Quando tradizione e innovazione sposano il territorio: il Pastificio Felicetti della Val di Fiemme

A Cavalese i Felicetti hanno collegato il loro impianto alla centrale a biomassa di Bioenergia Fiemme per ridurre ulteriormente il proprio impatto ambientale e migliorare la produzione di pasta d’eccellenza, “veramente buona”, sotto ogni punto di vista.

1. Il Pastificio Felicetti è un’impresa familiare con oltre un secolo di storia. Come nasce questa avventura imprenditoriale e quali sono stati i passaggi fondamentali che hanno trasformato un’attività di famiglia in un marchio conosciuto ben oltre i confini del Trentino?

La nostra storia comincia nel 1908, dall’intuizione del mio bisnonno Valentino Felicetti: produrre pasta in montagna, mettendo a valore elementi naturali – l’acqua di sorgente e l’aria delle Dolomiti – che altrove sarebbe stato impossibile trovare. Da quell’esperimento imprenditoriale è nata una storia familiare che ha attraversato cinque generazioni e che ha sempre mantenuto il proprio baricentro in Val di Fiemme, pur avendo fin dalle origini una vocazione che andava oltre i confini locali.
Oggi esportiamo circa due terzi della produzione in una cinquantina di Paesi, con un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato i 70 milioni di euro. La nostra crescita non è stata semplicemente una questione di dimensioni. È passata soprattutto dalla capacità di specializzarci e di investire nella ricerca, cercando di costruire nel tempo una nostra identità nel mondo della pasta. Negli anni Novanta siamo stati tra i primi a puntare sulle produzioni biologiche e successivamente abbiamo sviluppato il lavoro sulle colture monovarietali, che ha trovato nella linea Monograno la sua espressione riconoscibile.
Più recentemente, l’apertura dello stabilimento di Molina ha aumentato la nostra capacità produttiva, accompagnando una presenza sempre più consolidata sui mercati internazionali. Il filo che tiene insieme tutte queste fasi è però lo stesso: riuscire a crescere senza recidere il legame con le origini. Siamo cambiati molto rispetto al 1908, ma continuiamo a produrre in Valle e a considerare il territorio non come lo sfondo della nostra vicenda famigliare e imprenditoriale, ma come una parte sostanziale della nostra identità.

2. Felicetti è oggi sinonimo di pasta di alta qualità e rappresenta una delle eccellenze italiane del settore alimentare. Quali sono gli ingredienti – non soltanto quelli della pasta – che hanno permesso di costruire e mantenere nel tempo questa identità?

Se dovessimo individuare un primo ingrediente, sarebbe probabilmente la coerenza. Naturalmente si parte dalle materie prime, ma altrettanto importante è tutto ciò che avviene prima e dopo: la ricerca sulle varietà di semola, il rapporto con i produttori e agricoltori, l’innovazione tecnologica, la tracciabilità della filiera. La certificazione ISCC Plus ottenuta nel 2025 per la filiera Matt, ad esempio, rafforza un sistema che rende tracciabili l’origine del grano, le pratiche agricole, i volumi e le rese di lavorazione. A questo si aggiunge una cultura aziendale costruita in oltre un secolo di attività: cinque generazioni hanno accumulato competenze, ma soprattutto hanno continuato a metterle in discussione, confrontandosi con il mondo della gastronomia e dell’alta cucina e investendo nella ricerca. La qualità, per noi, non è mai un risultato acquisito una volta per tutte, ma qualcosa che va continuamente ricercato e ricostruito.

3. Produrre pasta nel cuore delle Dolomiti è una scelta che caratterizza fortemente Felicetti. Che cosa significa per voi essere un’impresa di montagna e quanto la Val di Fiemme, con le sue risorse, la sua comunità e la sua cultura, ha contribuito a definire il vostro modo di fare impresa?

Essere un’impresa di montagna significa innanzitutto misurarsi con un contesto che pone condizioni precise. Siamo l’unico pastificio in Europa situato sopra i mille metri di altitudine e da sempre lavoriamo in un territorio nel quale la disponibilità e la qualità delle risorse naturali sono percepite in maniera molto concreta. Questo ha inevitabilmente influenzato il nostro modo di fare impresa. In montagna si sviluppa una consapevolezza molto chiara dei limiti: dello spazio, delle risorse, degli equilibri ambientali. E probabilmente anche una maggiore propensione a costruire relazioni, perché le comunità di valle hanno una lunga tradizione di collaborazione e interdipendenza.
Per noi la Val di Fiemme non è quindi soltanto il luogo in cui sono collocati gli stabilimenti: è un contesto culturale ed economico che ha contribuito a definire il nostro approccio al lavoro e alle responsabilità dell’impresa. Anche la scelta di dedicare i nostri ultimi Bilanci di sostenibilità alle terre alte nasce da qui. L’edizione 2025, incentrata sui ghiacciai, parte dall’osservazione di un fenomeno globale che sulle Alpi è visibile con particolare immediatezza: lo scioglimento, ormai irreversibile, di queste tragiche sentinelle del cambiamento climatico. Un fenomeno che, più di altri, porta a interrogarsi sull’impatto delle proprie attività e sul modo in cui un’azienda può contribuire alla tutela del contesto in cui opera.

4. Qualità e sostenibilità sono sempre più strettamente legate. Per Felicetti la sostenibilità è diventata negli anni parte integrante delle scelte industriali: quali sono stati i principali passi compiuti e quali obiettivi vi siete posti per il futuro?

Negli ultimi anni abbiamo cercato di passare da una somma di buone pratiche a un sistema sempre più strutturato, misurabile e integrato nelle decisioni aziendali: ci siamo dotati di un team Esg, abbiamo definito il piano di sostenibilità 2024-2028 e soprattutto abbiamo lavorato sulla doppia materialità, per leggere in modo sempre più puntuale gli impatti dell’azienda e, contemporaneamente, i rischi e le opportunità che i temi materiali generano per il business. Sul piano operativo, il principio è quello del miglioramento continuo.
Nel 2025, a fronte di un aumento della produzione del 9,8%, l’energia impiegata per ogni tonnellata di pasta è diminuita del 5,9%, mentre il ricorso a fonti fossili è calato dell’1,8% sull’anno precedente. Sul fronte del packaging abbiamo portato le confezioni monomateriali in carta al 32% del totale, raggiungendo in anticipo il traguardo fissato per il 2027, con un risparmio stimato di 137 tonnellate di CO₂e emesse in atmosfera. Per il futuro vogliamo continuare a lavorare con la stessa logica: fissare obiettivi verificabili, misurarne gli effetti e intervenire progressivamente sui diversi ambiti, dai processi produttivi alle filiere agricole, fino ai materiali. Non crediamo che esista una singola soluzione risolutiva: la sostenibilità si costruisce attraverso molti interventi coerenti che, sommati nel tempo, cambiano concretamente il modo di produrre.

5. A settembre è stata inaugurata la nuova centrale a biomassa di Bioenergia Fiemme che fornisce al vostro stabilimento acqua a 140 gradi, sostituendo una parte importante dell’energia precedentemente ottenuta dal gas naturale. Come è nato questo progetto e che valore ha, dal punto di vista energetico, ambientale e industriale, per il Pastificio Felicetti?

Il progetto nasce da un percorso avviato nel 2024 con l’obiettivo di intervenire su una componente particolarmente importante dei nostri consumi: l’energia termica necessaria ai processi produttivi. Attraverso l’estensione della rete di teleriscaldamento di BioEnergia Fiemme, lo stabilimento di Molina può oggi utilizzare acqua surriscaldata prodotta dalla centrale a biomassa alimentata con cippato di legno locale, riducendo in maniera significativa il ricorso alle caldaie a gas naturale.
È un passaggio rilevante perché completa sul fronte termico un lavoro già avviato su quello elettrico, dove acquistiamo energia proveniente al 100% da fonti rinnovabili certificate mediante garanzie d’origine. Gli effetti attesi sono molto concreti: circa 590.000 metri cubi di metano risparmiati ogni anno, 4,8 milioni di kWh termici sostituiti con energia da biomassa e una riduzione stimata delle emissioni pari a 1.152 tonnellate di CO₂e. Dal punto di vista industriale, significa rendere meno dipendente dalle fonti fossili una parte essenziale del ciclo produttivo, attraverso un’infrastruttura stabile e dimensionata per operare nel lungo periodo. È quindi un investimento che tiene insieme efficienza produttiva, riduzione dell’impatto climatico e maggiore coerenza del nostro mix energetico.

6. Il progetto non si ferma alla biomassa: gli scarti della lavorazione della pasta vengono conferiti al nuovo impianto a biogas e contribuiscono alla produzione di biometano, insieme alle matrici provenienti dalle aziende agricole locali. È un esempio molto concreto di economia circolare che mette in relazione industria, agricoltura ed energia. Quanto è importante per voi costruire queste sinergie territoriali e può il “modello Fiemme” diventare un esempio replicabile anche in altri territori italiani?

L’aspetto più interessante è che qui non si tratta semplicemente di sostituire una fonte energetica con un’altra, ma di costruire connessioni tra attività che normalmente verrebbero considerate separate. Gli sfridi della lavorazione della pasta vengono conferiti al biodigestore e diventano una delle matrici utilizzate per produrre biometano: ciò che esce da un processo industriale acquista quindi una nuova funzione all’interno di un’altra filiera. È questa, per noi, la dimensione più concreta dell’economia circolare: non un principio astratto, ma la capacità di progettare sistemi nei quali risorse, competenze e infrastrutture possano essere condivise tra soggetti diversi.
In Val di Fiemme questo è possibile grazie alla presenza e alla collaborazione di imprese e operatori energetici che conoscono molto bene il territorio e possono costruire insieme soluzioni calibrate sulle sue caratteristiche. La collaborazione con BioEnergia Fiemme e BioMetano Fiemme contribuisce così a un progetto che supera l’interesse della singola azienda e partecipa alla costruzione di una comunità energetica territoriale. Non credo abbia senso parlare di un modello da copiare in modo identico altrove: ogni territorio dispone di risorse e filiere differenti. Ciò che può essere replicato è piuttosto il metodo, cioè partire da ciò che un’area possiede e mettere in relazione soggetti diversi per costruire soluzioni che generino un vantaggio condiviso.

