l’obiettivo di strutturare formalmente l’organizzazione e rafforzarne le attività. Un passaggio importante sarà la firma dell’atto costitutivo, prevista a Milano il 17 aprile, in occasione del convegno organizzato da Fiper “Sicurezza energetica, innovazione e comunità”, un appuntamento che riunirà istituzioni, imprese e mondo della ricerca per discutere il ruolo delle biomasse e delle foreste nella transizione energetica del Paese.

C’è dunque, tra le donne del settore forestale, un movimento attivo ed entusiastico avviato: un segnale concreto di quale sia l’obiettivo comune, vale a dire che il futuro del settore forestale passi sempre più dalla capacità di riconoscere e valorizzare il talento, le competenze e la visione delle donne che ogni giorno contribuiscono alla gestione sostenibile delle nostre foreste.

Guarda il primo video della campagna Instagram “Il mio ufficio non ha pareti”

Bella, buona e intelligente: ecco la scuola del futuro.

Il progetto di decarbonizzazione del Complesso Scolastico Parco Nord, situato alle porte di Milano, è il più grande intervento a livello europeo, di riqualificazione energetico-ambientale del settore scolastico. Il campus accoglie ogni giorno ca 5.000 studenti e oltre 6.000 persone: luogo che oggi si distingue come un laboratorio permanente di sostenibilità, dove studenti, docenti e cittadini possono sperimentare concretamente il significato della transizione ecologica. L’intervento ha preso avvio nel 2017 su iniziativa dell’azienda Carbotermo, in collaborazione con Città Metropolitana di Milano, attraverso il modello del PPP (partenariato pubblico – privato).

Sin dalle prime fasi il progetto si è posto obiettivi chiari e molto sfidanti:

  • La riduzione significativa dei consumi energetici;
  • L’eliminazione completa dell’uso dei combustibili fossili;
  • L’abbattimento delle emissioni climalteranti;
  • La restituzione alla comunità di un campus efficiente e orientato alla sostenibilità.

Si tratta di un intervento che è voluto andare oltre la mera riqualificazione energetica, attuando un vero e proprio cambiamento del modo di vivere l’ambiente scolastico, fondandosi sul principio che l’essere umano non è mai indifferente al contesto in cui vive: un ambiente sano ed efficiente non solo migliora la qualità della vita, ma educa, ispira e trasforma. È questa la visione che dà vita a una scuola bella, buona e intelligente, una scuola che non solo insegna, ma trasforma il modo di vivere oggi e di pensare il domani. La sfida della transizione energetica non può prescindere dagli spazi in cui crescono e si formano le nuove generazioni: intervenire sull’ambiente scolastico, trasformandolo in un modello sostenibile, reale e replicabile, favorisce un cambiamento perché un edificio scolastico rinnovabile non è semplicemente un luogo in cui si impara la sostenibilità: è esso stesso la sostenibilità in pratica.

Il progetto si è sviluppato su tre direttrici principali:

  1. Efficienza energetica degli edifici
  • Isolamento termico delle facciate e delle coperture;
  • Realizzazione di 9.000 m² di tetti verdi;
  • Relamping con oltre 6.300 corpi illuminanti a LED.
  1. Autonomia energetica Potenziamento del fotovoltaico
  • Nuova cabina elettrica e impianti di climatizzazione ad alta efficienza;
  • Realizzazione di un impianto a biomasse da 2 MW collegato a una rete di teleriscaldamento di 2 km, che ha consentito l’azzeramento dell’uso del gas metano fossile.
  1. Cultura della sostenibilità Installazione di schermi e QR code per monitorare in tempo reale i risultati energetici e ambientali
  • Nuove infrastrutture per la mobilità sostenibile (ricariche per bici elettriche, casetta dell’acqua per ridurre la plastica);
  • Realizzazione di nuove aule e spazi funzionali e laboratori concepiti come strumenti permanenti di sensibilizzazione e apprendimento.

I risultati raggiunti sono stati di grande rilievo. L’intervento ha permesso di ridurre del 94% le emissioni di CO₂-eq, di migliorare le prestazioni energetiche degli edifici con un salto di sei classi – dalla G alla A4 – e di tagliare i consumi complessivi di oltre 2.500 MWh all’anno. I tetti verdi e le nuove soluzioni di gestione delle acque hanno migliorato il microclima urbano, contribuendo alla qualità dell’aria e a un ambiente più sano e vivibile. Ma il valore del progetto non si esaurisce nei numeri. La vera innovazione è aver trasformato il campus in un laboratorio permanente di sostenibilità: ogni intervento – dalle nuove aule ai laboratori, dagli spazi dedicati alla mobilità sostenibile agli strumenti interattivi – è pensato per rendere la sostenibilità parte della vita quotidiana. Questo rende il Parco Nord un modello concreto e replicabile. Non solo un progetto tecnico, ma un’esperienza che dimostra come le scuole possano diventare veri e propri motori di cambiamento culturale e sociale. Un patrimonio che va oltre i confini del Campus e indica una strada percorribile per molte altre realtà italiane, chiamate a rispondere insieme alla sfida del cambiamento climatico e accompagnare le nuove generazioni verso un futuro più sostenibile.

Il risultato al centro di un convegno di respiro nazionale

La Scuola del Parco Nord di Cinisello Balsamo è stata nei giorni scorsi al centro del convegno “Scuola di Futuro – L’energia che forma il domani”, promosso da Carbotermo e Città Metropolitana di Milano, che ha riunito istituzioni, mondo scientifico, scuola e imprese per discutere di riqualificazione energetica, innovazione e sostenibilità dell’edilizia scolastica.

