Trentino Energia Verde: imprese unite per una provincia 100% rinnovabile!

Intervista il neoeletto presidente dr. Andrea Ventura, AD di Bioenergia Fiemme.

Da sempre nell’immaginario collettivo, Trentino è sinonimo di foreste di abeti rossi, Dolomiti e turismo attento alla tutela dell’ambiente.

In questo contesto culturale 11 i soci fondatori, che hanno promosso l’avvio dell’Associazione Trentino Energia Verde. ACSM teleriscaldamento SpA di Primiero, Eneco Energia Ecologica srl di Predazzo, Bio Energia Fiemme SpA di Cavalese, EuroBio Energy srl di Tesero, ‘Bioenergy Anaunia SpA di Fondo, Fellin Energia di Revò, Tonale Energia srl di Vermiglio, Enerprom srl di Pejo, MEM srl di Dimaro oltre ai Comuni di Altavalle in val di Cembra e Pellizzano in val di Sole: una compagine formata da multiutility, comuni, operatori di teleriscaldamento a biomassa.

Approfondiamo il tema con il neoeletto presidente dr. Andrea Ventura, AD di Bioenergia Fiemme.

1. Quali sono gli elementi che vi hanno spinto a costituire l’associazione proprio in Trentino, territorio da sempre vocato all’impiego delle fonti rinnovabili e in particolare alla filiera legno?

Il confronto e la volontà di fare rete tra operatori del Trentino della filiera bosco legno energia era sul tavolo da qualche tempo. Abbiamo deciso di avviare un percorso di condivisione delle varie esperienze di produzione rinnovabile partendo proprio dalle biomasse che rappresentano un fattore di sviluppo strategico per il nostro territorio.

2. A che modello di sviluppo territoriale l’Associazione si ispira per promuovere fattivamente una reale economia circolare?

Il Trentino ha sempre rappresentato un modello di sviluppo dei territori di montagna. L’Associazione si pone l’obiettivo di stimolare questo sviluppo anche nel settore energetico che è oggi un tema centrale per imprese e famiglie.

3. Che margini di sviluppo potrebbe rivestire l’economia del legno a partire dal suo osservatorio per il Sistema produttivo ed energetico italiano?

In Trentino il comparto legno è storicamente un pezzo importante della nostra economia. L’uso del legno e la sua valorizzazione sono parte del DNA di questa terra che deve continuare a favorire processi di innovazione industriale, lavorando anche sullo sfruttamento degli scarti a i fini energetici. Su questo vogliamo essere partner delle Istituzioni locali per stimolare politiche che riescano a mettere al centro i territori garantendo occupazione e crescita anche nelle valli alpine e nei territori più periferici per contribuire al sostegno della montagna.

4. Quali sono i principali limiti e vincoli attuali per la messa in atto di una reale economia circolare che si basa su un sistema di produzione e consumo di energia rinnovabile a km zero?

Manca una visione globale. Una visione di sistema. Se il km zero e l’economia circolare sono davvero così importanti, la politica deve essere coerente. E deve stimolare investimenti che partono dai territori favorendo iniziative che poggiano su questi capisaldi. La generazione di energia rinnovabile distribuita e decentrata, ad esempio, non solo è più sostenibile ma anche più attenta alle popolazioni locali. Vanno rimossi vincoli burocratici e ideologici che in questa nuova fase storica rischiano di bloccare un’autentica transizione ecologica ed energetica.

5. La recente decisione di 2i Rete Gas di revocare il progetto di metanizzazione dell’alta Valtellina per mancanza di manifestazione di interesse da parte di alcuni Comuni può a suo avviso, rappresentare una leva per far in modo che ciò avvenga anche per i 47 comuni trentini, la cui provincia ha previsto un piano di metanizzazione?

Il tema è complesso. La metanizzazione di un territorio rappresenta una scelta che vincola i Comuni per decenni. Vincolare i Comuni ad un combustibile fossile, non rinnovabile e proveniente dall’estero nell’attuale crisi energetica, a noi pare una scelta sbagliata. E credo che dovrebbe essere rivista. Tuttavia, ritengo che la scelta di alcuni di Comuni di metanizzare, sia risultato del timore di non aver altre opzioni da offrire ai propri cittadini e ad un senso di solitudine istituzionale nella politica energetica locale. Servono proposte alternative alla metanizzazione, proposte che diano garanzie di affidabilità e di qualità del servizio basate sulle fonti rinnovabili su cui l’Autonomia del Trentino deve investire con politiche innovative e di lungo periodo.

6. Quest’associazione intende promuovere al suo interno anche la costituzione delle comunità dell’energia rinnovabile?

Siamo appena nati. Abbiamo bisogno di strutturare la nostra organizzazione e attivare il dialogo anche con altre associazioni che si occupano di questi temi per fare fronte comune. Certamente il tema delle Comunità Energetiche è interessante e va approfondito e promosso perché esprime dei riferimenti culturali e valoriali che sono parte integrante del nostro territorio e anche delle aziende e degli Enti che hanno dato vita a Trentino Energia Verde.

Gestione sostenibile delle foreste: grande opportunità per lo sviluppo dell’economie del Mediterraneo

Intervista a Andrea Barzagli,  del dipartimento di comunicazione di Compagnia delle Foreste 

Dal 21 al 25 marzo si è tenuta ad Antalya, in Turchia la “Mediterranean Forest Week”. Si tratta di un evento organizzato da Silva Mediterranea, comitato rappresentante il panorama forestale del Mediterraneo, il cui segretariato è affidato all’Italia e viene gestito dal CREA presso la FAO, su mandato della Direzione Foreste del Mipaaf.

L’iniziativa punta a creare un terreno comune per favorire il confronto sulle problematiche e sulle sfide legate al settore delle foreste nel Mediterraneo. Nello specifico tra gli obiettivi della manifestazione c’è la promozione di proficue collaborazioni tra gli amministratori forestali e i decisori politici, la comunità scientifica, il comparto privato, la società civile, le organizzazioni non governative e gli altri stakeholder.

Questi temi assumono un ruolo centrale per Fiper che – nell’ottica di promuovere su larga scala le opportunità legate alla bioenergia – ritiene fondamentale far comprendere a un pubblico più vasto possibile l’importanza di un approccio olistico e trasversale al tema della gestione sostenibile delle foreste, evidenziando le opportunità legate alla produzione di energia pulita e rinnovabile, frutto di filiere circolari e sostenibili. Gestire in modo sostenibile il patrimonio forestale significa infatti incrementare i prelievi legnosi, garantire un sano accrescimento arboreo.

Per approfondire questi temi abbiamo intervistato Andrea Barzagli, del dipartimento di comunicazione di Compagnia delle Foreste.

1. Quali sono le principali sfide in termini di gestione sostenibile delle foreste nel nostro Paese e a livello Ue

Oltre il 40% della superficie dell’Unione Europea è coperta di foreste, passando dall’area mediterranea a quella boreale, una sfida che le accomuna tutte è quella del cambiamento climatico. Lo stesso vale per il contesto italiano dove la superficie forestale in costante crescita è arrivata ormai ad occupare oltre un terzo del Paese. Il recente report IPCC sul clima ha evidenziato come gli effetti della crisi climatica sul contesto forestale europeo potranno causare perdite della produttività fino al 37% per le zone più a sud, Italia compresa. Lo stesso report, riguardo alle possibili azioni di adattamento, mette al primo posto la gestione forestale sostenibile, soprattutto se portata avanti facendo lavorare assieme i vari attori del settore, dai ricercatori agli amministratori e alle imprese. Come già ampiamente sottolineato all’interno della Strategia Forestale Europea, il ruolo delle foreste in questa sfida è tutt’altro che passivo: attraverso una corretta gestione possono essere protagoniste della bioeconomia e della transizione ecologica. Per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera è possibile utilizzare sostenibilmente il legno e il modo migliore di farlo è con un approccio a cascata: il materiale idoneo da destinare alla fabbricazione di manufatti duraturi, che conserveranno al loro interno CO2 immagazzinato dalle piante, la restante parte per la produzione di energia. La gestione forestale sostenibile è la chiave per garantire l’equilibrio il sistema che garantisce la perpetuazione nel tempo di questa importante risorsa.