Coraggio, innovazione e radicamento nel territorio. La storia di successo dei fratelli Alberto e Andrea Merlo e della centrale di Pralafera Energia

A Luserna San Giovanni (To) due fratelli si sono inventati da zero una centrale a biomassa: hanno studiato, hanno lottato contro le diffidenze e le paure della gente e hanno costruito giorno per giorno, con impegno, fatica e tanto ottimismo, una bella storia di successo, che testimonia l’amore per il territorio in cui sono cresciuti e hanno scelto di vivere.

Fare il freddo nell’era dei cambiamenti climatici: il district cooling e le sue potenzialità

Con le temperature estive che diventano intollerabili e le estati che durano sempre più a lungo, il raffreddamento degli ambienti diventa sempre più necessario e urgente e il teleraffrescamento può fornire una soluzione a minor impatto energetico rispetto alle tecnologie attualmente utilizzate per la climatizzazione degli edifici. Ne abbiamo parlato con Francesco Fossati, Business development manager di MAYA Spa.

1. Il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature sono sotto i nostri occhi, in questi giorni più che mai. Come possono, i sistemi di teleraffrescamento, fornire una soluzione alla necessità di raffrescare e decarbonizzare al contempo? 

Le condizioni climatiche estive che si sono consolidate negli ultimi anni hanno trasformato il condizionamento degli ambienti domestici e dei luoghi di lavoro da semplice esigenza di comfort a stringente necessità. Oggigiorno nessuna nuova costruzione o riqualificazione di immobile viene pensata e realizzata senza considerare l’aspetto del raffrescamento estivo tanto quanto quello del riscaldamento invernale. Questa tendenza non è solo Italiana ma sta coinvolgendo l’intera Europa che spesso si trova impreparata perché i metodi e le tecnologie costruttive degli edifici sono storicamente state sviluppate per ottimizzare ed efficientare solamente gli aspetti di climatizzazione invernale.

Il bisogno di climatizzazione estiva ora è diventato strutturale e quindi anche la risposta lo deve essere.

L’utilizzo sistematico dei sistemi di condizionamento estivo ad alimentazione elettrica, come i sistemi ad espansione diretta ed i chiller idronici, scarica tutto il gravoso compito di sostenere questa evoluzione tecnologica sulla rete elettrica che già sta subendo una grande trasformazione con l’elettrificazione dei consumi finali.

Questo comporta inevitabili sovraccarichi delle reti elettriche con conseguenti possibili blackout nelle aree ad elevata concentrazione dei consumi.

Le reti di teleriscaldamento rappresentano un potente alleato per il bilanciamento ed il peak shaving delle reti elettriche anche nel periodo estivo grazie alla possibilità di allacciare i refrigeratori ad assorbimento che trasformano l’energia termica già disponibile, distribuita nelle reti e spesso sottoutilizzata in estate, in acqua refrigerata per il condizionamento estivo con consumi elettrici estremamente contenuti.

A parità di energia frigorifera prodotta il consumo elettrico necessario per alimentare un chiller ad assorbimento è circa ¼ rispetto a quello necessario per produrre la stessa quantità energia frigorifera con un sistema totalmente elettrico.

Inoltre, il percorso segnato dalle direttive europee per le reti di teleriscaldamento efficiente garantisce già che il calore utilizzato dai refrigeratori ad assorbimento contribuisca al raggiungimento degli obbiettivi di de-carbonizzazione. Infine, i gruppi ad assorbimento utilizzano l’acqua stessa come refrigerante, eliminando ogni rischio di emissioni climalteranti da perdite di gas.

 

2. Gli impianti associati a Fiper hanno una potenza media di caldaia che varia tra i 5 e i 20 MW. Quali sono le taglie che permettono di ottenere economie di scala?  

E’ più corretto parlare di “fattore di utilizzo ottimale” più che “taglia ottimale”. Cerco di spiegare meglio questo concetto.

Nel contesto italiano è difficile parlare di teleraffrescamento inteso come una grossa centrale di produzione di acqua refrigerata che poi viene distribuita verso le utenze da una rete simile e parallela a quella dell’acqua calda. Questo approccio significherebbe lavori di scavo e posa di una seconda rete con costi ed impatto sulle nostre città difficilmente giustificabili. Molto più interessante e percorribile è invece un approccio che utilizzi i refrigeratori ad assorbimento come utenze periferiche, direttamente posizionati vicino agli edifici da condizionare ed allacciati alla rete esistente esattamente come tutti gli altri carichi termici già collegati. I refrigeratori ad assorbimento andrebbero così a rappresentare un nuovo carico periferico estivo aumentando il fattore di utilizzo della rete proprio nel periodo estivo quanto la stessa è sottoutilizzata.

I refrigeratori ad assorbimento hanno un costo per kW frigorifero più alto rispetto ad i sistemi elettrici tradizionali ma un consumo elettrico nettamente inferiore.

A questo punto la convenienza o meno dell’inserimento dell’assorbitore è data principalmente dal numero di ore/anno di utilizzo del condizionamento estivo, peraltro in crescita costante per i fattori climatici di cui abbiamo già parlato. Maggiore è il numero di ore/anno di utilizzo più breve è il tempo di ritorno dell’investimento, fatto salvo i benefici già menzionati per il sistema elettrico.

 

3. Quali sono le best practice in Italia e quali settori coinvolgono?

Attualmente in Italia abbiamo numerosi esempi di best practice che dimostrano la bontà e l’affidabilità della soluzione. Ricordo che la vita attesa di un refrigeratore ad assorbimento supera i 20 anni poiché all’interno dei chiller non ci sono sostanzialmente parti in movimento, se non delle piccole pompe, e le manutenzioni sono molto semplici.

Attualmente i chiller ad assorbimento sono utilizzati sia collegati a reti “tradizionali” sia a reti alimentate da calore di scarto da waste to power. Molto interessante è anche la recente applicazione degli assorbitori allacciati a reti di teleriscaldamento collegate al recupero termico da cogeneratori alimentati biogas generato da un depuratore di acque reflue urbane. Quest’ultima applicazione è interessante in quanto i depuratori sono spesso collocati in prossimità dei plessi urbani e potrebbero rappresentare una ulteriore fonte termica da allacciare a reti esistenti in logica di smart grid. Esistono poi una serie di progetti in cui le reti si integrano con impianti solari termici che raggiungono la massima produzioni termica proprio d’estate e nelle ore più calde. In questo caso si raggiunge un perfetto sincronismo fra la massima produzione del campo solare termico, quindi la massima potenza termica resa disponibile all’assorbitore, ed il massimo carico frigorifero richiesto dall’utenza.

In generale è il mix delle diverse tecnologie che risulta vincente: non esiste la ricetta perfetta per tutte le reti, la scelta migliore dipende dalle fonti disponibili, dalla morfologia della rete, dai carichi attesi e quindi dalle utenze collegate.

 

4. Quali sono i vantaggi del district cooling rispetto alle altre tecnologie di raffrescamento?

Il principale vantaggio del distric cooling è l’estensione dell’utilizzo di una infrastruttura termica già esistente come la rete di teleriscaldamento, pronta per essere utilizzata sin da subito, proprio nel periodo estivo durante il quale a è largamente sottoutilizzata. Consente inoltre di utilizzare il calore di scarto che normalmente sarebbe dissipato in atmosfera riducendo così l’impronta di carbonio marginale della produzione di freddo.

Spostando la domanda di raffrescamento dal vettore elettrico a quello termico, si effettua una vera e propria operazione di peak shaving (smorzamento dei picchi di domanda) sulla rete elettrica nazionale e locale proprio nelle ore centrali delle giornate estive, riducendo il rischio di blackout e la necessità di accendere centrali elettriche di picco (spesso alimentate a combustibili fossili).

 

5. Quali sono le eventuali barriere da rimuovere e quali le prospettive di sviluppo potenziali?

Le barriere tecnologiche attualmente sono molto limitate, dal punto di vista tecnico l’interfacciamento degli assorbitori con le reti di teleriscaldamento e gli edifici è molto semplice e del tutto simile a quanto comunemente viene realizzato per allacciare le normali utenze termiche e frigorifere.

Ricordo che i sistemi ad assorbimento sono sistemi idronici quindi è necessario che l’edificio a cui vengono collegati disponga di un sistema centralizzato di distribuzione dell’acqua refrigerata. Casi tipici di utenze sono gli ospedali, le RSA, i centri commerciali, gli hotel, i centri direzionali….

L’unico aspetto tecnologico che necessita di una maggiore attenzione riguarda la condensazione ad acqua dei chiller ad assorbimento. Spesso questo aspetto suscita qualche diffidenza che può essere agevolmente superata con la giusta progettazione, una corretta manutenzione programmata ed eventualmente introducendo tecnologie più evolute per la condensazione come i raffreddatori adiabatici.

La vera barriera da abbattere sta invece nell’approccio verso questa tecnologia: fino a quando l’introduzione degli assorbitori nelle reti di teleriscaldamento verrà vista come “casi studio” ovvero singoli interventi non armonici, il vantaggio marginale di ciascun intervento risulterà diluito e percepito come poco rilevante.

La vera svolta potrà avvenire solo a fronte di una analisi di dettaglio da parte dei gestori delle esigenze frigorifere raggiungibili dalla rete, andando a identificare la tipologia, il numero e la consistenza delle possibili utenze target e sviluppando su di esse un progetto ed una proposta commerciale dedicata per l’introduzione del district cooling come elemento strutturale della propria proposta di servizi energetici.

D’altra parte, l’esigenza del condizionamento estivo è ormai ineluttabile e attualmente risolta dagli utenti affidandosi ai sistemi elettrici tradizionali: il district cooling è la sfida e l’opportunità poter fornire un servizio che copra con la stessa efficacia sia l’esigenza invernale sia l’esigenza estiva valorizzando e rendendo ancora più attrattiva la propria infrastruttura termica.