L’evento ha rappresentato un momento di confronto di alto livello su uno dei progetti di riqualificazione scolastica più significativi in ambito europeo, capace di coniugare efficienza energetica, uso di fonti rinnovabili, riduzione delle emissioni e qualità degli spazi educativi. Al centro del dibattito, il ruolo della scuola come laboratorio di innovazione e presidio strategico nella lotta al cambiamento climatico.

Il convegno ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, del mondo scientifico e del settore energetico, oltre alla testimonianza diretta degli studenti, veri protagonisti della scuola di domani.

I lavori si sono aperti con l’intervento del climatologo Luca Mercalli, il quale ha tenuto una lectio magistralis agli studenti sulle energie rinnovabili e l’importanza del loro impiego per combattere il cambiamento climatico.

Ospite d’eccezione della giornata, il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il quale ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra pubblico e privato in progetti per la riqualificazione degli edifici scolastici come quello del Parco Nord.

Nel corso dei lavori, Carbotermo ha illustrato il percorso che ha portato alla realizzazione di un intervento complesso e integrato, basato sul teleriscaldamento alimentato da biomassa legnosa, sull’ammodernamento impiantistico e su soluzioni progettuali orientate alla sostenibilità di lungo periodo. Un modello che dimostra come il partenariato pubblico-privato possa essere uno strumento efficace per il rilancio del patrimonio edilizio scolastico.

Interessanti spunti sul tema della transizione energetica sono emersi anche dalla tavola rotonda alla quale hanno preso parte il past president di GSE Paolo Arrigoni, l’AD di RSE Franco Cotana, il presidente di Fiper Michele Colli e il deputato Luca Squeri, membro della commissione attività produttive, commercio e turismo della Camera dei Deputati.

A conclusione dell’evento, i partecipanti hanno potuto visitare gli impianti e gli interventi realizzati, toccando con mano i risultati di una visione condivisa di sviluppo sostenibile.

La Scuola del Parco Nord è la dimostrazione che la transizione energetica può diventare un’opportunità concreta per migliorare la qualità dell’istruzione e il benessere delle comunità ed è inoltre una buona pratica replicabile in tanti edifici pubblici e scolastici che necessitano da tempo di una vera riqualificazione. È un intervento che nasce come partenariato pubblico-privato di iniziativa privata nel lontano 2017. Ha richiesto un lungo e approfondito studio e un duro lavoro, ma che sta già mostrando i suoi frutti. E’ la dimostrazione che la sinergia tra pubblico e privato può essere una formula vincente per questo tio di interventi” – ha dichiarato Paolo Giarda, responsabile energie rinnovabili di Carbotermo – “Investire in scuole efficienti e sostenibili significa non mentire agli studenti; si dichiara l’attuazione di una transizione energetica che superi il modello del ‘900 fondato su carbone-petrolio-gas. Non mentire. Perché non sarà credibile insegnare il superamento delle fonti fossili e dell’inefficienza energetica all’interno di scuole che rinnegano le parole spese”.

Quello che abbiamo ammirato oggi è un esempio di eccellenza unico nel panorama del teleriscaldamento a biomasse in Italia, per noi motivo d’orgoglio” – ha dichiarato il Presidente di Fiper Michele Colli – “questo intervento dimostra nei fatti che si può fare teleriscaldamento a biomasse a km zero anche in pianura, in un’area urbana della cinta metropolitana di Milano, riducendo drasticamente le emissioni ed efficientando tutto il sistema. Una best practice che deve… fare scuola!”

Con “Scuola di Futuro”, Fiper e Carbotermo confermano il proprio impegno nel promuovere soluzioni energetiche innovative al servizio dei territori e delle nuove generazioni, per una transizione energetica fattiva e un futuro davvero sostenibile.

25 anni di reti, innovazione e gestione dei territori per la transizione energetica

Il 2026 si apre in un contesto internazionale complesso, segnato da forti tensioni geopolitiche che continuano a incidere in modo diretto sull’approvvigionamento presente e futuro dei combustibili fossili, sulla volatilità dei prezzi dell’energia e sulla sicurezza energetica dei Paesi europei. È uno scenario che conferma, ancora una volta, quanto sia urgente accelerare il processo di decarbonizzazione dell’economia italiana, valorizzando un mix energetico equilibrato, sostenibile e fondato sulle risorse rinnovabili programmabili locali, a filiera corta.

In questo quadro, il teleriscaldamento rinnovabile a biomassa rappresenta una soluzione matura, affidabile e strategica per i territori, in grado di coniugare sicurezza energetica, riduzione delle emissioni, sviluppo locale e gestione attiva e sostenibile delle foreste.

 

2026: FIPER compie 25 anni

Il 2026 è un anno speciale per FIPER: celebriamo 25 anni dalla fondazione dell’Associazione, nata nel 2001 dall’intuizione e dall’impegno di Walter Righini e di altri operatori: dei veri pionieri, che hanno creduto nel ruolo delle biomasse legnose e del teleriscaldamento come leva di sviluppo sostenibile per le aree montane e interne del Paese.

In questi anni FIPER è cresciuta, si è strutturata, ha ampliato la propria rappresentanza ed è diventata un punto di riferimento nazionale ed europeo per il settore. Per raccontare questo percorso, stiamo raccogliendo approfondimenti e testimonianze, per ripercorrere le tappe fondamentali della nostra storia, le sfide affrontate e la visione che continua a guidare l’azione dell’Associazione. Saremo felici di condividerle con voi nell’edizione di marzo della nostra newsletter, mese di nascita di Fiper.