2. Qual è l’importanza di declinare il tema della gestione sostenibile delle foreste in termini di promozione dei paradigmi dell’economia circolare?

La maggior parte del legname usato in Italia proviene dall’estero, dato paradossale in un paese che possiede una superficie forestale estesa e in costante crescita. La mancata valorizzazione delle risorse locali innesca un circolo vizioso con conseguenze su temi come il presidio delle aree interne, il dissesto idrogeologico e la deforestazione importata. Produrre legno dai nostri boschi potrebbe fornire materia prima a filiere corte e locali che generano lavoro ed economia in territori rurali, molto spesso marginali e a rischio di spopolamento. Lavorare per la produzione di legname dai boschi locali fornisce al tempo stesso non solo assortimenti legnosi, ma anche tanti altri servizi utili alla società: continuità della funzione di protezione diretta delle infrastrutture da frane o valanghe, diminuzione del rischio incendi, conservazione delle fonti di acqua potabile, manutenzione di strade e sentieri e anche produzione di energia… Tuttavia, in Italia solo una piccola parte del patrimonio forestale è pianificato: conosciamo poco i nostri boschi e molto spesso non facciamo una Selvicoltura con la S maiuscola. Per fortuna da pochi mesi disponiamo di una Strategia Forestale Nazionale. La giusta base da cui partire.

3. Quali sono le potenzialità del settore forestale italiano dal punto di vista dell’offerta di fonti di energia?

Nel contesto attuale, in cui è ormai evidente la necessità di sostituire le fonti fossili, anche se spesso non con l’urgenza necessaria, il settore forestale può svolgere un ruolo chiave. Con lo sviluppo di filiere legno-energia locali i paesi e i territori vicini possono affrancarsi dalle fonti fossili, rinnovando la connessione con il patrimonio boschivo che li circonda. Queste risorse naturali, se valorizzate, possono rappresentare un’alternativa sostenibile dal punto di vista sia ambientale che economico. 

Tanti boschi oggi, anche a seguito di un pluridecennale abbandono colturale, non sono idonei a produrre legname da opera e di conseguenza, anche per rendere quegli stessi boschi più idonei a produzioni di pregio future, si dovranno effettuare interventi selvicolturali di diradamento dai quali uscirà materiale valorizzabile solo dal punto di vista energetico. Quindi una filiera legno-energia locale e sostenibile per alcune aree è una vera e propria opportunità, l’unica al momento per valorizzare il legname di alcuni boschi e creare condizioni di maggior pregio per il futuro. 

Ma un discorso simile vale anche per contesti più urbani, nonostante il tema dell’inquinamento, ovvero le polveri fini emesse da stufe e caldaie alimentate a biomasse legnose, sia un punto critico su cui molto si dibatte. Grazie alle moderne tecnologie, a una corretta manutenzione e all’attenzione verso la qualità dei biocombustibili, questo problema può essere superato.

4. Qual è l’importanza di comunicare in modo efficace su larga scala le opportunità offerte dalla gestione sostenibile delle foreste e dalla produzione di energia da scarti legnosi? Cosa si potrebbe fare per veicolare meglio questo messaggio?

Il tema della gestione delle foreste è ad oggi in Italia un argomento di discussione molto sentito e di conseguenza a rischio di semplificazioni e polarizzazione. Il rischio è che nella narrazione distorta legata alla transizione energetica le foreste vengano descritte anch’esse in modo semplificato, almeno a livello generalista, relegandole a spettatrici passive di questo processo. Le opportunità date dalla gestione forestale sostenibile devono essere comunicate attentamente, cercando di abbracciare la complessità del tema. Questo è ancora più vero se parliamo di filiera legno-energia dove il progressivo allontanarsi delle persone dalla cultura rurale ha reso un’azione storicamente accettata, quella di trasformare il legno in energia per cucinare e scaldarsi, problematica agli occhi di una buona parte della popolazione. Non ci sono  grandi segreti da rivelare o ragionamenti complicati da spiegare.

Molti degli elementi fondamentali per riabilitare l’uso del legno per la produzione di energia sono facilmente comprensibili anche dalle persone esterne al settore, devono solo essere divulgati nel modo giusto. È necessario rompere il paradigma per il quale il tema legno-energia viene ormai visto come un argomento “scomodo”, che rischia di mettere in cattiva luce verso il grande pubblico chi decide di parlarne.

Vista l’importanza che ricopre, questo tema dovrebbe trovare nei media lo stesso spazio che viene dedicato ad esempio alla salvaguardia della natura e della biodiversità, comunicando come la gestione sostenibile abbracci tutto ciò che riguarda il rapporto tra la nostra specie e gli ecosistemi forestali.

Bioenergia in EU: quale impatto socioeconomico e prospettive di sviluppo?

In questi giorni è stato pubblicato il report di Deloitte: “Towards an Integrated Energy System: Assessing Bioenergy’s Socio-Economic and Environmental Impact” promosso da Bioenergy Europe.

Scopriamo i risultati del rapporto con la dott.ssa Irene di Padua, Policy Advisor di Bioenergy EU. 

L’analisi stima l’impatto della bioenergia sull’economia in termini di PIL e creazione di posti di lavoro, prestando particolare attenzione all’ambiente, le emissioni di carbonio, il contributo alla salvaguardia delle foreste, la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e lo sviluppo di un’economia circolare.

1. Il rapporto Deloitte fornisce uno scenario estremamente interessante dell’impatto generale dal settore “bioenergie” in termini di PIL europeo. Può illustrarci brevemente i principali indicatori rappresentati?

L’impatto economico del settore delle bioenergie in termini di PIL nel 2019 è stato di 34.116 milioni di euro, pari allo 0,25% del PIL dell’UE27: l’impatto diretto ha raggiunto 24.406 milioni di euro, mentre l’impatto indiretto ha rappresentato 9.710 milioni di euro.

Ogni milione di tonnellate equivalente (MTEP) in più di biomassa impiegata per la produzione di energia, genererebbe un impatto di 261 milioni di euro in termini di PIL e una creazione di 5.181 posti di lavoro (Full-Time), producendo un risparmio di 2,4 MtCO2eq di emissioni date dalla sostituzione dei combustibili fossili.

Attualmente milioni di cittadini europei utilizzano la bioenergia come fonte di riscaldamento tramite, per esempio, sistemi di teleriscaldamento. Inoltre, diversi complessi industriali, già si avvalgono di energia proveniente dai residui di lavorazione e gestione delle biomasse legnose per produrre calore rinnovabile utilizzabile dallo stabilimento e dagli edifici circostanti.  In futuro, il numero di cittadini e industrie che impiegano le bioenergie è destinato ad aumentare e questo sarà fondamentale per raggiungere gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni per il 2030 e il 2050.

2. Oltre agli indicatori citati, quali sono le specificità delle bioenergie in termini microeconomici?

La bioenergia è una soluzione molto versatile e flessibile; sostiene le economie locali generando nuovi posti di lavoro e nuovi mercati legati alla filiera di approvvigionamento agricola e forestale.

Puntare sul comparto “bioenergia” rafforza le aree rurali, genera reddito e previene l’esodo della popolazione soprattutto giovanile verso i centri urbani. Avere una catena del valore lunga e differenziata sul territorio, come quella delle bioenergie, crea ulteriori possibilità di fornire posti di lavoro. Inoltre, il settore rappresenta un’importante “voce” nelle entrate di bilancio per i comuni. In Europa, il 40% della superficie forestale è di proprietà di comuni, governi regionali o nazionali, questo significa che la vendita dei residui e delle risorse della gestione forestale favorisce direttamente i bilanci statali oltre ad avere un concreto valore aggiunto per i cittadini.

3. In termini di sicurezza dell’approvvigionamento per il mercato europeo dell’energia, investire sulle bioenergie, potrebbe rappresentare una leva per diversificare il rischio della dipendenza estera dal gas, prevenendo la crisi che stiamo attualmente vivendo del “caro energia?”

La sostituzione dei combustibili fossili importati con energie rinnovabili nazionali migliora la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e riduce il rischio di problemi di rifornimento derivanti dal contesto sociopolitico all’estero. Al momento, l’Europa importa solo il 3,4% della biomassa usata per produrre energia, mentre la dipendenza dal gas supera l’80%. A fronte della crisi energetica attuale, l’indice di vulnerabilità di paesi come l’Italia è particolarmente preoccupante.