 

MAYA Spa è un’azienda italiana con sede a Milano che gestisce da oltre 40 anni la vendita e l’assistenza in Europa dei refrigeratori ad assorbimento costruiti dalla multinazionale giapponese Yazaki.

I sistemi frigoriferi ad assorbimento rappresentano un’interessante alternativa ai chiller tradizionali per il condizionamento estivo riducendo drasticamente i consumi elettrici quando è disponibile una sorgente termica in grado di fornire acqua calda nel range di temperatura dai 65 ai 95 °C.

Foreste in Tour: foreste, bioeconomia e transizione ecologica

Si è concluso lo scorso venerdì 12 giugno il tour per l’Italia di Legambiente dedicato alle foreste, del quale Fiper è stata protagonista, insieme ad altre associazioni e imprese della filiera bosco-legno-energia, nelle tappe di Cuneo in Piemonte, Ascoli Piceno nelle Marche, Thiene in Veneto e Bologna in Emilia Romagna. Abbiamo intervistato Antonio Nicoletti, esponente del direttivo nazionale di Legambiente, promotore e animatore del tour.

1. Come nasce Foreste in Tour e quali obiettivi si propone?

Foreste in Tour rappresenta l’evoluzione territoriale del forum nazionale La Bioeconomia delle Foreste, che Legambiente organizza da ormai otto anni e che tornerà anche quest’anno il 30 ottobre. L’idea nasce dalla volontà di applicare al settore forestale un metodo che Legambiente ha già sperimentato con successo in altri ambiti, come l’Ecoforum sui rifiuti o il Forum Energia: creare occasioni di confronto tra imprese, istituzioni, associazioni e mondo della ricerca.

Quando abbiamo avviato questo percorso ci trovavamo nella fase conclusiva dell’iter del Testo Unico Forestale e ci eravamo già resi conto del ritardo culturale e scientifico che caratterizzava il settore forestale italiano, ritardo che riguardava sia l’impiego del legno nelle costruzioni sia, ancora di più, quello per l’utilizzo ai fini energetici.

Dopo alcuni anni di esperienza abbiamo deciso di portare il confronto direttamente nei territori, non limitandoci a replicare il modello del forum nazionale, ma costruendo un dialogo più stretto con le imprese, le organizzazioni di categoria e le realtà locali. L’obiettivo era osservare da vicino le esperienze territoriali e contribuire a rendere concrete le politiche nazionali già approvate, dalla Strategia Forestale al Testo Unico, sostenendo in particolare le regioni che mostrano maggiori ritardi nell’attuazione.

2. Quali sono i principali insegnamenti che avete tratto da questo tour?

Il tour ci ha restituito un quadro molto interessante. Se vogliamo realizzare davvero la transizione ecologica, dobbiamo aumentare l’utilizzo del legno come materiale sostitutivo in molti settori. È contraddittorio acquistare un prodotto biologico e trovarlo confezionato in plastica: l’intera filiera dovrebbe essere coerente con gli obiettivi di sostenibilità.

Per esempio, l’Italia possiede una lunga tradizione nella coltivazione del pioppo, strettamente collegata alla filiera degli imballaggi. Tuttavia, abbiamo rilevato come le aziende che producono imballaggi in legno incontrino difficoltà nel competere con quelli in plastica all’interno della grande distribuzione organizzata.

Un altro tema emerso con forza riguarda la pianificazione forestale. È il punto centrale della gestione sostenibile: senza pianificazione, la sostenibilità rimane soltanto un principio teorico. Oggi soltanto una quota limitata delle superfici forestali è gestita attraverso strumenti pianificatori adeguati e appena l’11% risulta certificato.

Le proprietà pubbliche rappresentano circa il 35-38% delle superfici forestali. Su queste è possibile intervenire più rapidamente, ma resta scoperta una vasta parte del patrimonio boschivo. Per questo servono strumenti di pianificazione strategica di area vasta che coinvolgano l’intero territorio e non soltanto singole proprietà.

Abbiamo inoltre riscontrato forti differenze tra le regioni. In alcuni casi, come in Basilicata, l’obbligo di pianificazione per i terreni pubblici scatta soltanto oltre i 100 ettari. Ci chiediamo perché non si possano adottare criteri più coerenti con altre pianificazioni territoriali, come quelle antincendio.

Infine, emerge una questione spesso trascurata: nella discussione sulla multifunzionalità delle foreste si parla molto di biodiversità, clima e servizi ecosistemici, ma troppo poco di legno. Eppure l’Italia continua a importare circa l’80% della materia prima utilizzata dalla propria industria del legno. Dobbiamo valorizzare maggiormente la risorsa forestale nazionale, nel rispetto della sostenibilità e della biodiversità.

3. Anche sul tema delle bioenergie Legambiente ha evoluto la propria posizione. Qual è oggi il vostro approccio?

La posizione di Legambiente è molto chiara: siamo contrari alle fonti fossili e guardiamo con grande scetticismo al ritorno del dibattito sul nucleare. Per affrontare la crisi climatica abbiamo bisogno di accelerare sulle energie rinnovabili, tutte le energie rinnovabili, valutando però attentamente come vengono realizzate.

Nel caso delle biomasse forestali, la nostra posizione è maturata nel tempo. In passato esistevano grandi impianti che puntavano esclusivamente alla produzione energetica, con modelli oggi superati sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico.

Noi sosteniamo il principio dell’uso a cascata del legno: il legno deve essere utilizzato prima negli impieghi a maggior valore aggiunto e solo successivamente, a fine ciclo, per la produzione energetica. In questo modo si valorizza l’intera filiera e si riduce la dipendenza dalle fonti fossili.

Le bioenergie possono inoltre contribuire a contrastare la povertà energetica. In Italia oltre il 20% delle famiglie utilizza il legno per il riscaldamento domestico.

Naturalmente esistono criticità, in particolare quelle legate alle emissioni di particolato, soprattutto in aree come la Pianura Padana. Tuttavia non bisogna nascondere il problema: bisogna affrontarlo con il supporto della scienza e dell’innovazione tecnologica, migliorando impianti, stufe, caldaie e qualità del combustibile.

Per questo guardiamo alle bioenergie forestali come a una risorsa importante, purché inserita in una filiera intelligente, sostenibile e capace di generare valore per i territori, soprattutto nelle aree interne e montane.

4. Legambiente ha recentemente presentato anche un decalogo per le foreste. Quali sono i principi fondamentali?

Il primo punto riguarda la conoscenza. L’Italia tende a considerarsi un Paese ricco di foreste ma povero di risorse, mentre la realtà è molto diversa. Siamo uno dei Paesi europei più ricchi dal punto di vista della biodiversità forestale.

Abbiamo però ancora carenze significative nella conoscenza, nel monitoraggio e nella gestione del patrimonio forestale. Per questo la gestione forestale sostenibile deve diventare una priorità culturale, tecnica e politica.

Un altro principio fondamentale riguarda la responsabilità. Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dall’estero e valorizzare maggiormente il legno prodotto nei nostri boschi. Importare grandi quantità di materia prima significa spesso trasferire altrove gli impatti ambientali che scegliamo di non gestire sul nostro territorio.

Nel decalogo insistiamo inoltre sull’importanza del dialogo tra ambientalismo, imprese e associazioni di categoria. Molti dei progressi ottenuti in Italia nel campo delle energie rinnovabili sono stati possibili proprio grazie alla collaborazione tra questi soggetti.

L’approccio di Legambiente è quello di conoscere, spiegare e accompagnare il cambiamento, costruendo alleanze e favorendo il confronto tra tutti gli attori coinvolti.

5. Guardando all’Europa, quali differenze osserva e quali prospettive vede per il futuro delle politiche forestali?

A livello europeo chiediamo da tempo un rafforzamento delle politiche forestali. Oggi le foreste vengono citate nei trattati europei ma non esiste una competenza specifica e diretta. Le questioni forestali sono distribuite tra energia, biodiversità, agricoltura, clima e politiche regionali.

Per questo proponiamo l’istituzione di una Direzione Generale europea dedicata alle foreste, capace di affrontare in modo organico tutte le questioni legate alla gestione forestale.

L’Italia presenta caratteristiche uniche: una biodiversità eccezionale, una posizione centrale nel Mediterraneo e specificità importanti anche nel settore delle bioenergie. Per questo è fondamentale che le politiche europee tengano conto delle differenze territoriali e non adottino approcci eccessivamente semplificati.

Nel dibattito europeo sulle biomasse, ad esempio, il confronto è spesso polarizzato. Noi riteniamo invece necessario valutare i contesti locali, le caratteristiche delle filiere e le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica.

Sarebbe opportuno incentivare maggiormente il rinnovo degli impianti a biomassa e sostenere una filiera che può contribuire sia alla riduzione delle emissioni sia alla lotta contro la povertà energetica.

La sfida europea sarà proprio questa: riconoscere il ruolo strategico delle foreste e valorizzarne tutte le funzioni — ambientali, economiche e sociali — in una visione davvero integrata della transizione ecologica.

Downloads:
Scarica la presentazione di Legambiente sulle foreste in Italia
Scarica il decalogo di Legambiente sulle foreste

Noi e il clima, una storia a lieto fine?

Intervista a Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, giornalista scientifico e autore di “Breve storia del clima in Italia” (Einaudi).

Qualche tempo fa Fiper ha avuto il piacere di un breve confronto con il climatologo Luca Mercalli. A lui abbiamo posto qualche domanda sul futuro del clima del nostro pianeta.