 

Verso una rappresentanza sempre più ampia del TLR a biomassa

Uno degli obiettivi strategici di FIPER per il 2026 è l’allargamento della base associativa, con l’ambizione di arrivare a rappresentare il 100% del teleriscaldamento a biomassa italiano.

A questo proposito, il 2026 si è aperto con l’arrivo di un nuovo associato, Le Brasier di Morgex, in Valle d’Aosta, al quale diamo subito un caloroso benvenuto.

Vogliamo rafforzare il nostro ruolo di accompagnamento nei confronti di comuni, imprese e territori che intendono sviluppare nuovi progetti di teleriscaldamento rinnovabile, impianti di cogenerazione termico-elettrica o comunità dell’energia termica, mettendo a disposizione competenze tecniche, supporto istituzionale e capacità di interlocuzione con i decisori pubblici.

 

Il quadro legislativo: RED III e nuove sfide

Il recepimento della Direttiva RED III introduce elementi di grande rilevanza per il settore. In particolare:

  • il principio dell’uso a cascata del legno, che priorizza gli usi materiali (edilizia, arredo, carta, chimica verde, tessile) e destina all’energia i sottoprodotti e i residui;
  • il rafforzamento dei criteri di sostenibilità per gli impianti di potenza superiore a 7,5 MW;
  • la promozione della cogenerazione ad alto rendimento;
  • il divieto dell’esclusiva produzione elettrica da biomasse.

FIPER lavorerà per una semplificazione e razionalizzazione dei criteri di sostenibilità, affinché siano efficaci ma anche applicabili, e per favorire lo sviluppo di nuove reti di teleriscaldamento rinnovabile e delle comunità dell’energia termica.

 

Rafforzare la filiera a monte

A livello nazionale e regionale, FIPER continuerà a promuovere misure per:

  • consolidare la filiera forestale e del “fuori foresta”;
  • sostenere gli investimenti in innovazione nei prelievi forestali e nella logistica;
  • inserire le biomasse nel programma Industria 5.0;
  • dare piena attuazione alle azioni previste dalla Strategia Forestale Nazionale;
  • accompagnare l’evoluzione normativa sul tema del fuori foresta.

 

Reti, alleanze e azione di rappresentanza

Nel 2026 proseguiremo nel rafforzamento delle reti di alleanze costruite negli anni, per rendere sempre più incisiva l’azione di rappresentanza, in particolare a livello regionale.
Tra le collaborazioni strategiche ricordiamo:

  • l’accordo siglato a dicembre con UNCEM, ERSAF e AIEL;
  • la collaborazione con UNIMONT avviata con la giornata di formazione dello scorso 15 dicembre e piena di iniziative anche per il 2026;
  • l’avvio della collaborazione con Legambiente e la conseguente nostra presenza agli eventi del Forum foreste 2026;
  • la consolidata presenza nel board di Bioenergy Europe.

 

Formazione, università e divulgazione

Consapevoli dell’importanza della divulgazione scientifica in particolare tra le nuove generazioni, un altro pilastro dell’azione FIPER sarà il rafforzamento delle attività con Università, scuole e centri di ricerca, attraverso:

  • giornate tecniche di divulgazione;
  • momenti di confronto su biomasse, teleriscaldamento efficiente e innovazione;
  • iniziative dedicate all’efficienza energetica e alla filiera bosco-legno-energia.

In quest’ottica si colloca la scelta di inaugurare, per il 2026, l’iniziativa Centrali Aperte Fiper, un altro modo per avvicinare tutta la popolazione al mondo delle biomasse e promuovere la conoscenza del funzionamento di una centrale di teleriscaldamento.

 

ARERA e regolazione del TLR

Diamo il benvenuto al neo eletto Presidente di ARERA Nicola Dell’Acqua e al nuovo Consiglio di amministrazione, con l’auspicio che possa essere rapidamente riattivato il confronto con il settore per la definizione del metodo tariffario definitivo del teleriscaldamento, un tema cruciale per garantire stabilità, trasparenza e sviluppo del comparto.

 

Sostenibilità e certificazione

Infine, FIPER continuerà a presidiare il tema dei criteri di sostenibilità e della certificazione delle biomasse, alla luce delle disposizioni della RED III, affinché il contributo delle biomasse legnose alla decarbonizzazione sia pienamente riconosciuto, valorizzato e comunicato in modo corretto.

Il 2026 sarà un anno di impegno, visione e responsabilità. Dopo 25 anni di storia, FIPER continua a guardare avanti, con la convinzione che fare rete sia la chiave per affrontare le sfide della transizione energetica e costruire un futuro più sostenibile per i territori.

Fiper sigla un accordo di collaborazione con Aiel, Ersaf e Uncem per lo sviluppo delle filiere agroforestali e delle energie rinnovabili nei territori montani

Un protocollo di intesa per promuovere le filiere agroforestali e quelle delle energie rinnovabili dei territori montani. E’ quello che il Presidente di Fiper Michele Colli ha siglato lo scorso 9 dicembre presso l’ufficio di presidenza di ERSAF a Milano, insieme ai presidenti di Aiel Domenico Brugnoni, di Ersaf Fabio Losio e di Uncem Marco Bussone.
Uno storico accordo che vedrà i tre soggetti collaborare appieno per un obiettivo comune su tutti i tavoli in cui si troveranno a lavorare.