Inoltre, l’uso della bioenergia porta benefici alla stabilità dei prezzi, fondamentali per la sicurezza energetica.

Il costo della biomassa per l’energia risulta essere sia più stabile nel tempo se paragonato a quello dei combustibili fossili.

Inoltre, un aumento dei prezzi del gas naturale si traduce in un aumento dei prezzi dell’elettricità che, insieme alla difficoltà di prevedere i prezzi, mette i cittadini e l’industria a rischio di far fronte a costi energetici fluttuanti che possono aumentare la povertà energetica e diminuire la competitività dell’industria europea. Ad esempio, confrontando il prezzo domestico della biomassa con altri beni energetici, si osserva che il prezzo del pellet (il tipo di biomassa più costoso), rimane abbastanza stabile ed è fino a quattro volte più economico del gas naturale e del riscaldamento elettrico in tutti i paesi.

4. Quali sono le prospettive di sviluppo per il settore anche alla luce della messa in atto del pacchetto FIT for 55%?

Il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2030 e il 2050 richiede un ulteriore sviluppo del comparto “bioenergia”, considerando gli scenari riportati dalla Valutazione d’Impatto della Commissione Europea. Il consumo interno lordo medio di biomassa a livello europeo dovrebbe attestarsi intorno ai 220 Mtep nel 2050, mostrando un aumento annuo di circa il 2% tra il 2019 e il 2050. Questo aumento è in realtà inferiore a quello mostrato dalla bioenergia negli ultimi 10 anni, visto che il trend si è attestato intorno a una crescita annua del 2,6%, dimostrando così che l’incremento futuro potrebbe corrispondere ad uno scenario costante nel tempo.

Al momento, l’import di combustibili fossili in EU è superiore a 236 milioni di euro per Mtep.

In questo contesto, l’utilizzo di una risorsa rinnovabile disponibile sul territorio, come la biomassa, consentirebbe la creazione di occupazione e crescita economica oltre che la riduzione della bolletta energetica con i paesi terzi. L’aumento dell’occupazione e del PIL rispetto al 2019 raggiungerebbe rispettivamente il 54% e il 64%. Questa crescita sarà guidata non solo dall’uso della bioenergia per la produzione di elettricità, ma anche dalla produzione di biocarburanti per i trasporti e dall’aumento delle biomasse utilizzate per il calore nel settore industriale.

Inoltre, poiché lo sviluppo della tecnologia della biomassa si evolverà attraverso l’uso di apparecchiature moderne che utilizzano meno combustibile per la stessa produzione di calore, essendo così più efficienti, ci sarà un mercato legato alla sostituzione delle vecchie installazioni esistenti con dispositivi moderni a emissioni quasi zero.

Concludendo quindi, possiamo affermare che la bioenergia rappresenta un’importante fonte di energia alternativa all’impiego dei combustibili fossili e una sicurezza per il sistema energetico, vista la sua capacità di bilanciare l’intermittenza di altre fonti rinnovabili come l’eolico e il solare. Sarà una risorsa cruciale nella transizione energetica per la crescita economica e la creazione di posti di lavoro, riducendo al contempo le emissioni di gas serra, in particolare nei settori in cui l’elettrificazione è difficile e costosa (navigazione, aviazione, processi a media e alta temperatura e altre applicazioni industriali).

Scarica il report Deloitte

Terremoto nel mercato dell’energia: appello di FIPER al governo

Righini:” Il rischio è che i danni del terremoto energetico siano molto costosi, se non si interviene in tempo!”

Energia Elettrica: dal 1/10/2021 + 29,9% – dal 1/01/2022 + 55,0%
Gas: dal 1/10/2021 + 14,4% – dal 1/01/2022 + 41,8%

In concreto questi numeri cosa ci indicano?
Il prezzo (PUN) dell’energia elettrica da dicembre 2020 a gennaio 2022 ha registrato un incremento del 751%, mentre il prezzo del gas del 599% nello stesso periodo con un costo energetico annuo che passa in Italia da 40 a 140 Miliardi di €.
Non è prevedibile in futuro un ritorno ai prezzi degli anni scorsi.
È del tutto evidente che questa situazione risulti, in primis, assai pesante e onerosa per le famiglie, ma anche e soprattutto per le aziende, che iniziano ad avvertire segnali di crisi a causa degli altissimi costi energetici raggiunti funzionali al sistema produttivo.
Già è evidente la crisi dei settori energivori; tra cui: industria della carta, acciaio, cemento, tessile, vetro e gli altri comparti correlati nonostante la forte domanda di prodotti.
Emblematico il caso di aziende vinicole in crisi per l’insufficiente fornitura di bottiglie di vetro.
Questo è il risultato di decenni di una miope politica energetica del nostro Paese focalizzata a sostenere il settore del gas, peraltro importato per oltre 90% dall’estero, invece di investire e premere l’acceleratore sull’impiego di fonti rinnovabili. Quest’ultime oggi risultano più interessanti economicamente, anche se incentivate.
E siccome dipendiamo anche per la produzione elettrica dall’utilizzo del gas “il cane a sei zampe che si brucia la coda” è del tutto evidente che il problema energetico nazionale si identifica nell’utilizzo spregiudicato che si è sempre fatto sinora di questo combustibile fossile. È del tutto assente una politica di “autonomia dal gas” o diversificazione delle fonti, per far fronte alla prima o poi possibile riduzione e/o interruzione delle forniture da parte della Russia o dei paesi Arabi o all’ulteriore incremento insostenibile del suo costo a beneficio esclusivo delle aziende importatrici, seppur fortemente partecipate dallo Stato, che hanno sempre contrastato lo sviluppo delle fonti rinnovabili.

A dimostrazione di ciò, il Governo italiano è arrivato incomprensibilmente in un momento di rilancio dell’economia all’insegna della transizione ecologica, a imporre ad ARERA che: “Le estensioni e i potenziamenti di reti e impianti esistenti nei comuni già metanizzati e le nuove costruzioni di reti di impianti in comuni da metanizzare appartenenti alle zone climatiche F. (zone di montagna n.d.r.) … nonché nei comuni che hanno presentato nei termini previsti la domanda di contributo relativamente al completamento del programma di metanizzazione del Mezzogiorno … si considerano efficienti e già valutati positivamente ai fini dell’analisi dei costi e dei benefici per i consumatori … A tal fine l’autorità di regolazione per energia reti e ambiente ammette a integrale riconoscimento tariffario i relativi investimenti”.*

Ciò significa, che anche gli investimenti in reti di metanizzazione in aree scarsamente popolate, e quindi in perdita, devono essere per legge socializzati.

FIPER in data 2/9/2021 ha presentato una segnalazione per violazione della normativa dell’Unione Europea da parte dello Stato italiano alle: Direzione generale- (DG) Energia, DG Azione per il Clima, DG Ambiente, DG Concorrenza della Commissione Europea a Bruxelles, informando per correttezza i Ministri competenti Cingolani, Giorgetti e Patuanelli, già contattati in precedente riguardo la disparità di trattamento evidenziata tra le diverse fonti energetiche.

Infine, si apprende che ARERA ha aperto nei giorni scorsi la consultazione pubblica inerente alla possibilità di incentivazione dell’ammodernamento delle reti gas già completamente ammortizzate.

PROPOSTE E PROSPETTIVE

FIPER da sempre si è contraddistinta per un approccio costruttivo, pertanto, ritiene opportuno non solo rappresentare le criticità di cui sopra, del resto già in parte espresse da importanti e più autorevoli interventi sulla stampa nazionale, ma anche e soprattutto proporre soluzioni, anche se parziali e limitate al nostro precipuo settore di conoscenza, alternative all’utilizzo del gas importato e al preannunciato ritorno al nucleare, peraltro mai partito in Italia, con tempistiche di sviluppo non compatibili con l’urgenze del momento.
Condividiamo in primis quanto rappresentato al Presidente Draghi e ai Ministri competenti, dal Presidente di Italia Solare, Paolo Rocco Viscontini, nella nota del 30.12.2021.
Richiamiamo inoltre il Manifesto delle Bioenergie, presentato al Governo, sottoscritto in occasione di Ecomondo di Rimini dello scorso anno da FIPER con le Associazioni: ELETTRICITA’ FUTURA, AIEL, ANPEB, ASSITOL, ASSOEBIOS, ASSOGRASSI, CONFAGRICOLTURA, CIB, DISTRETTO PRODUTTIVO LA NUOVA ENERGIA, EBS e ITABIA che alla luce della situazione contingente conferma ancor di più la sua attualità.
Veniamo ora a proposte concrete.