1. “Il clima è sempre cambiato quindi non c’è da preoccuparsi”. Questo è uno dei luoghi comuni sul clima. Quali sono gli altri, perché resistono nell’opinione pubblica e come possiamo combatterli?
Il clima della Terra è sempre cambiato, ma per oltre 4,5 miliardi di anni noi non c’eravamo! Ciò che dobbiamo salvaguardare è il clima stabile degli ultimi 10.000 anni, quello che ha consentito lo sviluppo della nostra civiltà. E ora sappiamo che sono i nostri comportamenti a farlo cambiare, non processi naturali. Di altri luoghi comuni che ne sono tanti – come la colpa del sole, che invece non sta inviando più calore alla terra – o i dati sbagliati delle stazioni meteo (ma ci sono i ghiacciai che se ne vanno e agiscono da termometri naturali…). Quando non si vuole affrontare un malanno ci si inventa ogni scusa! Per combattere le fake news ci vuole tempo e buona informazione, cose che in un mondo frenetico dove l’attenzione ha una durata di pochi secondi, e dove i media sono spesso al soldo di interessi economici, purtroppo mancano.

2. Il cambiamento climatico in atto è davvero dovuto solo alle attività antropiche? Come facciamo ad affermarlo?
Conosciamo le cause naturali che hanno fatto cambiare il clima del passato, variazioni dell’orbita terrestre, vulcani, attività solare, e oggi o non stanno operando o hanno tempi di sviluppo così lenti da non essere percepibili. L’unico fattore forzante che giustifica il rapido riscaldamento globale è l’aumento dei gas serra in atmosfera, causato dalla combustione di materiali fossili. I modelli di simulazione matematica del clima, che vengono tarati sulle variazioni note del passato, confermano che l’unica causa rilevante dell’aumento termico attuale è umana. È un’acquisizione scientifica proposta dal Nobel svedese Svante Arrhenius già nel 1896 che è stata sempre confermata da tutte le ricerche successive aiutate oggi dalla straordinaria potenza di calcolo dei supercomputer.

3. Qual è la prospettiva futura sull’aumento della temperatura terrestre? Abbiamo gli strumenti per invertire la rotta e siamo ancora in tempo a fermare la “febbre del pianeta”?
Non possiamo più invertire la rotta, ovvero ritornare al clima preindustriale più fresco, in quanto l’inerzia degli oceani e la lunga permanenza della CO2 in atmosfera hanno tempi di millenni per rientrare, ma possiamo almeno fermare l’ulteriore aumento di temperatura, non oltre i 2 gradi a fine secolo, qualora decidessimo di applicare l’Accordo di Parigi sul clima, che chiede di azzerare le emissioni entro il 2050. Ma per ora le emissioni stanno ancora crescendo.

4. Che ruolo giocano le foreste nella mitigazione del cambiamento climatico? È compatibile la loro funzione ecologica con la loro gestione e valorizzazione energetica con l’uso a cascata del legno prelevato?
Le foreste assorbono CO2 e sono dunque formidabili “pozzi di carbonio”. Purtroppo nei paesi tropicali le tagliamo senza criterio e quindi perdiamo potenzialità di sequestro di CO2. Le foreste ben gestite, dove gli alberi abbattuti vengono ripiantati e il prelievo di legname è in linea con l’attività fotosintetica, svolgono una buona funzione climatica, non dimentichiamo inoltre il loro ruolo nel ciclo dell’acqua, il rifugio per la biodiversità e la protezione dei suoli.

5. Quali azioni vanno messe in campo per fermare il cambiamento climatico? Sono più importanti le azioni che possono essere portate avanti dalla comunità internazionale o dai singoli cittadini?
Il problema è così vasto e complesso che vanno messe in atto tutte le azioni, sia quelle individuali, sia quelle governative e internazionali. Si va dal risparmio di energia al passaggio alle fonti rinnovabili, dal minor consumo di carne alla mobilità elettrica, dall’abolizione dei sussidi all’energia fossile alla tassa sul carbonio.

6. In particolare, quali sono le azioni da fare in Italia? Su cosa dovremmo concentrarci?
Sulla diffusione delle energie rinnovabili, sulla riqualificazione energetica degli edifici e sull’arresto del consumo di suolo causato dalla cementificazione.

Fiper celebra 25 anni: a Milano il confronto su sicurezza energetica, innovazione e comunità

Un convegno per celebrare i venticinque anni di attività ma anche una preziosa occasione per discutere del futuro del settore, con una specifica attenzione al contesto geopolitico ed economico internazionale. 
 
Milano – Una Sala Azionisti di Edison gremita ha ospitato questa mattina il convegno “Sicurezza energetica, innovazione e comunità”, organizzato da Fiper in occasione dei 25 anni dalla sua fondazione. Un appuntamento che ha riunito istituzioni, mondo accademico, associazioni e operatori del settore per un confronto ad alto livello sul futuro dell’energia rinnovabile in Italia.
L’incontro ha approfondito la necessità di un approccio integrato e sistemico alla transizione energetica, capace di valorizzare le specificità territoriali, rafforzare le filiere locali e garantire sicurezza, sostenibilità e competitività nel lungo periodo.
Ad aprire i lavori, coordinati dalla Direttrice responsabile di Quotidiano Energia Romina Maurizi, sono stati i saluti istituzionali del Ministro Gilberto Pichetto Fratin e dell’Assessore agli Enti locali, Montagna e Risorse energetiche di Regione Lombardia Massimo Sertori, seguiti dal benvenuto del padrone di casa Angelo Marzullo, Responsabile Direzione Portfolio Management di Edison Next e dall’intervento del Presidente di Fiper Michele Colli.
 
Il Ministro Gilberto Pichetto Fratin ha aperto il suo discorso inaugurale con il riferimento al contesto internazionale, che pone con forza il tema della sicurezza energetica e richiede uno sforzo da parte del Paese per affrontare al meglio questa fase storica. A questa situazione di instabilità, il settore delle biomasse può fornire un’ottima risposta, aggiungendo la capacità di creare economia circolare, occupazione e sviluppo nei territori in cui opera, con un modello di produzione energetica virtuoso che coniuga gestione forestale sostenibile con l’attenzione alle emissioni e alla tutela dell’ambiente.
 
Al centro del convegno, il tema della sicurezza energetica, sempre più intrecciato con gli equilibri geopolitici ed economici. Su questo, l’Assessore regionale Massimo Sertori ha sottolineato come l’autonomia energetica rappresenti oggi una priorità imprescindibile. La Lombardia, territorio fortemente energivoro con circa 10 milioni di abitanti e un sistema industriale strategico per il Paese, è chiamata ad affrontare una sfida complessa, anche in considerazione del fatto che in prospettiva, il fabbisogno energetico regionale è destinato a crescere, passando dagli attuali 65 TWh annui a circa 70 TWh entro il 2030.
“A una situazione straordinaria devono corrispondere azioni straordinarie”, ha dichiarato, evidenziando gli interventi messi in campo dalla Regione, tra cui gli investimenti nel teleriscaldamento e nelle biomasse. Sono stati stanziati 20 milioni di euro per l’efficientamento delle reti, mentre ulteriori misure saranno oggetto di revisione e miglioramento in collaborazione con il settore. L’obiettivo è incrementare la produzione da fonti rinnovabili fino a 10 GW, oltre i target iniziali, per garantire maggiore sicurezza e autonomia energetica.
 
Angelo Marzullo, Direttore Portfolio Management Edison Next ha aperto i lavori del convegno: “Per Edison, che da oltre 140 è parte integrante dello sviluppo energetico del Paese, aver accolto i protagonisti della filiera Legno-Energia significa poter ribadire con chiarezza il nostro impegno verso una transizione energetica del Paese. Abbiamo condiviso la visione sul ruolo strategico della biomassa legnosa nel percorso di decarbonizzazione dell’Italia, nella valorizzazione dei territori e nello sviluppo di una filiera industriale solida, sostenibile e radicata a livello locale. La biomassa legnosa si pone, infatti, come un’opportunità economica e industriale in quanto fonte rinnovabile, programmabile e locale, capace di garantire continuità nella produzione di energia termica per l’industria e per i sistemi di teleriscaldamento, rafforzando la sostenibilità ambientale, la sicurezza e l’indipendenza energetica del Paese. È significativo che, in un contesto geopolitico come quello attuale, caratterizzato da una crescita senza precedenti dei prezzi del gas naturale in Europa, i prezzi della biomassa legnosa abbiano, invece, mostrato una sostanziale stabilità, senza subire le oscillazioni estreme registrate dalle fonti fossili. E mentre si torna a parlare di crisi degli approvvigionamenti, si nota che l’Italia dispone di una superficie complessiva di boschi e terreni boscati pari a circa il 40% del territorio nazionale, grazie a un trend di crescita che indica una dinamica favorevole per considerare la biomassa legnosa come una fonte energetica programmabile”.
 
“Quella di oggi è per noi allo stesso tempo una grande festa per celebrare il nostro venticinquesimo compleanno, ma anche una preziosa occasione di confronto tra i massimi esponenti del settore energetico rinnovabile, sul quale è necessario investire e fare ricerca, per procedere spediti verso l’abbandono delle fonti fossili” dichiara il Presidente di Fiper Michele Colli. “Fiper lavora senza sosta da venticinque anni per promuovere l’utilizzo delle biomasse legnose vergini per la produzione di energia elettrica e termica rinnovabili e la gestione forestale sostenibile delle nostre foreste, come driver di vera innovazione e sviluppo locale. Questo bagaglio di esperienza, insieme alla situazione geopolitica internazionale, ci porta a chiedere con maggiore forza la massima attenzione da parte delle istituzioni per la promozione del nostro settore, sempre più strategico sia in termini ambientali e sociali, sia economici e politici. Per questo stiamo lavorando per creare reti sempre più ramificate e coese per sostenere le esigenze del comparto su tutti i tavoli di lavoro e decisionali di livello regionale, nazionale ed europeo”.
 