È stato firmato a Milano lo scorso martedì 9 dicembre, presso la sede di Ersaf Lombardia, il nuovo Protocollo d’Intesa tra AIEL-Associazione italiana energie agroforestali, ERSAF-Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste, FIPER-Federazione dei produttori di energia da fonti rinnovabili, e UNCEM-Unione nazionale comuni comunità enti montani, alla presenza dei rispettivi presidenti Domenico Brugnoni, Fabio Losio, Michele Colli e Marco Bussone.

L’accordo, della durata triennale e rinnovabile, nasce con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo delle filiere agroforestali e di promuoverne l’utilizzo energetico sostenibile come leva strategica per la crescita economica, sociale e ambientale dei territori montani, rurali e interni italiani.
 
Un’alleanza per le zone marginali e per la transizione energetica
AIEL, ERSAF, FIPER e UNCEM condividono l’impegno a valorizzare il patrimonio forestale nazionale, sostenere la gestione attiva dei boschi e promuovere un uso efficiente e responsabile delle biomasse agricole e forestali attraverso un ampio programma di collaborazione che prevede:
  • sostegno alla crescita economica delle aree montane attraverso la diffusione dell’utilizzo energetico dei prodotti e sottoprodotti delle filiere agroforestali;
  • supporto alla valorizzazione energetica delle biomasse forestali nel rispetto della gestione forestale sostenibile e della certificazione;
  • promozione delle tecnologie ad alto rendimento e basse emissioni per la produzione di energia termica e cogenerativa da biomasse;
  • diffusione delle conoscenze tecnico-scientifiche e supportare iniziative presso la Pubblica Amministrazione territoriale;
  • sviluppo di attività di sensibilizzazione rivolte ai cittadini sull’uso corretto di legna, pellet e cippato, con particolare attenzione alla qualità dell’aria;
  • promozione del teleriscaldamento a biomassa nei territori montani e rurali;
  • collaborazione con le istituzioni pubbliche per l’adozione di provvedimenti normativi che rafforzino le energie rinnovabili agricole e forestali;
  • sostegno all’attuazione della legge nazionale 158/2017 sui piccoli Comuni, la legge nazionale 221/2015 sulla Green Economy, il Decreto legislativo 24/2018 per le filiere forestali;
  • sostegno alle comunità energetiche rinnovabili ed iniziative territoriali legate alle bioenergie;
  • advocacy istituzionale affinché le filiere bioenergetiche siano rispettose dell’ambiente e delle comunità locali
  • diffusione massima delle iniziative congiunte.
Tavolo di coordinamento
Per coordinare le attività che daranno concretezza e sostanza ai principi enunciati nel Protocollo, viene istituito un Tavolo permanente composto dai rappresentanti delle quattro organizzazioni, con il compito di facilitare la realizzazione delle iniziative previste e monitorarne lo stato di avanzamento.
Con l’adesione al Protocollo AIEL, ERSAF, FIPER e UNCEM rafforzano una visione comune che riconosce nelle risorse agroforestali un patrimonio essenziale per la transizione energetica, la gestione sostenibile dei territori e lo sviluppo delle comunità montane.
 
Dichiarazioni dei Presidenti
 
Domenico Brugnoni – Presidente di AIEL Associazione italiana energie agroforestali
«La firma di questo Protocollo è un passo importante per rafforzare il ruolo delle biomasse legnose nella transizione energetica del Paese. Le aree montane e rurali dispongono di risorse che, se gestite in modo responsabile, possono generare valore economico, sicurezza energetica e servizi per le comunità. AIEL porta in questa alleanza la propria esperienza nella qualificazione della filiera, nella promozione delle buone pratiche e nella diffusione di tecnologie efficienti e a basse emissioni. Insieme a ERSAF, FIPER e UNCEM vogliamo costruire un percorso comune che porti a una gestione attiva dei territori e a un utilizzo dell’energia da biomasse sostenibile, moderno e pienamente inserito nel quadro di politiche nazionali ed europee dedicate alle aree interne e alla montagna».
 
Michele Colli – Presidente di FIPER Federazione dei produttori di energia da fonti rinnovabili
«La sottoscrizione di questo Protocollo rappresenta un passaggio strategico per rafforzare la collaborazione tra realtà che condividono una visione chiara: la transizione energetica del Paese passa dall’abbandono delle fonti fossili e dalla promozione di tecnologie realmente sostenibili. Per FIPER, fare rete significa unire competenze, territori e filiere per sostenere la crescita delle energie rinnovabili agricole e forestali, valorizzando risorse locali che possono garantire sicurezza energetica, qualità ambientale e sviluppo economico.
Insieme ad AIEL, ERSAF e UNCEM vogliamo costruire una piattaforma di lavoro comune capace di incidere nelle politiche nazionali e regionali, portando la voce dei territori montani e rurali dove le bioenergie rappresentano un’opportunità concreta. Solo attraverso un’azione coordinata e una forte attività di advocacy possiamo favorire innovazione, efficienza e nuove infrastrutture energetiche che accompagnino il Paese verso un futuro più pulito, resiliente e autonomo. Questo Protocollo è un impegno condiviso e un passo avanti nella nostra missione di servire le comunità e l’ambiente».
 