Produzione di energia termica ed elettrica dall’USO della BIOMASSA legnosa
L’Italia come noto dispone di una superficie di circa 10,8 milioni di ettari di boschi corrispondente al 36% dell’intero territorio nazionale (fra il 1990 e il 2010 la superficie boscata aumentate del 20%).
Di questi 10,8 milioni di ettari di bosco circa 8 milioni sono disponibili per il taglio di legname e l’incremento corrente annuo della biomassa legnosa è di circa 4,10 m³ per ettaro.
A fronte di ciò il prelievo medio annuo italiano è attualmente inferiore a 1 m³ per ettaro, tra i più bassi a livello europeo. Risultato: l’Italia è il primo importatore mondiale di legna da ardere.
Il rischio di deforestazione in Italia è del tutto assente; anzi, si evidenza l’impellente necessità di riprendere la cura e la manutenzione del nostro territorio boscato, disporre di residui legnosi per la filiera produttiva ed energetica, con evidenti ricadute positive sia economiche, occupazionali oltre che ambientali.
Fra questi benefici una corretta ed opportuna gestione del territorio e la valorizzazione e utilizzazione di parte di questa ingente quantità di biomassa.
Promuovere una gestione forestale sostenibile, che migliora nel tempo la qualità del legname dei nostri boschi, attraverso l’impiego energetico, quale il teleriscaldamento a biomassa, la cogenerazione, l’avvio di comunità dell’energia rinnovabile.
All’ingente disponibilità di biomassa forestale o derivante dagli scarti delle segherie (circa il 30% del della prima lavorazione diviene scarto) si aggiunga la significativa quantità di biomassa agricola presente sul territorio nazionale proveniente dalle potature (viti, ulivi, frutteti, ecc.) pari a oltre 5,6 milioni di tonnellate anno. Queste biomasse residuali attualmente nella maggior parte dei casi vengono bruciate in campo con ulteriore aggravio della qualità dell’aria.
Altra possibile fonte di approvvigionamento, la biomassa legnosa derivante dalle potature del verde urbano di parchi, viali, giardini e piazze attualmente destinata in gran parte incomprensibilmente al compostaggio.
Chiediamo di attivare questa economia circolare reale, fattibile, a kilometro zero!
Peccato, invece, che nel capitolo Economia circolare il PNRR faccia esclusivo riferimento al comparto rifiuti.
Il PNRR prevede nell’intero settore del teleriscaldamento efficiente (compreso quindi anche le altre fonti rinnovabili diverse dalle biomasse e la cogenerazione ad alto rendimento) un investimento entro il 2026 di €.200 milioni per uno sviluppo di 330 Km. di reti e la realizzazione di impianti o allacciamenti per una potenza di 360 MW termici.
Riteniamo le previsioni del MITE assai modeste; secondo FIPER potrebbero tranquillamente essere moltiplicate per dieci, aggiungendo la realizzazione di impianti cogenerativi.

Si segnala infine che, nell’attuale stagione invernale 2021/22 nella quasi totalità degli impianti di teleriscaldamento alimentati a biomassa, non si è registrato alcun aumento delle tariffe per la fornitura di calore alle utenze, se non nei casi il cui prezzo di riferimento era ancorato al prezzo del gas.

IMPIANTI DI BIOGAS E/O BIOMETANO
Attualmente in Italia sono in esercizio oltre 1600 impianti a biogas agricolo, che producono energia elettrica ritirata dal GSE.
È in corso di definizione il nuovo decreto biometano, che coordinerà i sistemi di incentivazione con i contributi del PNRR per la realizzazione di nuovi impianti di biometano e la riconversione degli impianti a biogas esistenti in impianti a biometano per un importo di €. 1.923 Milioni.
Da una indagine da noi svolta presso i nostri Associati, attualmente produttori di biogas per energia elettrica, risulta che permangono importanti criticità da risolvere per permettere la riconversione in produttori di biometano; in particolare, si evidenzia la distanza delle reti del metano dal punto di produzione del biometano (zone rurali). Da una stima condotta dalla Federazione, solo il 10% degli attuali impianti a biogas potrà diventare produttore di biometano.
Si ritiene opportuno, alla luce degli attuali sviluppi del costo dell’energia, oltre alla realizzazione di impianti di produzione di biometano come previsto nel PNRR, garantire la continuità degli impianti a biogas post periodo di incentivazione e promuoverne nuovi, per produrre direttamente energia elettrica da immettere in rete e soprattutto incentivare la realizzazione di nuovi serbatoi di accumulo del biogas. Ciò consentirebbe di disporre di una maggior produzione di energia elettrica nelle ore di maggior richiesta e di stoccare il biogas nelle ore di basso consumo, a differenza di quanto sinora avvenuto, in cui la produzione elettrica non poteva superare le soglie previste.
Questa semplice modifica al regolamento attualmente in uso, a costo zero per il Paese, permetterebbe di raddoppiare la produzione elettrica nelle ore di punta, riducendo contemporaneamente l’inutile produzione nelle ore di bassa richiesta.

IDROELETTRICO E POMPAGGI
L’Italia da tempi immemorabili è ricca di energia idroelettrica, fonte rinnovabile e soprattutto programmabile.
Non essendo più possibile prelevare ulteriore acqua dai fiumi e torrenti, risulta prioritario incrementare il sistema dei pompaggi, realizzando nuovi bacini di accumulo da collegare con quelli già esistenti o, nelle zone costiere, utilizzando l’acqua di mare.
Le centrali idroelettriche ad accumulo di pompaggio sono la forma di accumulo di energia più conveniente, come ampiamente dimostrato in letteratura.
Offrono una tecnologia all’avanguardia con bassi rischi, bassi costi operativi e bilanciano le fluttuazioni della rete grazie alla loro elevata flessibilità operativa, consentendo l’integrazione di successo di energia rinnovabile intermittente.
Contribuiscono in modo significativo a un futuro di energia pulita.
I bacini di pompaggio offrono inoltre sicurezza e facilità di fornitura dell’acqua nei molti casi di incendi boschivi.
In conclusione, la produzione di energia elettrica e termica con utilizzo di biomassa, biogas e pompaggi idroelettrici, a differenza delle altre fonti energetiche rinnovabili, quali fotovoltaico ed eolico, è programmabile e rappresenta la necessità primaria del nostro Sistema Paese.

È necessario colmare l’attuale “assenza” di queste fonti all’interno del PNRR. Il rischio è che i danni del terremoto energetico siano molto costosi, se non si interviene in tempo con l’azzardo di dover restituire notevoli fondi all’Europa per la difficoltà e le tempistiche di altri programmi (vedasi nucleare).

FIPER invita il Presidente Draghi e i Ministri Cingolani, Giorgetti e Patuanelli a voler prendere in considerazione quanto proposto, dichiarando sin d’ora la propria disponibilità per ogni eventuale futuro confronto anche su altri argomenti quali Comunità dell’energia, Idrogeno.

*Fonte Decreto rilancio- D.L. 19/05/2020 numero 34 convertito dalla L. 17/07/2020 numero 77

Biometano: appello dal mondo agricolo al Mite

Appello delle aziende agricole verso il Ministero della Transizione Ecologica per favorire fattivamente la riconversione degli impianti esistenti in produttori di biometano.

All’interno della bozza di decreto di incentivazione del biometano, nonostante il settore agricolo abbia riconosciuto lo sforzo compiuto per sostenere con tariffe più incoraggianti le taglie agricole di impianto e l’estensione della garanzia di incentivo a 15 anni, emergono significative criticità.

Permanendo questa situazione gli impianti gestiti dalle aziende agricole che saranno in grado di attuare una riconversione saranno, purtroppo, pochi e le risorse stanziate dal PNRR rischiano di non essere utilizzate. 