Nel corso della mattinata si sono poi alternati contributi di autorevoli relatori, che hanno offerto una visione articolata sulle sfide della transizione energetica, alimentando un dibattito denso di contenuti:
 
Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo delle aree montane, con l’intervento di Anna Giorgi, Responsabie Polo Unimont dell’Università degli studi di Milano, che ha evidenziato la necessità di superare la visione delle montagne come territori marginali. “Le montagne non sono margini, ma risorse strategiche”, ha affermato, ricordando come, per esempio, una parte significativa dell’energia idroelettrica lombarda venga prodotta proprio in questi contesti. Le aree montane, grazie alla loro biodiversità e alle potenzialità della bioeconomia, possono rappresentare un laboratorio per modelli di sviluppo resilienti, economia circolare e innovazione. Centrale, in questo processo, è il ruolo della formazione e del coinvolgimento dei giovani, con Unimont che oggi accoglie circa 250 studenti provenienti da tutta Italia e dall’estero.
 
Sul fronte delle biomasse, Marco Borgarello, Direttore Dipartimento Uso efficiente dell’energia per gli usi finali e territorio di RSE, ha evidenziato come questo settore rappresenti una componente chiave della transizione energetica, non più intesa come semplice fine, ma come strumento per raggiungere sicurezza e competitività. Le biomasse, che già oggi coprono oltre il 65% delle rinnovabili termiche, offrono vantaggi significativi in termini di programmabilità, integrazione con i fabbisogni locali e sviluppo economico dei territori, contribuendo alla creazione di occupazione e alla gestione attiva delle risorse forestali.
 
Irene Di Padua, Policy Director di Bioenergy Europe ha richiamato il quadro normativo europeo, sottolineando il ruolo centrale della Direttiva RED II e della RED III e della nuova Bioeconomy Strategy, pubblicata nel novembre 2025, che orienta le politiche future del settore. In questo contesto, strumenti come il Carbon Removal Certification Framework (CRCF) rappresentano un ulteriore passo verso il riconoscimento del contributo della bioenergia alla decarbonizzazione.
 
Il ruolo degli incentivi e dell’innovazione è stato approfondito da Luca Barberis, Direttore Direzione Fonti Rinnovabili di GSE, che ha evidenziato come i meccanismi di supporto non si limitino a sostenere gli investimenti, ma favoriscano anche lo sviluppo di nuovi modelli energetici. In particolare, le comunità energetiche rappresentano un esempio concreto di sistema circolare, in cui produzione e consumo si integrano, aumentando la resilienza rispetto alle fluttuazioni del mercato e le biomasse sono strumenti importanti di economia circolare e valorizzazione dei territori e delle comunità.
 
Antonio Nicoletti della Segreteria nazionale di Legambiente, ha posto l’attenzione sul patrimonio forestale italiano, cresciuto negli ultimi anni ma ancora poco valorizzato. Solo il 20% delle foreste è attualmente pianificato, a fronte di un’elevata disponibilità di risorse che potrebbero essere meglio integrate nelle filiere energetiche nazionali. “È necessario investire in tutte le fonti rinnovabili, comprese le biomasse, e rafforzare il peso del settore forestale anche a livello europeo”, ha sottolineato, rilanciando la proposta di istituire una Direzione generale dedicata alle foreste in ambito UE.
 
Francesco Demichelis, Responsabile Direzione Teleriscaldamento Edison Next, ha dato una panoramica degli impianti a biomassa di Edison Next, a testimonianza dell’impegno per lo sviluppo del settore da parte della società energetica: “Grazie a soluzioni a biomassa legnosa e grazie alla nostra capacità d’investimento, decarbonizziamo il calore necessario per i processi produttivi e per il riscaldamento di edifici pubblici e privati, stabilizzando la spesa energetica. Gestiamo 48 impianti a biomassa in grado di produrre complessivamente quasi 50 MW termici, gestendo oltre 88.000 tonnellate di biomassa all’anno. Inoltre, sono in fase di sviluppo più di 10 nuovi impianti a biomassa con capacità produttiva superiore a 30 MW termici, grazie alla gestione di oltre 30.000 tonnellate di biomassa. Si tratta di impianti concentrati prevalentemente nel nord Italia, dedicati soprattutto ad alimentare reti di teleriscaldamento, in grado di valorizzare i territori portando crescita sostenibile alle realtà locali e vantaggi economici per la comunità. Un esempio concreto è rappresentato dallo sviluppo di una nuova rete di teleriscaldamento alimentata al 100% da biomassa legnosa da filiera corta locale presso il Comune di Cervignano del Friuli. Ma siamo anche impegnati a diffondere l’utilizzo della biomassa a uso industriale per sostenere la competitività delle imprese e il raggiungimento dei propri obiettivi di sostenibilità. Lo dimostrano le partnership avviate con lo stabilimento di Cuneo di Michelin, dove un sistema integrato di interventi all’avanguardia include anche caldaie a biomassa legnosa da filiera corta, e con Marzotto Group e il Comune di Valdagno, dove una nuova rete di teleriscaldamento verrà alimentata da un impianto composto anche da una caldaia a biomassa legnosa. Il nuovo impianto verrà ospitato presso lo stabilimento di Marzotto Group a Valdagno, che potrà soddisfare una parte rilevante del proprio fabbisogno energetico con l’energia elettrica rinnovabile prodotta, mentre l’energia termica verrà distribuita alla comunità locale attraverso la relativa infrastruttura, testimoniando l’importanza di partnership tra pubblico e privato in grado di generare valore per le imprese e i territori”.
 
Scarica le presentazioni dei relatori:

Guarda il video integrale del convegno:

25 anni di FIPER: la storia della filiera del teleriscaldamento a biomassa legnosa in Italia

Nel giorno del venticinquesimo anniversario della nascita di Fiper abbiamo intervistato Walter Righini, fondatore e presidente dal 2001 al 2024, oggi Presidente onorario di Fiper. Con lui abbiamo ripercorso i momenti più importanti della vita dell’associazione, dalla sua fondazione a Milano il 23 marzo 2001 fino ai giorni nostri.

1. Come nasce FIPER e quali erano le priorità all’inizio?

FIPER nasce venticinque anni fa dall’esigenza molto concreta di risolvere alcuni problemi comuni agli impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa allora esistenti.

All’inizio gli impianti erano pochi, cinque i soci fondatori: il sottoscritto con la Tcvvv di Tirano in Lombardia, il Dott. Betta per la società Bioenergia Fiemme di Cavalese, rappresentante la provincia di Trento, il Sindaco Giorgio Ferraris per l’impianto di Calore Verde di Ormea e Carlo Roggiero per la società Ecortermica Servizi di Savigliano in Piemonte, l’ingegnere Pietro Giorgio per la società SEA di Pollein in Valle d’Aosta. A questi si aggiunse subito anche Giacomo Frenademetz per la società Ligna Calor di Badia in provincia di Bolzano, in rappresentanza degli impianti altoatesini, anche se la loro adesione formale avvenne in un secondo momento.

Essendo esperienze pilota, è stato subito fondamentale riunirsi per affrontare difficoltà comuni, soprattutto sul piano finanziario e normativo. Una delle prime tematiche affrontate ha riguardato l’applicazione e  il riconoscimento del credito d’imposta agli utenti finali sull’allacciamento alla rete di teleriscaldamento e sull’energia quale misura compensativa della cosiddetta “carbon tax”: si trattava di trovare una soluzione per la gestione e il recupero del credito d’imposta che le società di teleriscaldamento a biomassa maturavano a fronte dello sconto imposto dallo Stato sia sugli allacciamenti alla rete sia sull’energia fornita agli utenti. Chi produceva calore da biomassa spesso accumulava crediti fiscali che non riusciva a recuperare rapidamente. Questo significava immobilizzare capitali importanti e, in molti casi, dover ricorrere a mutui bancari per garantirsi la liquidità necessaria per l’ampliamento delle reti e degli impianti.

L’idea di creare un’associazione nacque proprio per affrontare insieme questi ostacoli e dialogare con una voce unica con istituzioni e ministeri, in particolare con gli uffici preposti dell’Agenzia delle Entrate a Roma.

A partire dai risultati per risolvere la gestione del credito di imposta e dalla consapevolezza che fosse prioritario rappresentare l’urgenza di intervenire e promuovere la filiera bosco-legno-energia in modo strutturale e pianificato, FIPER in pochi anni crebbe in modo significativo.

In pochi anni si passò da pochi impianti a diverse decine di associati. Il principio era semplice: quando si riesce a risolvere un problema che da soli sarebbe stato impossibile affrontare, l’aggregazione diventa naturale. FIPER è quindi nata come strumento di rappresentanza ma anche come luogo di collaborazione tra operatori di una filiera energetica allora ancora pionieristica in Italia e la sua presenza era quindi diventata un punto di riferimento per gli operatori che si affacciavano per la prima volta a questo settore.

2. Quali sono state le prime battaglie portate avanti dall’associazione?

Uno dei primi fronti su cui FIPER ha lavorato è stato quello dei “certificati bianchi” o “titoli di efficienza energetica” e dei relativi incentivi.

Nei primi anni si era creato un paradosso: gli impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa maturavano titoli di efficienza energetica “di tipo II”, grazie al risparmio di combustibile fossile nella produzione di energia termica, ma non esisteva un vero mercato in cui venderli. Il sistema prevedeva diversi tipi di certificati e, mentre i titoli di efficienza energetica maturati sul risparmio di energia fossile per la produzione di energia elettrica (Tipo I) trovavano facilmente acquirenti, quelli derivanti dalla biomassa restavano spesso inutilizzati.

Questo significava disporre di un potenziale incentivo economico notevole senza poterlo trasformare in risorse concrete. FIPER lavorò a lungo con ministeri e istituzioni e in stretta collaborazione con FIRE, per far accettare al mercato, che peraltro ne aveva necessità, la vendita di detti titoli.

A seguito delle varie interlocuzioni istituzionali, riuscimmo a fare in modo che i certificati fossero più fungibili: chi era obbligato ad acquistare titoli poteva comprare anche quelli di tipo 2, provenienti dalla biomassa. Fu un passaggio fondamentale perché permise agli operatori del settore di monetizzare finalmente i titoli accumulati. Parallelamente l’associazione iniziò a lavorare sul riconoscimento dei crediti di carbonio, le compensazioni delle emissioni di CO₂, grazie all’accordo siglato con la società AzzeroCO2, fondata nel 2004 da Legambiente e Kyoto Club. Già nel 2005 furono realizzate collaborazioni con iniziative ambientali che acquistavano crediti volontari generati dagli impianti a biomassa per compensare le emissioni di eventi e attività.