Fabio Losio – Presidente ERSAF Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste
«Il patrimonio forestale regionale rappresenta una risorsa importante che deve essere gestita e non abbandonata. La firma di questo protocollo va proprio in questa direzione. ERSAF crede negli obiettivi del protocollo e del resto già opera in questa direzione. Su incarico di Regione Lombardia, predispone annualmente il Rapporto sullo Stato delle Foreste. Si tratta di un documento che delinea la situazione delle foreste Lombarde, il loro incremento e il loro utilizzo attraverso tutti gli anelli della filiera. L’ente strumentale è impegnato, sempre su incarico regionale, alla predisposizione del programma forestale regionale. Un documento strategico di programmazione per la gestione e lo sviluppo del settore. Sempre in ambito forestale ERSAF è importante punto di riferimento regionale per quanto riguarda la formazione professionale delle imprese boschive attraverso specifici percorsi formativi nonché d’aggiornamento tecnico degli istruttori forestali. Tutto questo ha forti ricadute sulla sicurezza, in un ambito operativo obiettivamente molto pericoloso; la crescita professionale delle imprese e l’efficientamento delle utilizzazioni forestali e l’evoluzione del ruolo delle imprese boschive»
 
Marco Bussone – Presidente Uncem Unione nazionale comuni comunità enti montani
«Oggi rilanciamo un percorso storico di collaborazione con AIEL, ERSAF e FIPER che ha bisogno di nuovo impegno congiunto, istituzionale, in vista della programmazione comunitaria 2028-3034, per stare pienamente dentro la transizione ecologica attraverso le bioenergie, il legno, la gestione, la pianificazione, la certificazione forestale che insieme vogliamo con e per i territori montani del Paese. L’uso del legno per nuove energie, per impianti intelligenti domestici, comunali, per edifici pubblici e privati sta nel futuro. Lo diciamo anche ai rappresentanti politici, ai Sindaci, a chi lavora nel settore. Investire insieme nelle filiere foresta-legno-energia è importante»
 
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Guarda il video della firma del protocollo di intesa:

I giovani sono il futuro della montagna

Fiper ha recentemente siglato un accordo di collaborazione con Unimont, l’Università della montagna, con sede a Edolo (BS). Abbiamo intervistato Anna Giorgi, responsabile del Polo universitario di Edolo.

Cos’è Unimont? Quando e perché nasce e come mai proprio a Edolo?

Unimont è un distaccamento dell’università degli studi di Milano, con sede a Edolo, un piccolo comune di montagna in alta valle Camonica con meno di 5000 residenti e circa 250 studenti ogni anno che provengono da tutta Italia e dal mondo.

Unimont nasce 29 anni fa (quindi nel 2026 compiremo 30 anni!) come diploma universitario, per poi trasformarsi in laurea triennale e introdurre successivamente anche la magistrale. È un percorso che ha fatto un lungo cammino di crescita, lento ma costante, e che passo dopo passo è diventato la realtà internazionale che è oggi.

Io definisco Unimont come un grande laboratorio di innovazione situato tra le montagne, che è già di per sé fattore di innovazione. Il polo di Edolo è un luogo nel quale si fa didattica specifica per le aree montane e in cui si declinano tutte le peculiarità culturali, storiche, economiche, ambientali e artistiche di questi contesti. Lavoriamo con una visione larga e un approccio specifico per dare una formazione unica al mondo ai nostri studenti e crediamo che ciò sia molto importante perché le montagne hanno bisogno di voce e di interpreti che siano consapevoli delle peculiarità e della ricchezza di questi territori.

Qual è il valore aggiunto, per un Paese come l’Italia, dell’avere una vera e propria “Università della montagna”?

La recente attivazione della laurea magistrale internazionale in lingua inglese “Valorization and susainable development of mountain areas” si occupa di promuovere lo sviluppo sostenibile dei territori montani, quindi di affrontare la tematica ormai storica della loro marginalizzazione con una formula che, se vogliamo, può sembrare anche banale, ma è l’unica che vince, vale a dire puntare sul capitale umano e sull’innovazione. Sono questi i due fattori che oggi più che mai possono determinare la competitività di un contesto territoriale, qualunque esso sia: formare giovani professionisti che siano davvero preparati alle specificità di questi territori e “fare focus” sulla montagna sono gli ingredienti di una strategia vincente per rilanciarla a livello sociale, culturale ed economico e trasformarla da problema in risorsa.

Pertanto, se dobbiamo rappresentare le montagne e in esse far sviluppare delle attività che siano coerenti con il contesto territoriale (le uniche che reggono e prosperano senza i sussidi), allora bisogna che si sappia bene cosa sono le montagne, che le si conosca a fondo.

Unimont lavora per far sì che si abbandoni la logica dell’omologazione degli ultimi 70 anni che ha penalizzato fortemente le montagne italiane. Se prendiamo a titolo esemplificativo l’agricoltura, è ormai per noi evidente che essa è profondamente influenzata dalle condizioni ambientali, orografiche, geomorfologiche e climatiche e che non può essere omologata alla stessa attività fatta in contesti totalmente diversi, come quelli di pianura, senza creare una situazione di scompenso grave e di perdita di competitività.

Chi sono gli studenti che scelgono di formarsi a UNIMONT? Da dove provengono? Cosa si aspettano di trovare qui?

Sono ragazzi che amano la montagna e hanno in comune la grande passione per essa e per quello che in essa si può fare: spesso sono sportivi o giovani che cercano modelli di vita non metropolitani e vanno in cerca di un luogo dove acquisire gli strumenti per vivere in contesti come quelli montani, ricchi di ambiente e di natura. Vengono da tutta Italia e da tutto il mondo, spesso anche dalle città. Per noi non è obbligatorio che un ragazzo che nasce in montagna, poi voglia viverci per tutta la vita. Ognuno ha il proprio orizzonte ed è importante che gli si dia la possibilità di mettere a terra i propri sogni, perché è solo così che possiamo creare una società stabile, evoluta.

Gli studenti Unimont provengono da tutta Italia, anche se l’area alpina è la più rappresentata (i Camuni sono l’8% della popolazione studentesca). Tra i paesi di provenienza degli ultimi immatricolati al primo anno della magistrale troviamo Brasile, Cina, Regno Unito, Marocco, Catalunia, Tagikistan.