Per tutti gli impianti che non potranno essere riconvertiti è in ogni caso improrogabile la proposta di rinnovo dell’incentivo elettrico con criteri di efficienza energetica (alti rendimenti elettrici, sfruttamento del calore, valorizzazione del digestato) che possa garantire al settore un futuro di integrazione sempre maggiore fra la filiera energetica e quella agroalimentare, impegno che con le nostre aziende crediamo di poterci assumere totalmente.

Altrimenti, si correrà il rischio per il Sistema Paese di “chiusura degli impianti” e relative filiere di approvvigionamento, patrimonio che con grande fatica è stato avviato e consolidato negli ultimi anni nel settore delle agroenergie.

Firma anche tu, l’appello FIPER, per il futuro dell’agricoltura circolare italiana a basso impatto ambientale!
Firma la petizione online: https://www.change.org/p/favorire-fattivamente-la-riconversione-degli-impianti-esistenti-in-produttori-di-biometano

Per maggiori approfondimenti:

Siglato il Manifesto delle bioenergie: uniamo le forze per promuovere un settore indispensabile per la transizione energetica!

Il 29 ottobre a Rimini nell’ambito della FIERA di Ecomondo, 12 associazioni italiane che rappresentano il settore hanno siglato congiuntamente il manifesto delle bioenergie.

Un appello al Governo per far riconoscere il ruolo fondamentale che le biomasse possono svolgere nel processo di decarbonizzazione e transizione ecologica.

All’unisono il manifesto chiede al Governo di consolidare il parco impianti esistenti e di rimettere al centro dell’agenda politica il settore delle bioenergie, quali strumento di sviluppo e presidio del territorio, oltre che fornitura di energia.

Economia circolare, a partire dall’impiego dei reflui zootecnici, sino ai residui di manutenzione forestale…un’economia capace di coniugare sostenibilità e reimpiego di sottoprodotti nella filiera energetica.
Decarbonizzare non significa metanizzare le aree interne!

A tal fine, le associazioni firmatarie del Manifesto chiedono di:

  • Adeguare il PNIEC ai target del Green Deal, rafforzando il ruolo della biomassa
  • Mantenere in esercizio il parco installato, preservando e incrementando il suo valore
  • Stabilizzare il mercato dei bioliquidi e dei biocarburanti double counting e avanzati
  • Riconoscere il ruolo degli impianti a servizio di realtà manifatturiere
  • Valorizzare le filiere locali
  • Creare una prospettiva di medio termine per gli investitori.

Scarica il manifesto delle bioenergie: https://www.fiper.it/wp-content/uploads/Manifesto_Bioenergie_FINALE_Ecomondo.pdf

Foreste sostenibili e innovazione: sodalizio vincente!

In questo momento di gran dibattito nazionale e internazionale sulla sostenibilità dell’impiego delle biomasse a fini energetici, ci è sembrato interessate porre l’attenzione sulle attività di gestione forestale che viene svolta grazie alla domanda di cippato degli impianti di teleriscaldamento a biomassa.

Spesso viene sottovalutato l’impatto generato dall’attività di cura e manutenzione del bosco. Un lavoro che l’opinione pubblica spesso ignora, fondamentale tuttavia per garantire il corretto funzionamento dell’ecosistema forestale.

Un mondo da scoprire: aziende boschive, enti di ricerca, comuni, comunità montane, impegnate quotidianamente nel garantire questa importante funzione ambientale.

Dedichiamo quindi l’editoriale di ottobre nell’approfondire un nuovo metodo messo a punto dall’Università di Milano per stimare la quantità di biomassa residuale che si può ricavare da una data particella forestale nel rispetto dei criteri definiti all’interno della Guida dell’Intergovernmental Panel on Climate Change.
A tal fine abbiamo intervistato il dott. Luca Nonini*, titolare di un Assegno di Ricerca presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali (DiSAA) dell’Università degli Studi di Milano e autore di una Tesi di Dottorato di Ricerca dal titolo “Assessment of wood biomass and carbon stock and evaluation of machinery chains performances in Alpine forestry conditions: an innovative modelling approach”

Perché la cura e la manutenzione del bosco sono importanti? Che cosa sono i servizi ecosistemici e che relazione esiste tra questi ultimi e la gestione del bosco?
La cura e la manutenzione del bosco sono fondamentali per far sì che esso fornisca servizi ecosistemici, cioè benefici multipli essenziali per la società umana per il soddisfacimento dei propri bisogni (cibo, legname, sequestro del carbonio, protezione dal rischio idrogeologico, purificazione dell’aria e dell’acqua, valore ricreativo, estetico e spirituale). Gli interventi selvicolturali, inoltre, dovrebbero essere condotti secondo i principi della gestione forestale sostenibile (GFS) e multifunzionale che – adottando un approccio olistico – riconoscono la capacità dell’ecosistema di svolgere molteplici funzioni e garantiscono che la fornitura dei servizi ecosistemici sia costante ed equilibrata nel tempo, bilanciando le esigenze economiche con quelle ambientali, sociali e culturali. Relativamente alla fornitura di biomassa, uno dei principi cardine della GFS è che le utilizzazioni (tagli) non superino gli incrementi netti del bosco, per non causare il depauperamento della provvigione e, quindi, il peggioramento della fertilità dei suoli e delle condizioni di crescita. I tagli, se effettuati secondo tale principio, non dovrebbero essere considerati come un evento negativo, in quanto determinano un ulteriore aumento dell’incremento annuo e quindi un maggiore sequestro di carbonio. Inoltre, come risultato, la capacità omeostatica dell’ecosistema può aumentare e il bosco può risultare più resistente ai disturbi naturali.

In che cosa consiste il nuovo modello messo a punto?
Il nuovo modello – messo a punto presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano – quantifica le masse di legno (t/anno di sostanza secca, ss) e carbonio (t/anno C) stoccate a scala di singola particella forestale. Il modello impiega – come dati di input – informazioni contenute nei Piani di Assestamento Forestale (PAF) ed è basato su un approccio coerente con le più recenti Linee Guida dell’Intergovernmental Panel on Climate Change. Per ciascuna particella, le masse sono calcolate dall’anno di entrata in vigore del PAF fino a un anno di riferimento, e ripartite in: biomassa aerea (fusto e rami), biomassa radicale e sostanza organica morta (legno in decomposizione e lettiera). Contestualmente, è stimata la biomassa residuale (ramaglia e cimali, t/anno ss) potenzialmente prelevabile e disponibile – sottoforma di cippato – per la generazione di energia termica e/o elettrica. Infine, viene quantificato il volume di combustibile fossile potenzialmente risparmiato e le emissioni di CO2 in atmosfera potenzialmente evitabili associate alla fase di combustione finale, nell’ipotesi che il legno sostituisca fonti fossili. Il modello può essere applicato a qualsiasi area forestale gestita da PAF; inoltre – anche alla luce dell’attuale dibattito sul ruolo delle foreste per raggiungere gli obiettivi dell’UE-2050 – questo strumento di calcolo fornisce un importante contributo allo sviluppo di metodi in grado di coniugare la gestione forestale tradizionale con le nuove sfide poste dai cambiamenti climatici.

Quali sono i possibili benefici offerti dal vostro modello per i decisori pubblici e gli operatori di filiera?
Nonostante i dati dei PAF siano spesso trascurati, possono essere utilizzati per fornire informazioni accurate relative al carbonio stoccato, alla disponibilità di biomassa legnosa e alle sue possibili destinazioni d’uso sul territorio. Questo è fondamentale per supportare i Decisori Pubblici e tutti gli operatori di filiera e garantire la transizione verso economie locali a basse emissioni di carbonio. Infatti, in base a differenti fattori legati alle caratteristiche sia della particella (ad esempio forma di governo, funzione prevalente, metodo di esbosco), sia del territorio (ad esempio accessibilità e viabilità forestale), la disponibilità di biomassa può aumentare o diminuire, e ciò è molto utile per pianificare strategie di intervento e ottimizzare le operazioni di raccolta.