Era un segnale importante: la filiera iniziava a essere riconosciuta non solo come fonte energetica ma anche come strumento di mitigazione per i cambiamenti climatici già in atto.

 

3. In che modo FIPER ha contribuito a promuovere e sviluppare la filiera del teleriscaldamento a biomassa?

Con il passare degli anni l’associazione ha progressivamente allargato il proprio raggio d’azione.

All’inizio rappresentava quasi esclusivamente gli operatori del teleriscaldamento, cioè chi produceva e distribuiva calore ed energia cogenerativa a biomassa. Col tempo si è capito che per rafforzare davvero il settore era necessario coinvolgere anche gli attori della filiera a monte: produttori di biomassa, imprese forestali, operatori di filiera. L’obiettivo era creare una visione integrata che partisse dal bosco e arrivasse fino alla distribuzione del calore nelle case e alla cogenerazione. In parallelo FIPER ha intensificato il dialogo con istituzioni e autorità di regolazione, partecipando a numerose audizioni e tavoli tecnici con ministeri, autorità energetiche e organismi di gestione degli incentivi ma anche a innumerevoli incontri e convegni in cui illustrare e rappresentare le proprie idee e visioni.

Questo lavoro ha contribuito a dare maggiore visibilità a una tecnologia che, soprattutto negli anni Duemila, era ancora poco conosciuta in Italia. La crescita dell’associazione è stata significativa: nel giro di pochi anni si è passati da una realtà molto piccola a una rete di decine di impianti distribuiti in diverse regioni. Questa espansione ha rafforzato la capacità di rappresentanza e ha permesso di portare avanti con maggiore forza le esigenze di un settore che univa energia rinnovabile, efficienza energetica, gestione forestale sostenibile e sviluppo delle economie locali.

  

4. Fiper ha investito negli anni molte energie nella comunicazione scientifica e divulgativa. Che ruolo ha avuto a suo avviso la comunicazione in questi 25 anni di esperienza?

Costruire e consolidare nel tempo la collaborazione con le università è stato fondamentale per disporre di dati e analisi che ci hanno permesso di promuovere la nostra filiera anche in termini di impatto sociale e occupazionale. Spesso la comparazione sulle diverse fonti rinnovabili non programmabili avveniva esclusivamente sul costo del kWh prodotto, anziché valutare con dati alla mano il valore di quel kWh in termini di redistribuzione del reddito e creazione di posti di lavoro sul territorio. Grazie alla collaborazione con il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università delle Marche e l’Università Statale di Milano, abbiamo realizzato una serie di pubblicazioni scientifiche a partire da un approccio tipicamente micro, ovvero a partire dall’analisi della società, della filiera a monte e a valle per realizzare modelli in aggregato. Si tenga conto che i dati sui consumi termici venivano calcolati sul sell-out degli apparecchi domestici o sulla quantità di gas distribuita. Non si disponeva di una base dati puntuale dell’energia termica prodotta da fonte rinnovabile; Fiper ha iniziato a raccogliere i dati e sistematizzarli degli impianti associati, un primo punto di partenza anche per quantificare in termini economici l’indotto a esso collegato.

Riguardo invece la comunicazione divulgativa, nei primi anni abbiamo puntato alla presenza in TV; i nostri impianti sono stati protagonisti di diverse trasmissioni televisive che miravano a raccontare l’economia circolare che abbiamo messo in atto. Nel corso degli anni poi, anche per far fronte all’infrazione che regioni del bacino padano hanno ricevuto per il superamento delle polveri sottili, abbiamo ritenuto importante investire nella comunicazione soprattutto per “non fare di tutte le biomasse un fascio” e distinguere anche le diverse tipologie di sistemi di abbattimento delle emissioni e quindi i relativi impatti ambientali.  

Per promuovere la filiera del teleriscaldamento a biomassa e le fonti rinnovabili, negli anni, Fiper ha dato alle stampe diverse pubblicazioni: nel 2015 il libro “Biomasse legnose: Petrolio verde per il teleriscaldamento Italiano” con oltre 40 interventi di operatori ed esperti del settore; nel 2018 il libro “Teleriscaldamento a Biomassa: Un investimento per il Territorio” con analisi delle ricadute economiche, energetiche e ambientali su scala locale e nazionale; nel 2019  “Biogas: Driver per la filiera agroalimentare” per offrire una riflessione sul biogas agricolo e sulla filiera ad esso collegata; ed infine nel 2021 il “Report impianti di teleriscaldamento a biomassa e biogas agricolo” 

 

5. A un certo punto FIPER ha provato anche a unire il mondo della biomassa con quello del biogas. Come è andata questa esperienza?

Nel tempo FIPER ha cercato di creare alleanze con altri settori delle bioenergie. Una delle esperienze più significative è stata la collaborazione con il comparto del biogas. L’idea nasceva dalla volontà di fare massa critica e rafforzare il peso delle bioenergie nel dialogo con le istituzioni. Inizialmente alcuni impianti di biogas si associarono direttamente a FIPER, e da lì si sviluppò un tentativo più strutturato di collaborazione tra le due realtà. L’obiettivo era creare un’associazione più ampia capace di rappresentare diverse tecnologie rinnovabili basate sulla biomassa. Tuttavia nel tempo emersero differenze importanti tra i due mondi. Il teleriscaldamento e il biogas avevano modelli economici, sistemi di incentivazione e problematiche regolatorie molto diversi. Questo rendeva difficile portare avanti battaglie comuni senza creare tensioni interne. Dopo alcuni anni di collaborazione, nel 2022 si è deciso consensualmente di interrompere l’esperienza e tornare a percorsi associativi separati. Nonostante ciò, il tentativo rimane significativo perché dimostra la volontà di costruire un sistema energetico rinnovabile integrato. In molti casi le collaborazioni hanno comunque generato idee e progetti innovativi, anche se non sempre hanno trovato applicazioni concrete.

6. FIPER ha promosso anche diversi progetti innovativi. Quali sono stati i più significativi?

Nel corso degli anni l’associazione ha sperimentato numerose iniziative per valorizzare i sottoprodotti delle filiere agricole e forestali. Uno dei progetti più interessanti è stato quello denominato “Fiperfert”, che prevedeva la produzione di fertilizzanti attraverso la combinazione delle ceneri degli impianti a biomassa con il digestato proveniente dagli impianti di biogas. L’idea era creare un ciclo virtuoso di economia circolare. Il progetto però non è riuscito a decollare perché, nel tempo, il digestato è stato sempre più utilizzato direttamente nelle aziende agricole e non era più disponibile nelle quantità necessarie.

Un altro progetto innovativo è stato “Pellet di Bacco”, che prevedeva la produzione di pellet utilizzando le potature dei vigneti. Il concetto era simbolico ma efficace: ogni bottiglia di vino poteva generare anche energia termica grazie agli scarti della viticoltura. Nonostante gli studi tecnici e le sperimentazioni, il progetto non si è sviluppato su larga scala perché il combustibile risultava classificato come pellet agricolo, con limiti normativi più restrittivi rispetto a quello forestale.

Molte di queste idee erano probabilmente in anticipo sui tempi e oggi, con una maggiore attenzione all’economia circolare, potrebbero trovare nuove opportunità di sviluppo.

 

7. Guardando indietro a questi 25 anni, quali sono state le soddisfazioni e le difficoltà più grandi?

Tra le soddisfazioni più grandi c’è sicuramente la crescita dell’associazione, l’aver costruito una rete di persone e competenze attorno a un settore che all’inizio era quasi sconosciuto e i rapporti corretti e collaborativi creati con enti ed istituzioni nazionali e regionali.

Un risultato simbolicamente importante è stato vedere aderire a FIPER anche realtà molto forti come quelle dell’Alto Adige, che storicamente avevano sviluppato autonomamente il teleriscaldamento a biomassa. Significava che l’associazione era diventata un punto di riferimento nazionale.

Il riconoscimento dell’esperienza dei nostri impianti è arrivato anche a livello internazionale: abbiamo preso parte alla delegazione promossa da Regione Lombardia nell’ambito dei 4 motori d’Europa in Argentina, Paraguay a e Uruguay con l’obiettivo di condividere la esperienza della filiera bosco-legno-energia nel Mercosur e sediamo stabilmente nel board di Bioenergy Europe, l’associazione con sede a Bruxelles che riunisce i produttori di bioenergia di tutta Europa.

Accanto ai successi, però, non sono mancati gli ostacoli. Il più grande è stato spesso la burocrazia: normative complesse, procedure lente e difficoltà nel far riconoscere il valore di una filiera energetica rinnovabile legata al territorio, in particolare in aree montane. In alcuni casi FIPER ha dovuto portare le proprie battaglie fino a Bruxelles per far valere le ragioni del settore.

Nonostante le difficoltà, l’associazione ha contribuito a diffondere una visione energetica basata sull’uso sostenibile delle risorse locali. Guardando al futuro, molte delle intuizioni sviluppate negli anni – dall’economia circolare alla valorizzazione degli scarti agricoli – potrebbero diventare sempre più centrali nella transizione energetica anche e soprattutto con riferimento all’attuale difficile momento mondiale.

Foreste al femminile: competenze, innovazione e leadership per il futuro del settore

Il settore forestale italiano sta attraversando una fase di profonda trasformazione, chiamato a rispondere alle sfide della transizione energetica, della gestione sostenibile delle risorse naturali e della sicurezza dei territori. In questo scenario, il contributo delle donne rappresenta una risorsa sempre più strategica per rafforzare competenze, innovazione e capacità decisionale lungo l’intera filiera.