A Edolo si studia in un clima di grande partecipazione. Durante la lezione le mani si alzano spesso, gli studenti intervengono, pongono domande, sono curiosi e hanno una vera “fame” di sorbire tutto il possibile, perché hanno in mente un progetto da realizzare. E noi cerchiamo di dare loro gli strumenti per farlo: li aiutiamo per esempio a capire qual è l’ecosistema dell’innovazione, chi sono i soggetti che a livello europeo si occupano di policy, quali sono le piattaforme dove si possono trovare bandi per i finanziamenti utili ai contesti montani, chi sono i soggetti a livello nazionale e regionale che si occupano di sviluppo dei territori montani, come si fa il fund raising per le montagne.

Che tipo di professionalità servono oggi per tutelare e rilanciare i territori montani italiani?

Più che parlare di professionalità, mi concentrerei sul tipo di persone che servono oggi alle nostre montagne: noi cerchiamo e aiutiamo giovani che vogliono vivere e lavorare in montagna, che siano locali o no, questo non importa. L’importante è che abbiano questo sogno, questo desiderio perché è la sola formula che funziona. Non si può pensare che soltanto chi è nato e cresciuto tra i monti sappia interpretare la montagna: le montagne sono di tutti e sono di chi le ama.

Per dar concretezza ai sogni ci vogliono strumenti, approccio innovativo, metodo e reti, perché, al giorno d’oggi, vedere cosa fanno gli altri, sapere che qualcuno c’è riuscito e come ha fatto diventa vitale; per fare tutto ciò, è importante avvalersi anche della tecnologia digitale, che è alla portata di tutti, anche delle montagne. E mi pare di poter dire che le tecnologie digitali siano usate nelle montagne per proporsi ed esplorare il mondo, più che in altri contesti e ciò mi permette di avere un orizzonte positivo e ottimistico.

Forse anche grazie al fatto che oggi le informazioni sono molteplici e diversificate i ragazzi scelgono in modo un po’ più libero: tanti giovani stanno tornando in montagna o stanno decidendo di trasferirvisi a vivere e lì noi dobbiamo intervenire, affinché le montagne dimostrino sempre di più di essere luoghi capaci di competitività e di futuro. Noi di Unimont stiamo cercando di formare un esercito di rivoluzionari per le montagne e questi sono ragazzi coraggiosi, che hanno un sogno nella testa; nei loro confronti noi abbiamo dei doveri, perché se non approfittiamo della loro passione per far rinascere questi territori, siamo colpevoli.

Unimont dà quindi loro delle opportunità e i nostri studenti hanno saputo coglierle. Il monitoraggio del destino lavorativo degli oltre seicento laureati formati in questi anni ci consegna un quadro davvero incoraggiante: abbiamo imprenditori agricoli che praticano agricoltura multifunzionale con successo e professionisti che si occupano di gestione del territorio, prevenzione delle valanghe e del dissesto nelle istituzioni pubbliche ma anche in società private; alcuni sono entrati nei corpi speciali militari, nel soccorso alpino e nella guardia di Finanza; altri si occupano di attività educative o turistiche, altri ancora lavorano come dottori forestali titolari di aziende forestali, o dentro i consorzi, o ancora  come dipendenti in Regione Lombardia o Ersaf.

La ricerca e lo sviluppo, in ogni campo di studio e di lavoro, si alimentano di confronti continui con realtà simili sul territorio nazionale, europeo e mondiale. Il networking di UNIMONT sembra molto attivo. Ci racconta come si sviluppano e quali risultati hanno portato fino ad oggi le collaborazioni esterne?

Unimont fa molta ricerca in progetti internazionali, finanziati dalla Commissione Europea, pertanto sono progetti competitivi, che vincono bandi di selezione molto ambiti. È importante sottolineare questo per comprendere che non riceviamo fondi europei perché rappresentiamo un’area povera e marginale ma, al contrario, perché proponiamo idee realizzabili, intriganti e in linea con le più recenti ricerche e visioni sullo sviluppo dei territori montani. Facciamo infatti parte di cordate di calibro importante: oggi siamo project leader di un Horizon Europe con 47 partner di 13 paesi europei sul tema dell’adattamento al cambiamento climatico nelle montagne europee. Sono tavoli di lavoro dove ci confrontiamo a livello internazionale, scambiamo esperienze e buone pratiche e in questo modo cresciamo molto, per poi travasare tutto questo patrimonio nell’attività didattica, dal momento che gli studenti hanno la possibilità di partecipare a queste iniziative e ad assorbirne gli esiti.

Infine, portiamo avanti la cosiddetta terza missione, cioè tutta quell’importante attività di supporto alle istituzioni, agli operatori e a chi in montagna vive o lavora, con l’obiettivo di far comprendere che le montagne possono giocarsi una partita ma devono avere un campo da gioco che ne riconosca le peculiarità.

In questo senso negli ultimi anni anche sul tema della terza missione abbiamo fatto molto: il libro bianco sulla montagna realizzato con la Presidenza del Consiglio e tutta l’attività di disseminazione che viene fatta dal polo di Edolo con i seminari erogati da remoto e le newsletter quasi quotidiane, quindi con la creazione di una comunità virtuale che è un mondo e che oggi conta più di 35.000 contatti italiani e stranieri che si sintonizza regolarmente sui temi della montagna.

Come è cambiata la montagna negli ultimi anni? E quali azioni servono per affrontare le sfide demografiche, ambientali ed economiche che le pone il futuro?