Quali raccomandazioni dareste ai Decisori Pubblici e agli operatori di filiera a partire dai risultati ottenuti? L’impiego del legno per la produzione di energia è un’alternativa da seguire rispetto all’utilizzo del metano?
Nelle aree alpine, dove la copertura forestale è elevata, la disponibilità di biomassa residuale è considerevole e può contribuire in parte a coprire il fabbisogno energetico locale. Pertanto, la raccolta di tale materia prima dovrebbe essere incentivata, anche mediante sussidi pubblici. Questo è importante specialmente dove la diffusione di reti di teleriscaldamento-cogenerazione contribuisce a “generare” energia in maniera più efficiente rispetto ai dispositivi termici domestici (caldaie, stufe a legna) I benefici ottenibili sono differenti e di natura sia economica (aumento dei posti di lavoro e miglioramento dell’autosufficienza energetica), sia ambientale (riduzione del consumo di fonti fossili e delle corrispondenti emissioni di CO2 in atmosfera, gestione attiva del territorio e limitazione dei fenomeni di dissesto idrogeologico).
Nel lungo periodo la generazione di energia con biomassa residuale altrimenti lasciata in foresta e soggetta a decomposizione può portare a un beneficio climatico rispetto all’impiego di fonti fossili. Tuttavia, nel valutare gli effetti di sostituzione di una fonte con l’altra, occorre fare alcune precisazioni: “emissioni evitate” non significa che la combustione di biomassa non generi emissioni in atmosfera, né che non vi siano emissioni lungo la filiera. Il concetto secondo cui la CO2 stoccata nella biomassa derivi dall’atmosfera e venga riassorbita nel tempo ha, infatti, portato a definire il legno come materiale “neutrale” dal punto di vista delle emissioni di CO2 (emissioni nulle lungo tutto il ciclo di vita).
Occorre tuttavia conteggiare tutte le emissioni di CO2 che avvengono lungo la filiera e relative alle fasi di produzione, trasporto e stoccaggio del cippato. Tali emissioni possono variare considerevolmente a seconda di: modalità di gestione forestale, confini del sistema e scenario di riferimento cui con la bioenergia è confrontata. Per tali motivi, il concetto di “neutralità del carbonio” è tuttora molto dibattuto a livello sia scientifico, sia politico, e deve essere valutato attentamente caso per caso.

Breve descrizione del profilo e finalità del dottorato
* Luca Nonini ha conseguito la Laurea in “Scienze Agrarie” presso la Facoltà di Scienze Agrarie e Alimentari dell’Università degli Studi di Milano nel marzo 2015 e, a dicembre dello stesso anno, ha conseguito un Master con borsa di studio presso l’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Milano relativo alla “Gestione delle biomasse e dei processi per la produzione di energia”. Da ottobre 2015 ad agosto 2016 ha preso servizio presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali – Produzione Territorio Agroenergia dell’Università degli Studi di Milano (UniMi-DiSAA) prima come Borsista e poi come Assegnista di Ricerca. Da ottobre 2017 a novembre 2020 è stato titolare di una borsa di studio MIUR per lo svolgimento di un Dottorato di Ricerca presso il DiSAA. La sua principale attività scientifica ha riguardato la quantificazione del carbonio stoccato in foreste alpine, la biomassa legnosa disponibile per fini energetici e la valutazione di prestazioni tecnico-operative di cantieri di meccanizzazione forestale. Da gennaio 2021 è titolare di un Assegno di Ricerca presso il DiSAA.

Direttiva sulla Tassazione dell’energia: cosa sta accadendo a livello europeo?

A livello europeo è un momento di gran fermento nella revisione delle direttive esistenti alla luce dei nuovi obiettivi sfidanti che l’Europa ha definito nel Green Deal.

Revisioni che presuppongono un’accelerazione della transizione dell’economia europea verso sistemi di produzione e consumo a basso impatto ambientale.

Revisioni che toccano tutti i settori: energia, efficienza, tassazione, settore primario, industria.

In questi giorni è in corso un confronto a livello europeo sulla revisione della Direttiva sulla Tassazione dell’Energia.

Fiper, aderente a Bioenergy Europe, sta seguendo da vicino l’evolversi del provvedimento. La revisione della Direttiva sulla Tassazione rappresenta una serie di opportunità per sviluppare e promuovere le bioenergie.

Nell’editoriale di settembre approfondiamo il tema con il dott. Michał Długosz, Policy Officer di Bioenergy EU per comprendere “dal di dentro” le dinamiche europee in atto in atto nel ns settore e le proposte avanzate dalla medesima.

1. Può spiegarci brevemente le principali proposte di revisione introdotte nella Direttiva sulla Tassazione dell’energia?

La direttiva sulla tassazione dei prodotti energetici (DTE) attualmente in vigore risale al 2003 e contiene delle misure decisamente obsolete. Negli ultimi 15 anni, con il Pacchetto 2020 del 2009, il Pacchetto per l’energia e il clima del 2018, e più recentemente il Green Deal, si è infatti assistito a profondi cambiamenti che hanno interessato non solo la competitività di alcune tecnologie energetiche, ma anche le finalità dell’Unione europea nel raggiungimento di obiettivi climatici ambiziosi. Questi cambiamenti, non si riflettono però nel testo della direttiva del 2003, da lungo tempo oggetto di un’attenta analisi da parte dell’Unione. La proposta legislativa di luglio cerca di unire l’obiettivo originario, evitando gli effetti dannosi della concorrenza fiscale nel mercato energetico tra gli Stati Membri, rafforzando il mercato interno con il taglio delle esenzioni ai combustibili fossili, la realizzazione degli impegni internazionali connessi al clima e la protezione dell’ambiente. In particolare, la proposta vede un nuovo campo di applicazione della direttiva e una nuova struttura della tassazione. Questa, infatti, viene modulata non in ragione del volume dei combustibili (come è il caso nella direttiva attuale), bensì dal loro contenuto energetico.

I minimi delle aliquote vengono modulati secondo la sostenibilità dei prodotti energetici. Viene riconosciuta, inoltre, la possibilità di concedere sgravi per i carburanti utilizzati nel settore agricolo e forestale.

2. In che modo la revisione della Direttiva può favorire il comparto delle bioenergie?

Se nella Direttiva del 2003 i biocombustibili solidi non erano inclusi nella lista di prodotti energetici, la proposta di revisione espande il novero dei prodotti a quelli coperti dal codice di nomenclatura doganale 4401 ovvero pellet, cippato e legna da ardere utilizzati in impianti superiori ai 5MW. Gli stati membri, secondo la proposta, possono applicare un regime di accise scontato nel caso la sostenibilità di questi prodotti sia comprovata e rispetti i criteri sanciti dalla Direttiva Energie Rinnovabili (REDII). Al contempo però la maggioranza di aliquote di accisa ridotte ai prodotti energetici derivanti da fossili verrebbe eliminata dalla proposta. L’estensione dello scopo della direttiva ai biocombustibili legnosi rappresenterebbe un’ulteriore complessità per il settore della bioenergia seppur coinvolgendo solo gli impianti più grandi.

3. Quali sono i principali emendamenti che Bioenergy Europe intende presentare all’interno della Consultazione?

La nuova DTE dovrebbe basarsi su un sistema ben strutturato di accise minime per incentivare l’acquisto di fonti energetiche a minor intensità di carbonio. È pertanto fondamentale che tutti i combustibili da biomasse sostenibili siano esentati dall’ambito di applicazione dell’atto giuridico proposto. Come settore chiediamo dunque la cancellazione dal novero degli articoli su cui le accise diventano applicabili sui prodotti coperti dal codice di nomenclatura doganale 4401 e la fine delle esenzioni per tutti i combustibili fossili. Nella proposta attuale, infatti, gli stati membri possono ancora applicare in casi selezionati aliquote ridotte per i prodotti coperti dal codice doganale 2705 che copre il gas naturale. Infine, un innalzamento delle aliquote per i combustibili fossili potrebbe contribuire a favorire l’uso di alternative sostenibili e disincentivare l’utilizzo di energie fossili.

Una delle sfide principali della riforma globale del sistema di tariffazione del carbonio proposta all’interno del pacchetto “Fit for 55” è proprio progettare tale riforma in modo socialmente accettabile. L’estensione della tariffazione del carbonio tramite il sistema EU ETS sui combustibili fossili utilizzati nel settore dell’edilizia e dei trasporti, combinata con accise più elevate e sussidi progressivamente eliminati per tali combustibili, alzerà inevitabilmente i livelli dei prezzi. L’impatto di tali cambiamenti sarà avvertito principalmente dai clienti vulnerabili. È importante, dunque, che alternative sostenibili, quali la bioenergia per il riscaldamento, mantengano un alto livello di competitività e non siano gravate da nuove tasse.