Il tema è stato al centro del convegno “Foreste: femminile, plurale”, svoltosi lo scorso 27 febbraio nell’ambito di Progetto Fuoco a Verona, organizzato e promosso dalla nascente Rete Donne Foreste, di cui anche Fiper è parte attiva. L’incontro ha rappresentato un momento di confronto tra istituzioni, mondo della ricerca, imprese e professioniste del settore, con l’obiettivo di valorizzare il ruolo femminile nella filiera forestale e rafforzarne la presenza nei luoghi decisionali.

I numeri mostrano una realtà in evoluzione ma ancora caratterizzata da margini di crescita. In Italia sono 366.000 le imprese femminili attive nel settore primario, pari al 31,5% del totale, ma mediamente sono di dimensioni più ridotte rispetto a quelle guidate da uomini (7,7 ettari contro 12) e c’è una minore presenza di donne nei ruoli apicali. Nel comparto della silvicoltura e delle attività forestali, la quota di imprese guidate da donne si attesta intorno al 12%, segno di una presenza significativa ma ancora limitata in un settore tradizionalmente maschile.

Guardando al lavoro complessivo nelle campagne e nei territori rurali, i dati indicano che oltre un quarto degli occupati in agricoltura in Italia è donna, mentre circa un’azienda agricola su tre è guidata da imprenditrici. Nonostante questo peso numerico, la presenza femminile si riduce progressivamente nei livelli decisionali, nelle organizzazioni di rappresentanza e nei luoghi in cui si definiscono le politiche agricole e forestali. Inoltre il divario salariale di genere nel settore forestale e agricolo vede le donne svantaggiate, con retribuzioni orarie spesso inferiori a causa di maggiore precarietà, contratti part-time e ruoli meno qualificati.

La situazione non riguarda solo l’Italia. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), le donne rappresentano circa il 43% della forza lavoro agricola nei Paesi in via di sviluppo e svolgono un ruolo centrale nella gestione delle risorse naturali. Allo stesso tempo, l’organizzazione evidenzia che il divario nell’accesso a terra, credito, formazione e tecnologie continua a limitare il pieno sviluppo del loro potenziale economico. Colmare questo gap potrebbe aumentare significativamente la produttività agricola e forestale e rafforzare la sicurezza alimentare e ambientale.

Il ruolo delle donne nelle economie forestali è ancora più evidente: sempre secondo la FAO, oltre un miliardo di donne nel mondo dipende dalle foreste per il proprio sostentamento, partecipando alla gestione delle risorse, alla raccolta di prodotti forestali e alle attività economiche collegate alla filiera del legno.

Anche nel campo della ricerca forestale emergono segnali simili a quelli sopra descritti: la presenza femminile tra ricercatrici e giovani professioniste è infatti in crescita, ma resta ancora sottorappresentata nei ruoli di leadership scientifica e nelle posizioni decisionali delle istituzioni di ricerca e delle organizzazioni internazionali. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) presenta una forza lavoro sostanzialmente equilibrata, con il 53% di uomini e il 47% di donne. Nonostante dunque una buona rappresentanza femminile complessiva, persiste una “forbice delle carriere” con una sotto-rappresentazione femminile nei ruoli dirigenziali (22%).

Proprio per valorizzare questo patrimonio di competenze ancora per gran parte inespresso è nata la Rete Donne Foreste, un’iniziativa promossa da professioniste del settore con il supporto di diverse organizzazioni, con lo scopo di favorire il networking tra professioniste, sviluppare attività di mentoring, mappare competenze e rafforzare la presenza femminile nei contesti decisionali che orientano le politiche forestali.

In questo percorso Fiper svolge un ruolo attivo, portando all’interno della rete l’esperienza maturata nella valorizzazione energetica sostenibile delle biomasse legnose e nella promozione delle filiere territoriali del teleriscaldamento a biomassa. La partecipazione dell’associazione testimonia l’impegno a sostenere una transizione energetica inclusiva, capace di valorizzare il contributo di tutte le professionalità che operano nella gestione delle risorse forestali.

Nell’ottica di una fruttuosa collaborazione e del sostegno agli obiettivi della Rete, Fiper ha contribuito alla realizzazione e al lancio, nella giornata dell’8 marzo, la campagna social della Rete Donne Foreste “Il mio ufficio non ha pareti”, che attraverso delle video-interviste a operatrici e operatori del settore forestale, si propone di raccontare dalla loro viva voce, esperienze, difficoltà, prospettive e progetti futuri sul lavoro delle donne in questo specifico ambito.

Il lavoro della Rete proseguirà poi nei prossimi mesi con l’obiettivo di strutturare formalmente l’organizzazione e rafforzarne le attività. Un passaggio importante sarà la firma dell’atto costitutivo, prevista a Milano il 17 aprile, in occasione del convegno organizzato da Fiper “Sicurezza energetica, innovazione e comunità”, un appuntamento che riunirà istituzioni, imprese e mondo della ricerca per discutere il ruolo delle biomasse e delle foreste nella transizione energetica del Paese.

C’è dunque, tra le donne del settore forestale, un movimento attivo ed entusiastico avviato: un segnale concreto di quale sia l’obiettivo comune, vale a dire che il futuro del settore forestale passi sempre più dalla capacità di riconoscere e valorizzare il talento, le competenze e la visione delle donne che ogni giorno contribuiscono alla gestione sostenibile delle nostre foreste.

Guarda il primo video della campagna Instagram “Il mio ufficio non ha pareti”

Bella, buona e intelligente: ecco la scuola del futuro.

Il progetto di decarbonizzazione del Complesso Scolastico Parco Nord, situato alle porte di Milano, è il più grande intervento a livello europeo, di riqualificazione energetico-ambientale del settore scolastico. Il campus accoglie ogni giorno ca 5.000 studenti e oltre 6.000 persone: luogo che oggi si distingue come un laboratorio permanente di sostenibilità, dove studenti, docenti e cittadini possono sperimentare concretamente il significato della transizione ecologica. L’intervento ha preso avvio nel 2017 su iniziativa dell’azienda Carbotermo, in collaborazione con Città Metropolitana di Milano, attraverso il modello del PPP (partenariato pubblico – privato).

Sin dalle prime fasi il progetto si è posto obiettivi chiari e molto sfidanti:

  • La riduzione significativa dei consumi energetici;
  • L’eliminazione completa dell’uso dei combustibili fossili;
  • L’abbattimento delle emissioni climalteranti;
  • La restituzione alla comunità di un campus efficiente e orientato alla sostenibilità.

Si tratta di un intervento che è voluto andare oltre la mera riqualificazione energetica, attuando un vero e proprio cambiamento del modo di vivere l’ambiente scolastico, fondandosi sul principio che l’essere umano non è mai indifferente al contesto in cui vive: un ambiente sano ed efficiente non solo migliora la qualità della vita, ma educa, ispira e trasforma. È questa la visione che dà vita a una scuola bella, buona e intelligente, una scuola che non solo insegna, ma trasforma il modo di vivere oggi e di pensare il domani. La sfida della transizione energetica non può prescindere dagli spazi in cui crescono e si formano le nuove generazioni: intervenire sull’ambiente scolastico, trasformandolo in un modello sostenibile, reale e replicabile, favorisce un cambiamento perché un edificio scolastico rinnovabile non è semplicemente un luogo in cui si impara la sostenibilità: è esso stesso la sostenibilità in pratica.

Il progetto si è sviluppato su tre direttrici principali:

  1. Efficienza energetica degli edifici
  • Isolamento termico delle facciate e delle coperture;
  • Realizzazione di 9.000 m² di tetti verdi;
  • Relamping con oltre 6.300 corpi illuminanti a LED.
  1. Autonomia energetica Potenziamento del fotovoltaico
  • Nuova cabina elettrica e impianti di climatizzazione ad alta efficienza;
  • Realizzazione di un impianto a biomasse da 2 MW collegato a una rete di teleriscaldamento di 2 km, che ha consentito l’azzeramento dell’uso del gas metano fossile.
  1. Cultura della sostenibilità Installazione di schermi e QR code per monitorare in tempo reale i risultati energetici e ambientali
  • Nuove infrastrutture per la mobilità sostenibile (ricariche per bici elettriche, casetta dell’acqua per ridurre la plastica);
  • Realizzazione di nuove aule e spazi funzionali e laboratori concepiti come strumenti permanenti di sensibilizzazione e apprendimento.

I risultati raggiunti sono stati di grande rilievo. L’intervento ha permesso di ridurre del 94% le emissioni di CO₂-eq, di migliorare le prestazioni energetiche degli edifici con un salto di sei classi – dalla G alla A4 – e di tagliare i consumi complessivi di oltre 2.500 MWh all’anno. I tetti verdi e le nuove soluzioni di gestione delle acque hanno migliorato il microclima urbano, contribuendo alla qualità dell’aria e a un ambiente più sano e vivibile. Ma il valore del progetto non si esaurisce nei numeri. La vera innovazione è aver trasformato il campus in un laboratorio permanente di sostenibilità: ogni intervento – dalle nuove aule ai laboratori, dagli spazi dedicati alla mobilità sostenibile agli strumenti interattivi – è pensato per rendere la sostenibilità parte della vita quotidiana. Questo rende il Parco Nord un modello concreto e replicabile. Non solo un progetto tecnico, ma un’esperienza che dimostra come le scuole possano diventare veri e propri motori di cambiamento culturale e sociale. Un patrimonio che va oltre i confini del Campus e indica una strada percorribile per molte altre realtà italiane, chiamate a rispondere insieme alla sfida del cambiamento climatico e accompagnare le nuove generazioni verso un futuro più sostenibile.

Il risultato al centro di un convegno di respiro nazionale

La Scuola del Parco Nord di Cinisello Balsamo è stata nei giorni scorsi al centro del convegno “Scuola di Futuro – L’energia che forma il domani”, promosso da Carbotermo e Città Metropolitana di Milano, che ha riunito istituzioni, mondo scientifico, scuola e imprese per discutere di riqualificazione energetica, innovazione e sostenibilità dell’edilizia scolastica.