L’attenzione nei confronti della montagna è cresciuta negli ultimi anni, emancipandosi dalla marginalizzazione in cui veniva troppo spesso relegata. Sta crescendo come una terra performante su tutti i fronti, anche quello demografico: basti pensare che negli ultimi dieci anni i territori montani guadagnano il 5% di cittadini mentre l’Italia, complessivamente, ne perde l’1,8%. Quindi possiamo dire che sta cambiando sicuramente l’attenzione rivolta alla montagna, e il periodo della pandemia ha funzionato da acceleratore ed evidenziatore in questo senso.

Ora dobbiamo provare a cambiare marcia, perché si parla tanto di montagna ma non si agisce ancora di conseguenza, ma soprattutto è necessario abbandonare la logica dei sussidi e del conteggio “pro capite” delle risorse spese per i territori montani, dal momento che se si usa solo questo parametro, i soldi destinati alla montagna paragonati a quelli destinati a territori più densamente popolati, saranno sempre troppi. È dunque necessario porsi in un’ottica diversa, che consideri la gestione dell’ambiente e dei servizi ecosistemici della montagna: i cittadini dei territori montani, rispetto ai cittadini urbani, portano sulle loro spalle “uno zaino” molto più grosso di ambiente e di terra da gestire, proteggere e preservare e per questo è necessario che possano avere le giuste risorse per gestire questa terra. Negli anni, piano piano, questi concetti si sono diffusi e stanno prendendo piede anche nella consapevolezza dei decisori politici.

Infine, c’è il grande rivolgimento generato dal cambiamento climatico: la vegetazione che risale, i ghiacciai che si sciolgono, eventi meteorologici estremi che provocano disastri anche in montagna e che hanno bisogno di interventi di prevenzione importanti. Il cambiamento climatico non è però necessariamente negativo, perché, per esempio, noi stiamo vedendo un incremento significativo della frequentazione della montagna dovuta ad un clima più mite che fa sì che nei periodi che venivano considerati morti tra l’estate e il Natale, dove un tempo non si vedeva nessuno in giro per le nostre montagne, oggi il fine settimana è pieno di famiglie coi bambini che vanno a passeggiare e a cercare una fuga dalla fatica, dalla velocità e dalla compressione stressante delle città.

E poi, il fatto che lo sci, come sport di grande richiamo delle montagne, stia mostrando i segni di una rapida crisi dovuta alla scomparsa della neve, ha portato le comunità a cercare delle alternative, anche più sostenibili.

Noi di Unimont lavoriamo in progetti attraverso i quali cerchiamo di aiutare queste comunità a trovare la via per una diversificazione dell’economia montana: la formula è lavorare sulle persone e con le persone che poi restano a lavorare nelle montagne e che sono il vero patrimonio da valorizzare per costruire un futuro per questi territori.

www.unimontagna.it

Radicati nel territorio e nella tradizione, ma saldamente proiettati nel futuro: vi presentiamo la Rainoldi Legnami.

Azienda famigliare e storica della Valtellina e neo-associata Fiper, la Rainoldi legnami investe ogni giorno in innovazione e sostenibilità, incrementando, di generazione in generazione, la competitività dell’azienda e la sua capacità di stare al passo coi tempi. Per la rubrica Fiper “I volti dell’energia”, abbiamo intervistato due delle titolari, Annalisa Rainoldi e Federica Vairetti, che ci hanno raccontato la loro storia.

Per quanti giorni possiamo contare solo sulla bioenergia? Ce lo dicono i Bioenergy Days!

In Italia resisteremmo poco più di un mese utilizzando solo bioenergia. Se questo dato vi colpisce, allora la campagna dei Bioenergy Days ha colpito nel segno e ci illumina su quanto sia ancora lungo il cammino del nostro paese verso la decarbonizzazione dell’energia. Ne abbiamo parlato con Martina Marignani, Communication Officer di Bioenergy Europe, che sviluppa e coordina la campagna per promuovere la bioenergia in Europa”

Che cos’è la campagna European Bioenergy Days? Quando è nata e in cosa consiste?

La campagna Bioenergy Days è nata nel 2018, con l’idea di rappresentare i tanti volti della Bioenergia in Europa. Il concetto dietro i Bioenergy Days è piuttosto semplice: quanti giorni potrebbe mantenersi un paese contando solo sulla bioenergia? Il risultato è una data simbolica, che ci piace celebrare per raccontare una o più storie originarie di quel paese.

Nella sua prima celebrazione, l’Unione Europe celebrava il suo bioenergy Day il 21 Novembre, oggi l’11 Novembre. Abbiamo fatto dei passi avanti, ma la strada verso la transizione energetica è ancora lunga.

Con gli anni, la campagna è cambiata e si è adattata a nuove necessità e trend comunicativi. Per esempio nel 2024 abbiamo dato maggior spazio alla ricerca e alle innovazioni tecnologiche, mentre quest’anno vogliamo svelare il volto umano del settore, portando al pubblico di Bruxelles le storie delle comunità che costruiscono ogni giorno il cambiamento.

Come viene calcolato il giorno del “Bioenergy day” di ciascun paese?

Dietro la metodologia ci sono i nostri colleghi del dipartimento di Market Intelligence. La ricetta è semplice, ma richiede un certo expertise sui consumi energetici e, soprattutto, sulle bioenergie. Preferisco utilizzare il termine bioenergie perché, nei Bioenergy Days, cerchiamo di includerle tutte: dal pellet al cippato, dai rifiuti urbani ai biocarburanti, passando per il biogas nelle sue diverse declinazioni.