4. Quali sono i prossimi passi che la Commissione intende intraprendere?

La Commissione ha aperto una consultazione pubblica sulla proposta legislativa. La proposta verrà ora discussa dal Parlamento europeo e dal Consiglio (stati membri). Trattandosi di materia fiscale però, il Parlamento ha solo un potere consultivo mentre il Consiglio dovrà negoziare una soluzione condivisa che incontri il parere unanime di tutti stati membri.

Gestione forestale, certificazione e crediti carbonio: quale ruolo possono giocare le bioenergie?

PEFC Italia festeggia il 7 luglio i suoi primi 20 anni di vita, all’insegna della Gestione Forestale Sostenibile. Attualmente in Italia sono certificati PEFC 877.000 ettari di foreste e 1.200 aziende della filiera.

Un risultato importante alla base di nuovi traguardi e obiettivi, per rimettere al centro l’importanza dell’economia forestale per il presidio dei territori e per il conseguimento degli obiettivi europei di decarbonizzazione. Inoltre è attuale a livello europeo la definizione e implementazione di schemi di remunerazione per le pratiche di sequestro del carbonio derivante da attività agricolo-forestali.

Approfondiamo il tema con il dott. Brunori, Segretario Generale del PEFC Italia, esperto conoscitore del settore.

1) Nuova certificazione della gestione forestale sostenibile, in che cosa consiste?

Nel 2020 si è aperto il quinto processo di revisione dello standard di certificazione forestale italiano, con la novità che si apre la certificazione anche al mondo del “fuori foresta”, cioè al Verde Urbano e alla Agroselvicoltura. Infatti, ogni cinque anni il PEFC Italia aggiorna i propri standard di Gestione Forestale Sostenibile e di Gestione Sostenibile delle piantagioni Arboree, con l’obiettivo di rafforzare i propri indicatori di sostenibilità e le procedure di certificazione. Gli standard hanno l’obiettivo di individuare, grazie alla costituzione di specifici gruppi di lavoro, precise regole di sostenibilità ambientale, economica e sociale e sono definiti dal PEFC Italia a livello nazionale insieme ai principali stakeholder del settore per un totale di oltre 140 tra ricercatori, amministratori e tecnici, tra i quali anche FIPER.

Tanti sono i temi che sono già stati affrontati e tanti quelli che saranno trattati durante i prossimi incontri: dall’uso di prodotti biodegradabili e a ridotto impatto ambientale per macchine e motoseghe, alla valorizzazione dei sottoprodotti per arrivare ai temi legati alla pianificazione delle foreste e alla gestione del bosco ceduo. Una sfida per noi importante (anche perché svolta online per le restrizioni pandemiche) ma che ci aiuta a migliorare costantemente i nostri standard e quindi la garanzia della certificazione che ad oggi interessa il 9% delle foreste italiane.

2) Un’evoluzione culturale dell’idea del bosco intoccabile; che strumenti abbiamo a disposizione per sensibilizzare i cittadini alla “coltivazione e gestione attiva del bosco?

Quello che abbiamo notato nel corso degli anni è che, con l’aumento del numero delle persone che vivono in città (oggi in Italia siamo arrivati oltre al 72% della popolazione) è aumentato anche il divario tra foreste e persone. Un esempio su tutti è legato alla legna da ardere. Questa attività fino a qualche tempo fa era vista generalmente come pratica usuale legata alla vita delle persone nelle aree montane del Paese (che fungevano anche da presidio del territorio) ma oggi viene spesso vista dall’opinione pubblica come pratica dannosa e distruttiva delle foreste. Questo pensiero, oltre che alla distanza tra città e foreste è comunque anche dovuto al fatto che purtroppo a livello globale il taglio illegale delle foreste è una pratica molto diffusa che in determinate aree (Sud America, Sud-Est Asiatico e Africa ma anche Est Europa per quanto riguarda la legna da ardere) ha provocato e provoca una pressione distruttiva sugli ecosistemi forestali. Anche per questo motivo la certificazione forestale è un elemento chiave che può aiutare a premiare quei prodotti derivanti da una gestione corretta e sostenibile delle foreste, riducendo il rischio di acquistare prodotti di origine forestale illegali e provenienti da aree lontane.

In Italia il problema non è la deforestazione, ma l’abbandono delle foreste che provoca totale mancanza di presidio del territorio e che ha come conseguenza anche eventi estremi come diffusione di incendi e di frane. Un bosco non gestito, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, è un bosco che nel breve periodo ha anche performance peggiori dal punto di vista dell’assorbimento di anidride carbonica, almeno prima che non abbia ritrovato in alcune centinaia di anni il suo naturale equilibrio.

3) Quali sono le prospettive e l’evoluzione di PEFC per i prossimi 20 anni?

Anche sulla base di quello che abbiamo appena visto direi che un elemento chiave è legato al puntare sulle filiere foresta-legno locali e certificate, siano esse per l’energia che per l’arredo e per l’edilizia. Questo concetto è ormai riconosciuto nel settore alimentare, perché non considerarlo anche per quello forestale? Legno locale vuol dire economia per il territorio ma anche presidio (e quindi evitare o comunque mitigare la diffusione dei fenomeni avversi) e minori emissioni dovute al trasporto. Certo, a differenza di altri settori, ci sono barriere delle quali dobbiamo essere consci (pensiamo solo alle infrastrutture carenti o alla frammentazione della proprietà boschiva) ma noi sappiamo che questa è la direzione giusta da prendere e che deve essere presa da tutti gli attori della filiera e dai protagonisti dei territori.

Ma bosco non vuol dire solo legno, vuol dire anche servizi ecosistemici, come la capacità di stoccare CO2, di purificare l’acqua, di proteggere il suolo, di produrre prodotti forestali non legnosi (come miele, funghi, tartufi, ecc.), di conservare tradizioni e saperi locali, di garantire una fruizione turistico-ricreativa. Proprio per questo, infatti, stiamo pubblicando uno standard per la valutazione dei servizi ecosistemici generati dalle foreste certificate gestite in modo sostenibile. E’ necessario rendere espliciti questi valori, affinché la società possa riconoscere la loro importanza e dar un giusto valore all’impegno di chi fa “le cose per bene” ed eticamente.

4) Ritiene che il mondo forestale e la certificazione possa contribuire allo sviluppo del mercato dei crediti di carbonio?

Il mercato dei crediti di carbonio ha due mondi, quello regolamentato che fa riferimento al sistema ETS (a cui afferiscono gli impianti di combustione a potenza nominale in entrata superiori a 20 MW) e quello volontario non regolamentato. La certificazione forestale in Italia permette di fornire garanzia relativamente a progetti che generano crediti di carbonio (o crediti di sostenibilità) solo per il mercato volontario, nel quale c’è una richiesta crescente di attività che aumentino l’assorbimento della CO2 o la riduzione delle emissioni; c’è molto spazio di sviluppo per le aziende che pensano ad investire nella logica del green marketing, cioè con comunicazione verso una clientela sempre più attenta ai temi ambientali e magari a dare un valore aggiunto a chi investe nel proprio territorio. Dal mio osservatorio del mercato dei servizi ecosistemici derivanti dal settore forestale, confermo il trend in crescita e l’importanza dato alla certificazione forestale di un controllo in campo, periodico e documentato.

Per il mercato che fa capo al mercato regolamentato con sistema di quote di emissione, esiste la possibilità del settore forestale di “partecipare”, attraverso la biomassa legnosa (per lo più cippata) per la produzione di energia termica da fonti rinnovabili (con conseguente riduzione delle emissioni di CO2 fossile), permettendo di alimentare impianti di combustione accessori alle centrali alimentati da gas o altri combustibili fossili, allo scopo di ridurre la potenza nominale delle centrali termiche principali. Anche in questi casi la certificazione forestale della materia prima (quindi la certificazione di catena di custodia del fornitore di cippato) permette di avere le garanzia sulla legalità della fornitura, fino a conoscere l’origine dei lotti di legname, elementi indispensabili nel caso di obbligo per la Due Diligence del Reg. UE 995/2010.