L’evento ha rappresentato un momento di confronto di alto livello su uno dei progetti di riqualificazione scolastica più significativi in ambito europeo, capace di coniugare efficienza energetica, uso di fonti rinnovabili, riduzione delle emissioni e qualità degli spazi educativi. Al centro del dibattito, il ruolo della scuola come laboratorio di innovazione e presidio strategico nella lotta al cambiamento climatico.

Il convegno ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, del mondo scientifico e del settore energetico, oltre alla testimonianza diretta degli studenti, veri protagonisti della scuola di domani.

I lavori si sono aperti con l’intervento del climatologo Luca Mercalli, il quale ha tenuto una lectio magistralis agli studenti sulle energie rinnovabili e l’importanza del loro impiego per combattere il cambiamento climatico.

Ospite d’eccezione della giornata, il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il quale ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra pubblico e privato in progetti per la riqualificazione degli edifici scolastici come quello del Parco Nord.

Nel corso dei lavori, Carbotermo ha illustrato il percorso che ha portato alla realizzazione di un intervento complesso e integrato, basato sul teleriscaldamento alimentato da biomassa legnosa, sull’ammodernamento impiantistico e su soluzioni progettuali orientate alla sostenibilità di lungo periodo. Un modello che dimostra come il partenariato pubblico-privato possa essere uno strumento efficace per il rilancio del patrimonio edilizio scolastico.

Interessanti spunti sul tema della transizione energetica sono emersi anche dalla tavola rotonda alla quale hanno preso parte il past president di GSE Paolo Arrigoni, l’AD di RSE Franco Cotana, il presidente di Fiper Michele Colli e il deputato Luca Squeri, membro della commissione attività produttive, commercio e turismo della Camera dei Deputati.

A conclusione dell’evento, i partecipanti hanno potuto visitare gli impianti e gli interventi realizzati, toccando con mano i risultati di una visione condivisa di sviluppo sostenibile.

“La Scuola del Parco Nord è la dimostrazione che la transizione energetica può diventare un’opportunità concreta per migliorare la qualità dell’istruzione e il benessere delle comunità ed è inoltre una buona pratica replicabile in tanti edifici pubblici e scolastici che necessitano da tempo di una vera riqualificazione. È un intervento che nasce come partenariato pubblico-privato di iniziativa privata nel lontano 2017. Ha richiesto un lungo e approfondito studio e un duro lavoro, ma che sta già mostrando i suoi frutti. E’ la dimostrazione che la sinergia tra pubblico e privato può essere una formula vincente per questo tio di interventi” – ha dichiarato Paolo Giarda, responsabile energie rinnovabili di Carbotermo – “Investire in scuole efficienti e sostenibili significa non mentire agli studenti; si dichiara l’attuazione di una transizione energetica che superi il modello del ‘900 fondato su carbone-petrolio-gas. Non mentire. Perché non sarà credibile insegnare il superamento delle fonti fossili e dell’inefficienza energetica all’interno di scuole che rinnegano le parole spese”.

“Quello che abbiamo ammirato oggi è un esempio di eccellenza unico nel panorama del teleriscaldamento a biomasse in Italia, per noi motivo d’orgoglio” – ha dichiarato il Presidente di Fiper Michele Colli – “questo intervento dimostra nei fatti che si può fare teleriscaldamento a biomasse a km zero anche in pianura, in un’area urbana della cinta metropolitana di Milano, riducendo drasticamente le emissioni ed efficientando tutto il sistema. Una best practice che deve… fare scuola!”

Con “Scuola di Futuro”, Fiper e Carbotermo confermano il proprio impegno nel promuovere soluzioni energetiche innovative al servizio dei territori e delle nuove generazioni, per una transizione energetica fattiva e un futuro davvero sostenibile.

25 anni di reti, innovazione e gestione dei territori per la transizione energetica

Il 2026 si apre in un contesto internazionale complesso, segnato da forti tensioni geopolitiche che continuano a incidere in modo diretto sull’approvvigionamento presente e futuro dei combustibili fossili, sulla volatilità dei prezzi dell’energia e sulla sicurezza energetica dei Paesi europei. È uno scenario che conferma, ancora una volta, quanto sia urgente accelerare il processo di decarbonizzazione dell’economia italiana, valorizzando un mix energetico equilibrato, sostenibile e fondato sulle risorse rinnovabili programmabili locali, a filiera corta.

In questo quadro, il teleriscaldamento rinnovabile a biomassa rappresenta una soluzione matura, affidabile e strategica per i territori, in grado di coniugare sicurezza energetica, riduzione delle emissioni, sviluppo locale e gestione attiva e sostenibile delle foreste.

 

2026: FIPER compie 25 anni

Il 2026 è un anno speciale per FIPER: celebriamo 25 anni dalla fondazione dell’Associazione, nata nel 2001 dall’intuizione e dall’impegno di Walter Righini e di altri operatori: dei veri pionieri, che hanno creduto nel ruolo delle biomasse legnose e del teleriscaldamento come leva di sviluppo sostenibile per le aree montane e interne del Paese.

In questi anni FIPER è cresciuta, si è strutturata, ha ampliato la propria rappresentanza ed è diventata un punto di riferimento nazionale ed europeo per il settore. Per raccontare questo percorso, stiamo raccogliendo approfondimenti e testimonianze, per ripercorrere le tappe fondamentali della nostra storia, le sfide affrontate e la visione che continua a guidare l’azione dell’Associazione. Saremo felici di condividerle con voi nell’edizione di marzo della nostra newsletter, mese di nascita di Fiper.

 

Verso una rappresentanza sempre più ampia del TLR a biomassa

Uno degli obiettivi strategici di FIPER per il 2026 è l’allargamento della base associativa, con l’ambizione di arrivare a rappresentare il 100% del teleriscaldamento a biomassa italiano.

A questo proposito, il 2026 si è aperto con l’arrivo di un nuovo associato, Le Brasier di Morgex, in Valle d’Aosta, al quale diamo subito un caloroso benvenuto.

Vogliamo rafforzare il nostro ruolo di accompagnamento nei confronti di comuni, imprese e territori che intendono sviluppare nuovi progetti di teleriscaldamento rinnovabile, impianti di cogenerazione termico-elettrica o comunità dell’energia termica, mettendo a disposizione competenze tecniche, supporto istituzionale e capacità di interlocuzione con i decisori pubblici.

 

Il quadro legislativo: RED III e nuove sfide

Il recepimento della Direttiva RED III introduce elementi di grande rilevanza per il settore. In particolare:

  • il principio dell’uso a cascata del legno, che priorizza gli usi materiali (edilizia, arredo, carta, chimica verde, tessile) e destina all’energia i sottoprodotti e i residui;
  • il rafforzamento dei criteri di sostenibilità per gli impianti di potenza superiore a 7,5 MW;
  • la promozione della cogenerazione ad alto rendimento;
  • il divieto dell’esclusiva produzione elettrica da biomasse.

FIPER lavorerà per una semplificazione e razionalizzazione dei criteri di sostenibilità, affinché siano efficaci ma anche applicabili, e per favorire lo sviluppo di nuove reti di teleriscaldamento rinnovabile e delle comunità dell’energia termica.

 

Rafforzare la filiera a monte

A livello nazionale e regionale, FIPER continuerà a promuovere misure per:

  • consolidare la filiera forestale e del “fuori foresta”;
  • sostenere gli investimenti in innovazione nei prelievi forestali e nella logistica;
  • inserire le biomasse nel programma Industria 5.0;
  • dare piena attuazione alle azioni previste dalla Strategia Forestale Nazionale;
  • accompagnare l’evoluzione normativa sul tema del fuori foresta.

 

Reti, alleanze e azione di rappresentanza

Nel 2026 proseguiremo nel rafforzamento delle reti di alleanze costruite negli anni, per rendere sempre più incisiva l’azione di rappresentanza, in particolare a livello regionale.
Tra le collaborazioni strategiche ricordiamo:

  • l’accordo siglato a dicembre con UNCEM, ERSAF e AIEL;
  • la collaborazione con UNIMONT avviata con la giornata di formazione dello scorso 15 dicembre e piena di iniziative anche per il 2026;
  • l’avvio della collaborazione con Legambiente e la conseguente nostra presenza agli eventi del Forum foreste 2026;
  • la consolidata presenza nel board di Bioenergy Europe.

 

Formazione, università e divulgazione

Consapevoli dell’importanza della divulgazione scientifica in particolare tra le nuove generazioni, un altro pilastro dell’azione FIPER sarà il rafforzamento delle attività con Università, scuole e centri di ricerca, attraverso:

  • giornate tecniche di divulgazione;
  • momenti di confronto su biomasse, teleriscaldamento efficiente e innovazione;
  • iniziative dedicate all’efficienza energetica e alla filiera bosco-legno-energia.

In quest’ottica si colloca la scelta di inaugurare, per il 2026, l’iniziativa Centrali Aperte Fiper, un altro modo per avvicinare tutta la popolazione al mondo delle biomasse e promuovere la conoscenza del funzionamento di una centrale di teleriscaldamento.

 

ARERA e regolazione del TLR

Diamo il benvenuto al neo eletto Presidente di ARERA Nicola Dell’Acqua e al nuovo Consiglio di amministrazione, con l’auspicio che possa essere rapidamente riattivato il confronto con il settore per la definizione del metodo tariffario definitivo del teleriscaldamento, un tema cruciale per garantire stabilità, trasparenza e sviluppo del comparto.

 

Sostenibilità e certificazione

Infine, FIPER continuerà a presidiare il tema dei criteri di sostenibilità e della certificazione delle biomasse, alla luce delle disposizioni della RED III, affinché il contributo delle biomasse legnose alla decarbonizzazione sia pienamente riconosciuto, valorizzato e comunicato in modo corretto.

Il 2026 sarà un anno di impegno, visione e responsabilità. Dopo 25 anni di storia, FIPER continua a guardare avanti, con la convinzione che fare rete sia la chiave per affrontare le sfide della transizione energetica e costruire un futuro più sostenibile per i territori.