In pratica combiniamo il consumo energetico di ciascuno Stato membro dell’Unione con i dati relativi alla bioenergia. Tutto estratto da banche dati pubbliche. In questo modo riusciamo a calcolare la quota di bioenergia sul consumo energetico annuale del Paese e otteniamo il numero di giorni in cui uno Stato membro potrebbe teoricamente soddisfare il proprio fabbisogno utilizzando esclusivamente bioenergia. A questo punto verifichiamo a quale data corrisponde: quella diventa il Bioenergy Day dello Stato membro!

Quali sono le bioenergie e com’è distribuita la loro diffusione in Europa?
Se volessimo semplificare, potremo dire che la bioenergia è energia solare che diventa energia chimica: la biomassa funziona come una “batteria naturale”, la più antica che conosciamo. Può assumere forme diverse, biogas, biocarburanti, biomassa solida, e la sua diffusione varia molto a seconda delle risorse locali, delle infrastrutture e delle economie nazionali.

In Europa l’uso più comune resta quello della biomassa solida, che rappresenta circa il 68% della bioenergia totale. Come Bioenergy Europe ci concentriamo soprattutto su questa filiera: cippato, pellet, residui agricoli e forestali. La biomassa solida ha applicazioni molteplici: dal teleriscaldamento urbano agli impianti industriali, fino a stufe e caldaie.

A livello europeo, circa il 65% della bioenergia viene impiegata per la produzione di calore, sia questo residenziale, industriale o per altri settori. Germania, Italia, Francia e Polonia sono i Paesi leader nel consumo di biomassa per il riscaldamento residenziale. I fattori che determinano queste differenze non sono solo climatici, ma anche legati alla struttura dei mercati, agli incentivi nazionali e al livello di innovazione tecnologica.

Com’è la situazione nei diversi paesi europei sull’uso delle bioenergie e l’indipendenza dalle fonti fossili? Chi sono i paesi all’avanguardia e quali insegnamenti ci possono dare?

Il panorama europeo è molto eterogeneo. I Paesi che hanno fatto maggiori progressi si trovano soprattutto nel Nord e nel Baltico. Lituania, Estonia e Lettonia, ad esempio, rappresentano casi di successo grazie a due fattori chiave: la capillare diffusione del teleriscaldamento, adattato sia a piccoli centri che a grandi città, e l’adozione di tecnologie moderne ed efficienti.

Storicamente, i Paesi del nord Europa hanno una vasta disponibilità di biomassa locale a fronte di una bassa densità di popolazione. Nonostante il consumo di energia da biomassa sia molto alto le foreste continuano a crescere. Qui la biomassa è trattata come una risorsa e non rappresenta un ostacolo allo sviluppo ambientale.

Questo rapporto si riflette anche in un consolidato supporto istituzionale. Per esempio, il caso di Vilnius in Lituania rappresenta un bellissimo esempio di impegno pubblico. Una Capitale che fino al 2004 dipendeva da gas russo, oggi offre ai suoi cittadini una quasi totale (90%) indipendenza energetica e calore a prezzi competitivi grazie alla bioenergia.

Che percorso sta facendo l’Italia nella promozione dell’uso delle bioenergie? Come si prospetta lo scenario futuro per il nostro paese?

In Italia il percorso di promozione della bioenergia si è trasformato nel tempo, adattandosi alle nuove sfide e ai cambiamenti nelle strategie comunicative. Un punto di forza del modello italiano è la forte dimensione locale: tante realtà storiche, radicate nei territori, che hanno saputo valorizzare le risorse disponibili e creare filiere sostenibili. È un approccio che si presta molto bene anche allo storytelling di oggi, in cui le storie concrete e legate ai territori hanno un grande potere comunicativo.

Con una crescente attenzione per le rinnovabili e la necessità’ di conciliare la transizione energetica con la coesione sociale e competitività, le storie che valorizzano il territorio in ogni suo aspetto saranno sempre più strategiche nella promozione dell’uso delle bioenergie. Servirà però un linguaggio più assertivo, capace di raccontarne con chiarezza, soprattutto per il suo contributo essenziale alla defossilizzazione del calore, che rappresenta ancora oggi una quota importante dei consumi energetici del Paese e delle sue emissioni fossili.

Nelle diverse edizioni della campagna European Bioenergy Days, vengono raccontati casi di buone pratiche nell’uso e nella produzione di bioenergie. Ci racconta un caso particolarmente interessante?

La scelta è difficile, ogni storia ha una sua peculiarità. Un caso interessante è proprio uno dei casi italiani che abbiamo promosso nell’edizione 2024 dei Bioenergy days. Si tratta di un plesso scolastico, Parco Nord a Milano. Un complesso di oltre 6,000 studenti riscaldato grazie ad un impianto di riscaldamento a cippato da 2MW, che ha sostituito due caldaie a gas.

A rendere perfettamente circolare il progetto è la provenienza della biomassa, quasi interamente proveniente da aree limitrofe e aziende agricole del distretto. La posizione della scuola, situata in un parco, rende la biomassa la soluzione più naturale e immediata: le potature del parco potrebbero coprire il 70% del fabbisogno energetico della scuola, arrivando potenzialmente al 100% con una gestione più attenta. Il progetto ha coinvolto alunni e personale scolastico, promuovendo comportamenti sostenibili volti ad un maggiore risparmio energetico.

La storia italiana di quest’anno è altrettanto valida. Se volete scoprire i volti e i protagonisti della bioenergia italiana nel 2025, aspettate il 27 Novembre per celebrare il Bioenergy Day Italiano.