Il ruolo della biomassa per la transizione ecologica, la visione Bioenergy Europe

Il ruolo della biomassa per la transizione ecologica, la visione Bioenergy Europe

Intervista della dott.ssa Vanessa Gallo, segretario nazionale Fiper, rilasciata a Canale Energia.

La biomassa svolge un ruolo centrale nella transizione ecologica, “soprattutto come leva per aumentare la competitività del settore agricolo e forestale, puntando sulla sostenibilità delle filiere produttive” come afferma Vanessa Gallo, segretario generale Fiper membro del board Bioenergy Europe, l’associazione europea che rappresenta il comparto. Di fatto si tratta di una fonte rinnovabile presente sul territorio europeo e in grado di assicurare una economia nei territori soprattutto montani dove diverse sono le esperienze di teleriscaldamento da biomassa legnosa.

Approfondiamo il tema con l’intervista della dott.ssa Vanessa Gallo rilasciata a Canale Energia.

1) Qual è il ruolo della bioenergia nella transizione ecologica?

A partire dalle indicazioni del documento della Commissione europea che definisce lo scenario dell’economia europea al 2030 “Stepping up Europe’s 2030 climate ambition Investing in a climate-neutral future for the benefit of our people” presentato al Parlamento europeo lo scorso 17 settembre 2020, emerge chiaramente un incremento significato delle bioenergie: al 2050 è programmato un raddoppio della potenza installata.

La transizione ecologica indicata da Bruxelles prevede un aumento della domanda di biomassa, sia per usi produttivi che per l’energia e trasporti, preservando la funzione del suolo di “carbon sink” e la tutela della biodiversità.

L’inclusione delle attività correlate al Lulucf sink (Land-Use, Land-Use Change and Forestry), quindi gestione sostenibile forestale, afforestazione, riforestazione e lotta alla deforestazione, nella valutazione della riduzione delle emissioni di gas serra, è stata definita una priorità per valutare i progressi per l’obiettivo zero emission. Un provvedimento importante che richiede capacità di programmazione di medio lungo periodo e una stretta interrelazione con le politiche forestali di ogni singoli Stato Membro.

Se la narrativa da un punto di vista politico racconta di una riduzione dell’utilizzo delle bioenergie nel prossimo futuro, gli scenari utilizzati dalla Commissione dicono tutt’altro.

Si evidenzia, inoltre, che nella bozza di proposta di revisione della direttiva Red 2, la Commissione prevede una revisione della definizione di teleriscaldamento efficiente, richiedendo l’utilizzo esclusivo di fonti rinnovabili (attualmente è definito teleriscaldamento efficiente un sistema che impiega almeno il 50% di Fer). Considerando l’attuale distribuzione delle rinnovabili nel teleriscaldamento, la revisione proposta dalla Commissione, riconoscerà un ruolo ancor più centrale all’impiego delle biomasse legnose.

Note: * includes peat, oil shale, ** includes manufactured gases, *** solid biomass, liquid biofuels, biogas, waste

Source: 2000, 2015: Eurostat, 2030-2050: Primes model

L’impatto combinato tra gli obiettivi di efficienza energetica e di promozione delle Fer all’interno della policy sul Green Deal si traduce in una riduzione più elevato delle emissioni di gas serra; il valore stimato è circa il 45% di riduzione rispetto ai livelli del 1990, escludendo l’impatto derivante dall’azione del Lulucf.

Contribuendo attualmente a poco più del 75% delle emissioni totali di gas serra nell’UE, comprese le emissioni diverse da CO2 del sistema energetico, il settore energetico è fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo climatico previsto dal Green Deal.

Ne consegue che il suo ruolo vada rivisitato per il raggiungimento dell’ambizioso obiettivo di riduzione del 50-55% dei gas serra entro il 2030.

La bioenergia è il principale carburante rinnovabile presente sul territorio europeo. Oltre alle biomasse legnose, un altro comparto di estremo interesse è dato dalla filiera del biogas/biometano agricolo. Possibilità di fornire servizi di flessibilità, produzione di biometano e soprattutto ridurre l’impatto ambientale dell’attività agricola.

All’interno dei nuovi programmi europei, emerge chiaramente il ruolo delle bioenergie, intese come fornitura di energia e soprattutto come leva per aumentare la competitività del settore agricolo e forestale, puntando sulla sostenibilità delle filiere produttive. Nelle indicazioni del Farm to Fork, la digestione anaerobica è intesa quale strumento ambientale da preservare e promuovere per favorire la sostenibilità della zootecnia intensiva europea.

2) Quali sono gli obiettivi di Bioenergy Europe?

Bioenergy Europe rappresenta la voce delle bioenergie a livello europeo. Fondata nel 1990, è un’associazione basata a Bruxelles che riunisce oltre 40 associazione nazionali, 90 aziende e istituti di ricerca europei. Fiper, Elettricità Futura, Ebs, Aiel sono le associazioni italiane aderenti.

Attualmente Bioenergy Europe è coinvolta nel confronto con le commissioni referenti nei seguenti dossier: revisione direttiva Red 2 (criteri di sostenibilità), revisione linee guida Aiuti di Stato, Strategia forestale europea.

Obiettivo principale di Bioenergy Europe: lavorare congiuntamente con le istituzioni per conseguire la neutralità carbonica al 2050 e la traiettoria definita al 2030 attraverso il potenziamento e sviluppo delle bioenergie.  

Quali sono i numeri del settore in Europa e in Italia, rappresentano un volano per la competitività?

Il settore delle bioenergie ha registrato un turnover di 60,6 miliardi di euro nel 2018 lungo la filiera dall’approvvigionamento alla componentistica. Il 74% della componentistica impiegata nel settore è made in Europe, a differenza di altri Fer che risentono di ingenti importazioni da paesi extra UE. Il settore delle bioenergie rappresenta lo 0,4% del Pil europeo. In termini occupazionali, 700.000 posti di lavoro di medio lungo periodo; 50.000 business unit operative al 2018. In termini di importazioni dall’estero, solo il 2,7% delle biomasse impiegate a fini energetico previene da paesi extra UE, a testimonianza di un settore fortemente radicato sul territorio.

Nel 2019 in Italia la quota dei consumi complessivi di energia termica prodotta da Fer è del 19,7%. La fonte rinnovabili principale nel settore termico è la biomassa legnosa (circa 7 Mtep), utilizzata soprattutto nel settore domestico in forma di legna da ardere o pellet (Fonte rapporto Statistico Gse 2019). Le biomasse solide coprono quasi il 70% dei consumi delle rinnovabili termiche di cui il 90% impiegato nel settore residenziale. Nel settore del teleriscaldamento, la biomassa legnosa ricopre il 13% sul totale dei combustibili impiegati. Da evidenziare che il teleriscaldamento a biomassa è fortemente radicato nei comuni montani e delle aree interne, rappresentando un vero e proprio volano di sviluppo per l’economia locale.

Nel settore elettrico invece la quota dei consumi complessivi coperta da Fer è del 35%. La principale fonte impiegata è l’idraulica rappresentando il 41% della produzione complessiva, seguono fotovoltaico (21%), eolico (17%), bioenergie (13%) e geotermia (5%).

Rispetto le problematiche legate alla filiera del legno e all’evasione che azioni pensate di intraprendere e quanto ritiene che danneggino il comparto?

Nella filiera del legno, l’evasione riguarda principalmente la legna da ardere e il relativo impiego domestico. Sia a livello europeo che nazionale l’attenzione è rivolta verso l’applicazione dei criteri definiti per la tracciabilità e sostenibilità delle biomasse. In questo caso è necessario investire anche in campagne di comunicazione finalizzate a promuovere biomassa tracciata verso il consumatore finale.

Per gli impianti di teleriscaldamento a biomassa, essendo nati come “impianti a misura di territorio”, oltre al rispetto dei requisiti di tracciabilità previsti dalla normativa vigente, vi è un coinvolgimento diretto del tessuto produttivo locale: imprese boschive, consorzi forestali, associazioni ambientaliste. Per cui si assiste anche al controllo sociale nell’approvvigionamento dei residui legnosi, a partire dai piani di taglio sino alla consegna in centrale.

Fonte: Canale Energia